Il terzo con tre nomi

Sei il terzo e quindi hai tre nomi. No, so che non c’entra nulla. Sei arrivato un po’ prima del mio compleanno e mentirei se non ti dicessi che speravo nascessi come me. Però poi ho pensato che ci saremmo dovuti dividere gli auguri e i baci e gli abbracci. E questo forse poteva far nascere qualche occhiataccia gelosa. Oppure poteva essere la scusa per fare una mega festa tutti insieme. Insomma, alla fine hai deciso da solo quando nascere e hai preso un giorno dedicato a te. E quel giorno ti penso più degli altri, perché gli altri ti penso. Ed essendo maschietto come me, potrei avere più facilità nel pensare ad un regalo. Però i tempi sono cambiati dalla mia infanzia, e allora mi dovrò scervellare. Ma mi scervellerò sorridendo, perché quel giorno ti penserò più degli altri. E non voglio ti fischino le tue orecchie di bambino per questo, ma trasformerò il fischio in una carezza di vento. E allora ogni volta che la sentirai, saprai che ti penso più forte anche se siamo lontani.

Per leggere il post sulla prima: Fragolina
E invece sulla seconda: Non perché sei la seconda

L’ultimo giorno di quell’infanzia

C’è stato un momento in cui sono sono sceso a giocare in cortile, senza accorgermi che il tempo fosse passato e che la bici non sembrava così alta. Senza rendermi conto che tirassi il pallone un po’ più forte (ma sempre impreciso). Quel momento in cui il richiamo di mia madre per tornare a casa non c’era più perché guardavo un cellulare monoriga dotato di orologio e sistema di messaggistica. Lo stesso momento in cui il pallone sotto le auto lo raggiungevo più facilmente e si parlava di più, giocando di meno. C’è stato il momento in cui le nostre voci nel cortile risuonavano meno infantili e acute, e ci scambiavano più difficilmente per qualche nostra sorella.
C’è stato un giorno in cui ci siamo salutati tra noi amici del cortile, certi come sempre che ci saremmo visti l’estate successiva, senza sapere che invece era l’ultimo giorno di quell’infanzia.

Tantissimo così

Penso ai bambini,
che quando ti dicono
“ti voglio bene tanto così”
allargano le braccia al loro massimo
e per loro è una distanza siderale tra le mani.
Una quantità infinita.
Ecco, quando mi chiedi
quanto io ti ami, immaginami così:
come un bambino
che prende un bel respiro
e allarga le braccia
tantissimo così.

Playlist aggiornata dopo tanto! 😉

Quarantena

Quell’amore vissuto
come se fosse in quarantena.
Indossando maschere per proteggersi,
ma continuando a sbirciare.
Lavandocene le mani,
più e più volte,
per eliminare ogni residuo di delusione.
Mantenendo le distanze.
Trattenendo il respiro.
Aspettandodi poter uscire,
nascondendosi solo dietro la propria timidezza
e distanze da poter colmare con uno sguardo.

Nel modo più intenso possibile

Mi chiedo come avrei vissuto questo periodo se fossi stato un ragazzino nella mia vecchia città. Seduto alla scrivania di camera mia, sotto la quale mi nascondevo quando ero ancora più piccolo, ascoltando qualche automobile svoltare la curva dietro casa e il vento che smuoveva l’albero altissimo di fronte. Mi sarei probabilmente girato verso il poster di Che Guevara di mio fratello appeso al muro o avrei perso tempo fissando il pavimento composto da riquadri di varie forme e colori, cercando di unirli mentalmente per formare dei volti, immaginando dei dialoghi tra quelle composizioni. Avrei fatto sopra e sotto col mio letto a castello, ogni tanto assopendomi per la noia e fissando le mensole della stanza piene di libri fingendo di riuscire a leggerli e conoscerli guardando semplicemente il dorso della copertina. O indovinando il titolo dal loro colore esterno. Avrei ascoltato i passi dei miei genitori, il telegiornale o il suono dello sfogliare delle loro riviste. Mi sarebbe sembrata un’estate infinita. Avrei scelto il bagno in fondo al corridoio e non quello più vicino, per poter fare due passi e vedere le altre stanze silenziose. Avrei aspettato di sentire il primo bambino scendere in cortile per chiedere a mia volta il permesso. Avrei perso tempo che, guardandolo adesso, mi sembra invece vissuto nel modo più intenso possibile.

Nella mia condizione

Vorrei dirti quello che penso e continuo a provare, anche se è come parlare con un sordo o con un muro. Forse il muro fa meno male, perché non ha i tuoi occhi, le tue mani e tutto il resto. Mi mancano i nostri litigi. Sembra assurdo perché li detestavo con tutto me stesso. Mi manca quando sbattevi la porta, dicevi di andarmene via e mi appoggiavo per sentire il tuo respiro. Mi manca tutto di te, di noi. Guardare qualche film e raccontartelo il giorno dopo perché ti eri addormentata. Aprire il frigo e non sapere cosa mangiare e sentirti sbuffare perché non riuscivo a decidermi. Mi manchi. E penso di esserti mancato anche io all’inizio. Si dice sempre che “avrebbe voluto che tu andassi avanti e fossi felice”. Non sono sicuro. Io vorrei che tu fossi felice, non che andassi avanti. Ma, nella mia condizione, ti guardo sorridere e andare avanti e posso solo aspettarti. E se spero che sia il giorno più lontano possibile per te, allora, se ci penso meglio, quello che si dice è vero.

Ti accompagno io

Ti accompagno io, non avere paura. Ti prendo per mano, senza guardarti negli occhi, come quando ci si urlava contro e si faceva pace ma senza dire niente. E per la vergogna si guardava a terra, senza incrociare i nostri sguardi. Ti accompagno io, non temere di sbagliare strada. Come quando ci dicevamo di essere una la bussola dell’altro. Un punto fermo, qualcosa da tenere sempre in mente quando ci si sentiva persi. Ti accompagno io, non sentirti sbagliato. Come quando ti dicevo sempre: non sei tu ad essere sbagliato, ma sbagli come tutti. E ti chiudevi a riccio, mi dicevi solo che non era vero. Fino a quando arrivavo a dire a me stessa che tu eri sbagliato. Per me. Ti accompagno io, anche se vorrei non conoscere la strada. Come quando ho indicato la porta di casa, la nostra casa. Ti accompagno io, perché è il momento. Ti accompagno a questa porta dei miei sogni e ti lascio uscire. È il momento che tu esca da tutti i miei pensieri. E ora che ti ho accompagnato fuori, e ho gettato via la chiave, mi sento sola. Ma felice. E, ti prego, non tornare. Anche se troverai la chiave che ho nascosto nel taschino della tua giacca. Non tornare. Perché non so se ti riaccompagnerei fuori. O se ti vendicherai e sarai tu a farlo con me.

PRESENTAZIONE TORINO

Cari tutti, sono felicissimo di poter condividere l’invito ufficiale (prima di questo istante poteva essere solo un sogno bellissimo) per la presentazione che terrò a Torino del mio ultimo libro !
Con me, per aiutarmi ad articolare un discorso sensato, ci saranno Marco e Davide che conoscete come Radical Ging.
Vi aspetto per parlare assieme di turbe mentali, amore, meteo e tanto altro!
PS spargete la voce, mi raccomando !!
Un abbraccio
Curi

Verbale

Ti guardavo e mi facevo coraggio. Di giorno in giorno ero sempre più convinta che le cose sarebbero andate bene. E per “bene” intendevo un ragionamento di quelli come “attraverso senza guardare, tanto sono sulle strisce pedonali e, se mi investono, mi devono risarcire.” Attraversavo le nostre strade fatte di incroci senza semafori. A volte mettevi semafori non perfettamente sincronizzati. Per testarmi. Per capire quanto ci tenevo a noi, se ero pronta a rischiare il tutto per tutto. Lo facevi sempre più frequentemente, ma io sopravvivevo e credevo fosse un segnale positivo. E non mi rendevo conto di quante volte ero io il coducente del mezzo che per poco non ti investiva. Quasi per gioco, quasi per non so cosa. Non mi rendevo conto di quanto fosse autolesionista tutto questo. Di quanto ci facesse male. Di quanto mi facesse male. Puoi perdere tutto. E se ti dono tutta me stessa, se le cose vanno male? Non mi interessava la risposta a queste domande, finché non rimasi da sola a scrivere un verbale mai terminato sul nostro amore finito.

Ingenuo terzo incomodo

Quando ero bambino ascoltavo al telefono mio fratello e mia sorella con le loro dolci metà ma non comprendevo bene la situazione. Volevo capire cosa ci fosse da dirsi ogni giorno. Ero petulante, me ne rendo conto. Li infastidivo, ed era il mio obiettivo primario. Per curiosità e per gelosia del tempo che mi veniva rubato con loro. Anche se non c’era niente da fare, nella realtà. Rompevo le scatole e non mi capacitavo di questo sentimento, fino a quel impostomi alle scuole elementari da un gruppo di bambine che mi aveva affibiato una loro amichetta. Loro chiamavano e io ero il terzo incomodo. Mi scoprivano immediatamente, ma il brivido di poter captare qualcosa, magari da riciclare da grande, mentre in quel momento la usavo per prenderli in giro, era davvero entusiasmante. Cosa fanno oggi i fratelli minori? Leggono whatsapp di nascosto? Non è la stessa cosa. E, forse, un po’ del mio romanticismo, lo devo a queste mie incursioni da piccolo ingenuo rompiscatole nascosto accanto al mobiletto del telefono di casa.

Voci precedenti più vecchie

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