Spazi e difetti

Ho bisogno
dei miei spazi.
Quelli
dove ci sei
anche tu.

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Quando mi ricordo
che non posso averti
penso ai tuoi difetti
per facilitare il distacco.
Il problema
è che amo
anche quelli.

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Quando meno te lo aspetti

Immagine

Ancora, noi

Vederti,
insignificante per me,
uscire in gruppo,
guardarti,
pettegolezzi,
sempre meno gente in giro,
conoscerti,
poi a casa mia,
uscire da soli,
ancora,
sfiorarsi,
contorni,
parole,
non ti ascolto più,
il vento freme tra i tuoi capelli,
ballare,
abbracciarsi,
scriversi,
arrabbiarsi,
uscire,
ancora,
baciarsi,
e poi,
ancora,
noi.

Foglie morte

C’è che mi piacerebbe essere come quella foglia morta che si stacca dall’albero e finisce sui tuoi capelli e tu lentamente mi sposti,seccata e pensierosa. Non vorrei essere il rossetto che porterai,perchè il rossetto si caccia via dopo una bella serata. C’è non mi hai mai chiesto di scriverti niente eppure io continuo a farlo. C’è che mi piacerebbe essere un libro che leggi più volte e sentire i tuoi polpastrelli che mi sfiorano. Quando mi arrabbio vorrei che tu fossi una stella,così lontana e distante dalla mia rabbia. Ma le stelle le vedono tutti e non vorrei che tu diventassi commerciale. C’è che ti voglio e i treni sono troppo lenti e gli aerei troppo poco poetici. Se guardo le coppie in giro per la città penso a noi, aspetto te. C’è che le tue spalle forse hanno bisogno della mia giacca. Lo sai che continuerò a scrivere su di te e magari quando non scriverò più è perchè te lo starò finalmente sussurrando. C’è che queste mie amorevoli e maledette foglie morte continuano a cadere, ma tu non passi mai sotto i miei alberi.

Scontrino

Ho conservato lo scontrino di quando abbiamo cenato assieme. L’ho conservato per paura di dimenticare il giorno di settembre, il terzo di due anni fa?O forse per non dimenticare il meteo instabile di quella giornata con circa 14 gradi? O magari per paura di dimenticare l’ubicazione vicino alla piazza centrale in quella stradina stretta al numero dodici? Certamente temevo di dimenticare gli antipasti di mare, il tuo con più verdure del mio, il mio risotto e le tue tagliatelle, la spruzzatina di limone sul pesce al cartoccio, la tua creme brulee e il caffè che io non ho preso? Forse era rilevante per il numero del tavolo in progressione il quindicesimo e Alberto il cameriere di cui forse non ricorderei il nome. Non so se questi rischi li potrei mai correre. L’ho conservato per ciò che non riporta. Non la data, non il ristorante, nè la via. Non le portate, le salse, i dessert, non il tavolo il cameriere. L’ho conservato per ricordare quel bacio sotto i portici che ti ho dato appena usciti da lì. E forse non serve nemmeno per quello. Ma non mi dispiacerebbe sentire con le mani la carta ormai consumata e ritornare con la mente a quel giorno.

Il lobo dell’orecchio

Ti tocco il lobo dell’orecchio perché mi rassicura. Mi fa sentire in pace appoggiare l’indice dietro e accarezzarlo con il pollice. Chiamala follia, chiamalo feticismo. Tocco il lobo del tuo orecchio e lo sfrego per esprimere un desiderio. Lo faccio per cercare qualche suono che ti è rimasto impresso, qualche mia parola che non hai ascoltato e la cullo dolcemente con le mie dita senza forzarla ad entrare. Provo a cancellare parole sbagliate che ho detto, lo sfrego forte per chiederti scusa. Accarezzo il lobo del tuo orecchio per dire che ci sono, lo sfioro mentre dormi per non svegliarti ma per non farti dimenticare che il mattino dopo sarò con te. Quando sei pensierosa mi avvicino e azzardo un bacio, non troppo rumoroso per non disturbarti, ma abbastanza vero da farti girare per fartene dare uno sulle labbra. Tocco il lobo del tuo orecchio e quando lo faccio tu sorridi con la coda dell’occhio.
E tutto ciò che ti fa sorridere è buono. E fa sorridere anche me.

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Baciami

Baciami.
Togliti l’orologio
e baciami,
senza badare al tempo.
Posa quel telefono,
usa la tua mano
per prendere la mia.
Non guardarti indietro,
ma scruta coi tuoi occhi
le parole che non so dirti
e sono proprio qui,
dentro ai miei.

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