(di)struggo

Se fossi stata inafferrabile, sarebbe stato più semplice.
La coscienza trova pace con ciò che non si può toccare.
Ma tu ti lasci sfiorare,
e io non voglio smettere.
Quando ti sento mia,
a un soffio da un bacio
o una promessa che profuma di futuro,
scivoli via.
Ed è lì che mi (di)struggo.

Neanche ciao

A volte non mi dicevi neanche ciao.
Passavo a prenderti sotto casa e, se non avevi voglia di parlare — perché avevi avuto una brutta giornata, o per qualsiasi altro motivo, o semplicemente perché non volevi interrompere una canzone — mi mettevi direttamente una delle tue cuffie nell’orecchio.
E io stavo in silenzio.
Sapevo che non dovevo dire niente. Che non volevo dire niente. Volevo sentire quello che sentivi tu. Sentire le canzoni che sentivi tu.
E camminavamo, camminavamo, camminavamo tanto, fino ad arrivare al mare, sulla spiaggia. I gabbiani, o le persone che facevano casino, non mi disturbavano. Non riuscivo neanche a sentirli. Sentivo la musica, le pause tra una canzone e l’altra, e pensavo a te, a quello che potevi avere in mente.
Intanto tu mi prendevi la mano e le cose andavano meglio.
Mi ricordo che tante volte, quando ci sedevamo su una panchina, appoggiavi la testa sulla mia spalla e ti addormentavi, con il mare davanti. E quando ti addormentavi, aspettavo di essere sicuro che fossi tra le braccia di Morfeo, poi ti sfilavo il telefono dalla tasca e premevo pausa, perché volevo sentire il tuo respiro uniformarsi al rumore delle onde.
Quello era tutto per me.

Yesterday, Valentino

Testo mio

(ma il video l’ho elaborato io 😂)

Eterno ritorno del diverso

Possiamo dirci cambiati

finché non capita esattamente la stessa cosa

che ci fa rendere conto

di non aver fatto neanche un passo –

forse di lato.

Come un cane

che si morde la coda

dell’occhio.

Glycerine

Mi manca tutto ciò che non ho ancora vissuto con te. E’ una nostalgia strana, che non so addomesticare: tu esisti – ma ciò che mi spezza sono i tuoi baci che non conosco, le tue carezze mai sentite, il tuo profumo immaginato.

La teoria quantistica non mi consola. Non mi bastano gli altri universi in cui, forse, ci siamo incontrati. Perché, in quei mondi, non ci sono io. Non quello vero.

Mi chiedo se sia possibile.

Ma se il cuore lo sente, allora la risposta è già sì.

PLAYLIST AGGIORNATA 🙂

Che sa di cuore

Tra risate e racconti, segreti sussurrati e gusti musicali diversi.
Tra le lotte contro il sonno, solo per dirsi “ti amo” prima di dormire.
Tra ricordi che fanno emozionare, sull’orlo del pianto.

A dispetto dei chilometri, di ciò che è giusto, usuale o normale.

Penso, e mi dico: “è successo proprio a me”.

Ti ritroverò, chiudendo gli occhi,
tra le pieghe del mio bacatissimo e romantico cervello,
che sa tanto di cuore.

Errore, corretto

Ricordo quando ci siamo scambiati il numero.
In verità, non è stato uno scambio equo: avevo finto di averlo perso, chiedendolo a una nostra amica in comune.

Ma noi ci eravamo già parlati.
E io mi ero già innamorato.

Sapevo benissimo che sarebbe sembrato strano un mio messaggio.
Eppure ci sono momenti talmente assurdi che il coraggio ti viene fuori quasi da solo.

Di solito non sei disposto a fare brutte figure, a metterti in gioco.
Quel giorno sì.

Ricordo quanto avessi pensato al messaggio perfetto:
una mattinata e un pomeriggio interi buttati al vento.
Ripetevo ad alta voce le varie modalità di saluto,
anche se non avresti potuto capirne il tono —
sarebbe stato solo un elenco di parole,
piene di significato per me
e di stranezza per te.

Erano passate quasi dieci ore quando il mio telefono vibrò.
Una notifica.
Numero sconosciuto.

“Ehi… ciao!”

Era lei.

“Mi ha detto Laura che ti ha dato il mio numero sbagliato.
Ho pensato di correggertelo io… :)”

E non era il messaggio che avevo immaginato per ore.
Era molto meglio.

Non sapevo ancora cosa saremmo stati.
Sapevo solo che, da quel momento in poi,
nulla sarebbe rimasto come prima.

E capii che l’amore non arriva sempre con un bacio,
ma anche con un errore,
corretto.

Al tuo “come stai”

risponderò sempre “tutto bene”.

So che non siete abituati a contenuti multimediali, ma ogni tanto va bene uscire dal seminato. Chiaramente il testo è tutto mio, per le immagini mi sono affidato al web dopo un’affannata ricerca tra mille fonti e scarse skills di montaggio. Per la voce, beh, trucchi del mestiere 😉

PS non so per quale motivo, quando si preme play, non sempre il video parte dall’inizio. In caso scorrete la barra tutta a sx. All’inizio c’è il titolo, non potete sbagliare 🙂


Così semplice (se non fosse per me)

Sarebbe così semplice spiegarti tutto. Fatelo capire senza sottintesi. Guardarti negli occhi, invece di arrossire dietro a una battuta idiota.

Ricevere i tuoi complimenti per la mia simpatia e risponderti con un “anche tu non sei male”, quando vorrei disrti che sei il bene. Anzi: il mio benissimo.

Imparare canzoni che posti sui social solo per canticchiarle in tua presenza anche se non sono il mio genere.

Allungare il rientro a casa per stare con te in metro, assaporare i tuoi silenzi mentre guardi fuori dal finestrino.

Sarebbe così semplice. Ho preparato mille lettere, quattrocento bigliettini, fatto prove davanti allo specchio.

Così semplice dirtelo in aeropoto, mentre stai per partire. Sperare in una scena da film dove ti fermi, mi insulti, magari mi schiaffeggi, ma resti.

Invece sto zitto, ti giri, sorridi. Io ti saluto. Tu non ti muovi. Continuo a salutare e mi maledico.

Poi torni. Ma non sei sola. E mentre mi presenti il tuo ragazzo, capisco che di tutto questo lui non sa niente. Ma non è colpa sua.

Torno da solo in metro. Guardo fuori dal finestrino senza te. Prendo il telefono per scriverti.

Non so cosa.

Mi dico che è così che doveva andare: così semplice, per gente complicata come me.

La prima volta che son venuto a prenderti sotto casa (storia di luna, ansia e primi appuntamenti)

C’era “Kiss Me” dei Sixpence che girava nella mia musicassetta. Nella mia testa, invece, era più una scena del Titanic che commedia romantica.

Guardavo le ombre diestro la tua finestra. Di sbieco, verso lo specchietto, mi passavo sopra la mano sulla barba appena fatta, sperando di non sembrarti carta vetrata al tocco.

Che poi “tocco”… al massimo potevo ambire a un bacio sulla guancia.

L’orologio diceva che ero in anticipo di venti minuti. Potevo fare un giro del quartiere, ma avevo paura di fare tardi. Follia.

Alzai gli occhi alla luna: era spettacolare. Mi chiedevo se fossi il tipo che si lascia ancora sorprendere da queste cose.

Ci conoscevamo da poco ed eravamo usciti solo per coincidenze “comode”: regali ad amici del gruppo. Quella serata l’avevo spacciata per un aperitivo di ringraziamento.

Così, pensavo, avrei abbassato le tue aspettative e la mia ansia da prestazione. Ero nervoso fino al midollo, ma deciso a non farlo vedere.

Poi eri apparsa, con dieci minuti d’anticipo. <Ciao! Aspetta, ma hai qualcosa di diverso dal solito.> dicevi, sfiorandomi il viso prima di prendere il casco. <Un attimo…> avevi aggiunto, toccandomi la spalla, <hai visto che bella la luna stasera?>.

Quello che penso? Che ci sono prime volte in cui ti prepari a recitare una parte: ti fai la barba, ripassi le battute in testa, ti convinci che devi sembrare sicuro, esperto, “grande”. Poi arrivi sotto casa sua, con una canzone troppo romatica nella musicassetta e venti minuti di anticipo addosso. Guardi la sua finestra, ti sistemi allo specchietto, alzi gli occhi alla luna cercando una rassicurazione planetaria.

E scopri che dall’altra parte c’è qualcuno che guarda la stessa luna, sente la stessa elettricità addosso, e la prima cosa che ti dice non è “sei in anticipo” ma “hai visto che bella la luna stasera?”.

Playlist aggiornata 🙂

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