Forza sovraumana

Eravamo riusciti a trovare una casa che piacesse a entrambi. La riempivamo io e te, non c’erano mobili. Romanticamente mi sarebbe bastato per viverci, ma mi resi conto che almeno un tavolo ci voleva. E una libreria. Per non parlare della cucina. Avevamo rimediato un mobile abbandonato, ce n’eravamo affezionati entrambi a prima vista. Era nel lato destro della stanza e mi stava bene. Ma tu lo volevi a sinistra. Così un giorno misi da parte la mia preferenza e lo stavo per spostare. Tornasti a casa in quel momento e ti mettesti accanto a me per spingere. Probabilmente non era necessario, ma non te lo dissi. Mi piaceva che ci fossi anche tu, e tu sapevi di non essere indispensabile però volevi essere partecipe. Ora sei andata via e hai lasciato questo mobile. Nel mezzo della stanza. Giuro, ho provato a spostarlo verso la destra della stanza, dove piacerebbe a me. Ma non ci riesco. Evidentemente eravamo una forza sovraumana e non ne eravamo consapevoli.

Playlist aggiornata, buon ascolto! Non dimenticate… – 2 all’uscita ufficiale del libro! 😉

Esame di maturità

Il mio esame di maturità non è stato alla fine del liceo. Devo certamente posticiparlo di qualche anno. Allo scritto, pur essendo un fiume in piena, ero sempre rimandato. Paole. Silenzi. E poi di nuovo parole. Riflettendo davvero poco, andando fuori traccia, a volte senza averla nemmeno ricevuta. Quando riuscivo ad arrivare agli orali, i miei sorrisi di circostanza erano facilmente intuibili, ed ero rimandato prossimo appello. Una parte di me rimuginava sempre, e anche quando non si notava, mi alzavo e me ne andavo. Oppure, dopo aver esposto per l’ennesima volta le mie tesi e ragioni, rientravo nella fantomatica aula per farmi bocciare, aggiungendo cose di cui poi mi pentivo. Sono riuscito a superare il mio esame di maturità con te in un giorno come un altro, quando parlandoti non ho più provato alcun rancore e ho voluto veramente il tuo bene. E ne ho voluto pure a me stesso, senza aggiungere altro, anche dopo essere uscito dall’aula.

Playlist aggiornata, buon ascolto 😉

Non ho i soldi sufficienti

Non ho i soldi sufficienti per offrirti un caffè: gli ultimi li ho spesi per il mio poco fa, ma ho pensato che se mi baci è lo stesso. Il sapore c’è, non ho preso altro. No? Non ho i soldi sufficienti per due biglietti del treno, ma ho pensato che se ti siedi sulle mie gambe il controllore non ci darà noia. No? Non ho i soldi sufficienti per entrare con te a quella mostra di pittura di cui leggi il depliant da giorni, ma ho pensato di darti i miei walkie talkie: puoi entrare tu e ogni quadro che vedrai coi tuoi occhi me lo descriverai. Hai occhi sinceri e mi piace la tua voce. E io sarò comunque con te. No? Non ho i soldi sufficienti per offrirti altro se non me stesso e queste mie proposte. Dicono che i soldi non fanno la felicità. Tu fai la mia. E forse un giorno avrò il coraggio di dirti queste cose quando mi passerai davanti come ogni mattina, anche se sono certo che mi ignorerai e allungherai il passo. Perché purtoppo per te sono solo uno dei tanti barboni sulle scale di questa stazione.

Playlist aggiornata ;), buon ascolto!
Un ringraziamento va alla stazione di Trastevere, dove transito ogni giorno, e che mi ha ispirato mentre andavo a lavoro 🙂

La volta sbagliata

Sai, il treno è arrivato in anticipo. Invece di essere felice ero angosciato. Sono stanco per il viaggio, mi fanno male le gambe, o forse è per il passato che si materializza davanti a me con una serie di flashback assurdi. Ho visto la foto di Marco, è candidato. Ha i capelli bianchi, pazzesco vederlo in foto dopo 50 anni. Ho rivisto il punto dove ci siamo baciati la prima volta. Anche le farfalle nello stomaco sono invecchiate, battono le ali piano ma le sento ancora. Ti ho portato dei fiori, mi trema un po’ la mano per l’emozione. O per l’età. No è l’emozione. Avrei voluto vederti prima, credimi, ma ero impegnato. A trovare il tempo. Il coraggio, più che altro. Adesso sono qui e ho portato i tuoi fiori preferiti. E so che mi darai il permesso di sostituire quelli che ci sono nel vaso con questi. Tocco questo marmo, sento il tuo calore, ma sono arrabbiato perché speravo mi avresti aspettato. Sono sempre stato puntuale. Per una volta che sono in ritardo. La volta sbagliata.

Playlist aggiornata, buon ascolto! Non dimenticatela 😉

Album

Una delle attività preferite nel nostro gruppo di amici è sempre stata quella di riunirci una volta l’anno e sfogliare le foto del passato, aggiungendo quelle dell’anno appena trascorso. Da quando la mia coppia era scoppiata, questa attività era pesante. Per loro bontà i miei amici evitavano di mostrare foto dove c’era anche lei. Col tempo non mi dava più fastidio, anzi mi era piacevole ricordare momenti in cui avevo condiviso il mio cuore. Avevamo anche preso a rinominarla, senza che nessuno si sentisse in colpa. Capitava che ero io stesso a ricordare episodi e il mio cuore sussultava genuinamente. Aspettavo sempre con ansia questa riunione. Ed era facile, perché le foto di lei erano sempre le stesse e appartenevano al passato con me. All’ultima riunione, mi passò davanti una foto di lei in tempi recenti, e notai qualcosa: di chi diavolo era la mano nella sua e di chi era lo sguardo che incrociava e la faceva sorridere? Fu l’ultima volta che partecipai.

Playlist aggiornata, buon ascolto! 😉

A due piazze (Parte III – Finale)

Continua da: A due piazze (Parte II)

Il letto dove mi ero esibito in piroette notturne inutili per poterlo occupare tutto, giocando a tetris con me stesso, quel letto che mi ero in un certo senso conquistato, ora mi sembrava troppo grande. Tolsi lo zaino e il computer. Cominciai a sentire freddo, pensai perché non avevo più la batteria a scaldare il materasso. Decisi di prestarti anche un paio di ciabatte, e mi sorridesti. Non chiedesti nulla, ma la tua forma si era fatta strada negli spazi immensi del mio vuoto ormai insignificante e pesante. La storia volle che una notte mi alzassi per bere e vedessi il tuo volto accarezzato dalla luna. Ti illuminava il viso, e io pensavo al fatto che avevo smesso di accendere la luce da tempo. Passai a fianco della tua brandina e fu sufficiente a farti aprire gli occhi. Volevo scusarmi, ma cambiai idea. O meglio, ti presi la mano, senza dire nulla. Nel mio letto a due piazze c’era una stella, ma non era marina e non ero io. Non chiedesti nulla, ma eri qui. Dove dovevi essere.

Playlist aggiornata, spero vi piaccia come sottofondo della conclusione 😉

A due piazze (Parte II)

Continua da: A due piazze (Parte I)

Non chiedesti nulla, ma eri qui. Non mi disturbavi nemmeno, se non per il fatto che occupavi i miei spazi. La beata forma del vuoto intorno a me. Ti diedi una brandina e arrotolai un asciugamano infilandolo dentro una federa per fare da cuscino. I miei mi servivano. Il mio letto a due piazze era salvo. Non parlavi tanto, ma dopo pochi giorni pendevo dalle tue labbra silenziose. Questa è anche la storia di come iniziai ad appoggiare l’orecchio per sentirti cantare sotto la doccia. Pian piano la forma del vuoto attorno alla mia esistenza si riempiva di te, dei tuoi colori e della tua voce. Una sera ti diedi il mio cuscino, senza sapere il perché. Non chiedesti nulla, ma eri qui. Avevo fatto un po’ di spazio nella mensola del mio frigorifero. Alla fine ne lasciai una completamente libera. Mi sentii stranamente felice quando vidi che l’avevi riempita subito. Ma questa è anche la storia di come iniziai a considerare dannata la forma del vuoto del mio letto a due piazze.

STAY TUNED PER LA TERZA PARTE!

Playlist aggiornata, la canzone mi è in testa da giorni 😉

Pupille dilatate – Chiavi

“Come avevi fatto a non accorgertene?” Dopo anni ad elaborare il lutto della nostra storia, una risposta ero convinto di averla. Invece mi sentii come quando sei lontano da casa, frughi nella tasca per controllare se hai le chiavi, sicuro che ci siano, e non le trovi. C’è quel momento paralizzante, quell’unico secondo in cui il cuore si ferma e la pupilla si dilata. Poi il battito aumenta, cerchi di razionalizzare e continui a cercare. La tasca è piena di altre cose e mentre le tocchi provi a riconoscere il portachiavi o il metallo. Cercavo la risposta nelle mie tasche ma non la trovavo, annaspando tra tante altre cose e pensieri che nemmeno si avvicinavano a una risposta sensata. Paralizzato davanti a te, con le pupille dilatate e il cuore a mille. Ma ci arrivai: “Semplice: perché ti amavo ancora”. Dai tuoi occhi capii che adesso anche tu non riuscivi a trovare le tue chiavi. Pupille dilatate. E restammo chiusi fuori dalle nostre rispettive case con le mani in tasca.

Playlist aggiornata 😉

Primizie – Casa

La prima volta che ho corso nel corridoio. La prima volta che mi sono arrampicato sul letto a castello. La prima volta che sono andato a scuola da solo a piedi. Il primo migliore amico. La prima partita di pallone. La prima pallonata nell’inguine. La prima volta che sono andato senza mani in bicicletta. La prima volta che ho sentito le farfalle nello stomaco. La prima volta che sono state sterminate quelle farfalle. Il primo bacio. Il primo schiaffo. Il primo gelato. La prima festa senza genitori a casa. Il primo gruppo di amici. La prima volta che siamo tornati dopo cena. La prima volta che ho suonato in un gruppo. La prima volta che ho nuotato senza braccioli. La prima volta che ho guidato un motorino.
Alcune primizie di vita che mi fanno pensare alla casa dove sono cresciuto e alla città impregnata di questi ricordi, dove l’aria è un po’ pesante ma dopo qualche respiro ti fa volare sopra le nuvole della memoria.


Playlist aggiornata 😉

Minuetto

Questo post – per i maniaci del conteggio – non è di dodici righe. Ma non importa, ognuno ha la sua firma e su questo non c’è la mia, come vedrete alla fine del post. Mi sono affidato alla mano, testa e cuore di un’amica dopo che le ho chiesto di ascoltare la versione di Mia Martini.

Già quel profumo di agrumi mi annebbia il cervello, provo a stare in apnea: ed è qui che sento quel sapore di fragole.
Basta!
Prendo il mio manuale sulle ossessioni, cerco nell’indice un modo per sconfiggerle, mi stendo di pancia, mi metto di fianco, di schiena, con la testa penzolante dal letto, ma la mia immaginazione sale come sangue al cervello, incrocio il mio sguardo allo specchio e me ne vergogno, rimprovero il mio colorito vermiglio.
Mi alzo e do, con la chioma, un colpo di frusta a quell’aria viziata, corrotta dalla tua musica, squisita e degenere.
Chiudi la porta quando vai via, e lascia sul letto la mappa dei miei pensieri.
Lasciami essere mia.

Livia

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