Troppo pieno

Di parole non dette

per paura di rimangiarsele,

di stelle non guardate

perché solo quelle cadenti hanno valore,

di aquiloni che non volano

per non rischiare di schiantarsi al suolo,

di sguardi che non si incontrano

per non dare spiegazioni a quegli incroci involontari,

di tramonti oscurati dalle tapparelle

di albe evitate per non svegliarsi

di nuvole non richieste

è troppo pieno il nostro cielo.

Dislessia d’amore

La mia dislessia in amore
mi ha sempre portato
a dirti
che ti armo
che mi panchi
e ti tornei.
Ma se tu avessi voluto
avresti capito
senza lasciarti scappare
facendomi annegare
nei miei silenzi
senza errori.

Una scusa (nell’attesa)

Ci siamo incontrati da bambini, in una di quelle situazioni imbarazzanti nelle quali i genitori si conoscono e ti obbligano a presentarti, spingendoti a nasconderti dietro di loro e biascicare un “ciao…”. Da dietro le gambe di tua madre io già avevo capito tutto. Non perché fossi un bambino sveglio, ma perché il cuore era puramente a mille e mi diceva che eri tu. Eravamo nella stessa classe alle elementari, e io giocavo con le figurine mentre tu sicuramente parlavi dei massimi sistemi con le altre compagne. Però a casa tornavamo insieme e, per attraversare la strada, mi prendevi la mano. E io inventavo scorciatoie che in realtà si rivelavano percorsi pieni di attraversamenti pedonali. Solo per prenderti la mano. Solo per avere questa scusa. Ho obbligato i miei genitori ad iscrivermi alle stesse scuole medie, ma non avevi più bisogno della mano per attraversare. Sentivo che non avevi più bisogno che ti invitassi a casa per mangiare quando i tuoi genitori non c’erano. Non avevo scuse per averti vicina e mi feci da parte per tre anni. Al liceo andai al classico anche se odiavo greco e similari, ma tu eri bravissima. Mi feci bocciare e ti chiesi di darmi ripetizioni. Solo per avere una scusa per stare con te. E quando sbagliavo mettevi la tua mano sopra la mia, come quando dovevo attraversare la strada. Stavo male al pensiero che ti piacesse il mio migliore amico, ma ti dissi che ti avrei aiutata a conquistarlo. Scrissi ogni giorno qualche idea per farti avanti. Ti ho aiutata quando dovevi sposarti con lui, per avere sempre la solita scusa per far parte della tua vita. Ti ho aiutata a traslocare e la tua mano sfiorava la mia quando sollevavo scatoloni pesanti. Ho fatto tutto questo per avere una scusa. E queste scuse sono finite tanto tempo fa. Ma le uniche scuse che devo fare sono al mio cuore puro di bambino che ho continuato ad illudere fino a diventare vecchio, nell’attesa di avere una scusa per poterti dire quello che volevo dirti nascosto dietro le gambe di mia madre e prenderti la mano per attraversare la vita insieme.

(Per tutte le volte che)

Per tutte le volte che ti sei sentita sbagliata,
che non ti hanno fatta sentire importante,
che hai nascosto i tuoi desideri per non essere giudicata
o perché hai pensato di poter aspettare,
senza accorgerti che il tempo era passato
e nessuno fa arrivare il tuo turno.

Per tutte le volte che
“mi piaci così come sei però”
“non cambierei niene però”

Però, forse, dovresti stare zitto.

E tu non far passare nessuno davanti ai tuoi sogni, nemmeno se sono più piccoli
(come quando fai passare avanti qualcuno al supermercato).

Scegli

Scegli te stesso
prima di essere scelto,
ma non nasconderti
quando scegli anche tu.

Scegli il sorriso
dopo aver pianto,
ma piangi se lo vuoi
senza nasconderti dietro un sorriso.

Scegli l’attesa
agli amori facili,
ma scegli l’amore
al non rischiare mai.

Bonus track

Ci scambiavano musicassette per condividere la nostra passione per la musica. Io avevo anche una passione per lei, ma non sapevo come dirglielo. Così, tra canzoni impegnate, inserivo anche qualche pezzo romantico. Quasi come fosse un errore e lei non dovesse darci peso, anche se speravo che lo desse. Tutto il peso possibile. E lei mi regalava musicassette con musica jazz, niente di romantico. Un giorno, quando avevo ormai perso le speranze, arrivai per caso alla fine della musicassetta e sentii una voce. Era la sua voce che cantava una canzone d’amore. Io che pensavo di aver usato invano chilometri di nastro per incidere messaggi nascosti, mi ritrovai a consumare la sua bonus track. E quando ci vedemmo, ci guardammo negli occhi. Ma la timidezza ci vinse. E continuammo a scambiarci musicassette. Io con canzoni d’amore nascoste in mezzo a quelle impegnate e lei impegnandosi a nascondere la voce del canto del suo cuore alla fine delle musicassette.

Il terzo con tre nomi

Sei il terzo e quindi hai tre nomi. No, so che non c’entra nulla. Sei arrivato un po’ prima del mio compleanno e mentirei se non ti dicessi che speravo nascessi come me. Però poi ho pensato che ci saremmo dovuti dividere gli auguri e i baci e gli abbracci. E questo forse poteva far nascere qualche occhiataccia gelosa. Oppure poteva essere la scusa per fare una mega festa tutti insieme. Insomma, alla fine hai deciso da solo quando nascere e hai preso un giorno dedicato a te. E quel giorno ti penso più degli altri, perché gli altri ti penso. Ed essendo maschietto come me, potrei avere più facilità nel pensare ad un regalo. Però i tempi sono cambiati dalla mia infanzia, e allora mi dovrò scervellare. Ma mi scervellerò sorridendo, perché quel giorno ti penserò più degli altri. E non voglio ti fischino le tue orecchie di bambino per questo, ma trasformerò il fischio in una carezza di vento. E allora ogni volta che la sentirai, saprai che ti penso più forte anche se siamo lontani.

Per leggere il post sulla prima: Fragolina
E invece sulla seconda: Non perché sei la seconda

L’ultimo giorno di quell’infanzia

C’è stato un momento in cui sono sono sceso a giocare in cortile, senza accorgermi che il tempo fosse passato e che la bici non sembrava così alta. Senza rendermi conto che tirassi il pallone un po’ più forte (ma sempre impreciso). Quel momento in cui il richiamo di mia madre per tornare a casa non c’era più perché guardavo un cellulare monoriga dotato di orologio e sistema di messaggistica. Lo stesso momento in cui il pallone sotto le auto lo raggiungevo più facilmente e si parlava di più, giocando di meno. C’è stato il momento in cui le nostre voci nel cortile risuonavano meno infantili e acute, e ci scambiavano più difficilmente per qualche nostra sorella.
C’è stato un giorno in cui ci siamo salutati tra noi amici del cortile, certi come sempre che ci saremmo visti l’estate successiva, senza sapere che invece era l’ultimo giorno di quell’infanzia.

Tantissimo così

Penso ai bambini,
che quando ti dicono
“ti voglio bene tanto così”
allargano le braccia al loro massimo
e per loro è una distanza siderale tra le mani.
Una quantità infinita.
Ecco, quando mi chiedi
quanto io ti ami, immaginami così:
come un bambino
che prende un bel respiro
e allarga le braccia
tantissimo così.

Playlist aggiornata dopo tanto! 😉

Quarantena

Quell’amore vissuto
come se fosse in quarantena.
Indossando maschere per proteggersi,
ma continuando a sbirciare.
Lavandocene le mani,
più e più volte,
per eliminare ogni residuo di delusione.
Mantenendo le distanze.
Trattenendo il respiro.
Aspettandodi poter uscire,
nascondendosi solo dietro la propria timidezza
e distanze da poter colmare con uno sguardo.

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