Così semplice (se non fosse per me)

Sarebbe così semplice spiegarti tutto. Fatelo capire senza sottintesi. Guardarti negli occhi, invece di arrossire dietro a una battuta idiota.

Ricevere i tuoi complimenti per la mia simpatia e risponderti con un “anche tu non sei male”, quando vorrei disrti che sei il bene. Anzi: il mio benissimo.

Imparare canzoni che posti sui social solo per canticchiarle in tua presenza anche se non sono il mio genere.

Allungare il rientro a casa per stare con te in metro, assaporare i tuoi silenzi mentre guardi fuori dal finestrino.

Sarebbe così semplice. Ho preparato mille lettere, quattrocento bigliettini, fatto prove davanti allo specchio.

Così semplice dirtelo in aeropoto, mentre stai per partire. Sperare in una scena da film dove ti fermi, mi insulti, magari mi schiaffeggi, ma resti.

Invece sto zitto, ti giri, sorridi. Io ti saluto. Tu non ti muovi. Continuo a salutare e mi maledico.

Poi torni. Ma non sei sola. E mentre mi presenti il tuo ragazzo, capisco che di tutto questo lui non sa niente. Ma non è colpa sua.

Torno da solo in metro. Guardo fuori dal finestrino senza te. Prendo il telefono per scriverti.

Non so cosa.

Mi dico che è così che doveva andare: così semplice, per gente complicata come me.

La prima volta che son venuto a prenderti sotto casa (storia di luna, ansia e primi appuntamenti)

C’era “Kiss Me” dei Sixpence che girava nella mia musicassetta. Nella mia testa, invece, era più una scena del Titanic che commedia romantica.

Guardavo le ombre diestro la tua finestra. Di sbieco, verso lo specchietto, mi passavo sopra la mano sulla barba appena fatta, sperando di non sembrarti carta vetrata al tocco.

Che poi “tocco”… al massimo potevo ambire a un bacio sulla guancia.

L’orologio diceva che ero in anticipo di venti minuti. Potevo fare un giro del quartiere, ma avevo paura di fare tardi. Follia.

Alzai gli occhi alla luna: era spettacolare. Mi chiedevo se fossi il tipo che si lascia ancora sorprendere da queste cose.

Ci conoscevamo da poco ed eravamo usciti solo per coincidenze “comode”: regali ad amici del gruppo. Quella serata l’avevo spacciata per un aperitivo di ringraziamento.

Così, pensavo, avrei abbassato le tue aspettative e la mia ansia da prestazione. Ero nervoso fino al midollo, ma deciso a non farlo vedere.

Poi eri apparsa, con dieci minuti d’anticipo. <Ciao! Aspetta, ma hai qualcosa di diverso dal solito.> dicevi, sfiorandomi il viso prima di prendere il casco. <Un attimo…> avevi aggiunto, toccandomi la spalla, <hai visto che bella la luna stasera?>.

Quello che penso? Che ci sono prime volte in cui ti prepari a recitare una parte: ti fai la barba, ripassi le battute in testa, ti convinci che devi sembrare sicuro, esperto, “grande”. Poi arrivi sotto casa sua, con una canzone troppo romatica nella musicassetta e venti minuti di anticipo addosso. Guardi la sua finestra, ti sistemi allo specchietto, alzi gli occhi alla luna cercando una rassicurazione planetaria.

E scopri che dall’altra parte c’è qualcuno che guarda la stessa luna, sente la stessa elettricità addosso, e la prima cosa che ti dice non è “sei in anticipo” ma “hai visto che bella la luna stasera?”.

Playlist aggiornata 🙂

Feeling this (Blink)

Ero venuto a prenderti per andare a una festa.
Tu mi piacevi già un casino, ma tu non lo sapevi.
O almeno io ero convinto, come al solito, che nessuno mi capisse davvero.

Sul bus ci sediamo uno accanto all’altra.
Io ho le mie cuffiette col filo, non quelle fighe bluetooth.
Da giorni mi porto nello zaino uno sdoppiatore che ho trovato per caso in un negozio,
e un paio di auricolari “in più” che in realtà ho comprato apposta per te.

Mi chiedi: «Cosa stavi ascoltando?».
Subito mi vergogno: tu sei il tipo da Guccini, Vecchioni.
Io stavo ascoltando i Blink, quelli che mi hanno salvato le giornate chiuso in camera.
Così farfuglio: «No, niente di che… lascia stare».

Tu insisti.
Io tiro fuori lo sdoppiatore, e tu ridi: «Ma che cos’è ‘sto aggeggio? Dammi la tua cuffia e basta».

Allora la prendo, la guardo per vedere se c’è anche solo un granello di polvere.
Le mani sudate, le paranoie a mille.
Te la porgo con mille premesse:
«Non so se ti piace… è una cosa un po’ adolescenziale…»
Tu mi sorridi: «Fammi sentire».

Per tutto il tragitto restiamo così.
Spalla contro spalla, a guardare fuori dal finestrino,
la testa che ondeggia appena a tempo con la musica.
Il tuo sorriso è quasi impercettibile, ma io lo vedo chiarissimo.

A un certo punto mi prendi la mano e la stringi.
«Ma non dovevamo scendere quattro fermate fa per la festa?» mi chiedi.
Io ti guardo e ti rispondo:
«Sei tu che guardavi fuori dal finestrino… perché non me l’hai detto?».

Non mi lasci la mano.
E noi, invece di tornare indietro, continuiamo il viaggio.

Playlist aggiornata 🙂

Scusa, devo rispondere

Racconto sempre ridendo di noi due, solleticando il mio spirito tra battute e imprecisioni per impressionare sempre di più.
Non biasimarmi: giuro che le modifiche non danno più credito a me che a te.
Anzi: punto sempre sul mio non essere molto sveglio in termini di conquista.
Se cavalco l’onda dei bei ricordi con battute, vocine e imitazioni, l’espressione della gente si fa sempre stranita quando mi interrompo all’improvviso.

Ed è sempre nello stesso identico punto, sempre allo stesso identico modo.
E lì no, non c’è alcuna sbavatura o figura retorica.
Non ho un copione, la realtà non ne ha bisogno.

Davanti a me si palesa sempre l’atmosfera del “ma cosa è successo?”, “cosa hai combinato?”.

Quando arriva quel momento, chiedo scusa perché c’è il mio telefono che squilla e devo necessariamente rispondere.

Per fortuna soltanto tu sai che non ho mai avuto una suoneria.

Spoiler 2.0, beh

Mi sono fatto prendere il cuore, più che la mano.
Lo so, mi dispiace, ho sempre creduto che l’amore, quello vero, dovesse essere struggente.
Che la noia fosse una nemica, che i porti sicuri avrebbero fatto allontanare le tue navi per cercare avventure più interessanti.
Ma tu non mi hai mai chiesto questo: solo di guidare il timone insieme fuori dalle tempeste, non di stanarle per dimostrare che potevamo resistere anche quando non ce n’era bisogno.

Spoiler: io sono rimasto ancora sullo scoglio dove ci siamo sfracellati, senza cannocchiale né mappe per tornare.

Mentre tu – spoiler 2.0 – beh, sei approdata altrove, senza voltarti.

Cuori su piatti d’argento

Ho affrontato tante prove che riguardavano noi due.

La più facile? Potrei dire odiarti, ma sarebbe banale
La più difficile? Mentirei dicendo che è stata dimenticarmi di te.

Ma se chiudo gli scuri degli sguardi altrui,
di ciò che ci si aspetta dopo tutta la vita
che mi è passata davanti,
delle prospettive sperate
e dei cuori che ci sono stati offerti
su piatti d’argento,
vuoi davvero che ti dica la verità?

Sì, è così.

E non posso,
e non voglio,
farne a meno.

Ma questo già (non) lo sai.

Non stupiamoci

Non ti ho nascosta ai venti d’autunno
e con spavalderia ci siamo bruciati e consumati d’estate.
Aggiungici che d’inverno non ti sei stretta a me quando ti si gelava il cuore:
non stupiamoci se in primavera non siamo più rifioriti.

Più ciechi che romantici

Ci trovavamo in mezzo a tante persone, con luci basse e un semibuio studiato per creare atmosfera, che però stava rendendo tutti più ciechi che romantici.
Con un lento che non mi piaceva nemmeno – ma che mi è impossibile dimenticare – e addosso un maglione di 3-4 taglie più grande di me.
Barba da finto ex-sbarbatello, capello corto insensato per quelle temperature.
Sguardo per sembrare misterioso, ma che ti faceva sembrare intronato.

Amici che avrebbero dovuto accompagnarti a casa e invece sparivano chissà dove con chissà chi.

“Ma davvero, loro? Sono sicuro che non hai visto bene, cazzodici”.

Invece è proprio dove e con chi nessuno penserebbe all’amore che l’abbiamo trovato.

Strano a dirsi, quando tutto ormai filava sotto la luce più luminosa dell’universo, ad eccezione di qualche nuvoletta che – erroneamente – ritenevo più Fantozziana che temporalesca, abbiamo mandato tutto a puttane.

Di questo son certo

Di una cosa sono certo:
se tutto questo non fosse finito,
io fossi stato tuo e tu fossi stata mia,
la mia vita contagiata dalla tua e la tua dalla mia,
i tuoi sorrisi motivo dei miei e i miei motivo dei tuoi,
le albe sotto le tue coperte fossero state anche le mie,
le cose non sarebbero andate comunque come avremmo voluto.
Né come avremmo sognato.
Tantomento sperato.
E men che meno meritato.

Stampino originale (ma allora?)

Sbarazzarsi di me, del ricordo che hai di me, è facile a dirsi e a farsi: ho commesso tanti sbagli, ho più difetti di quanti ne possa avere l’uomo peggiore con cui pensavi di stare insieme. 

Lo so che è così, che ci hai sbattuto la testa mille volte: su quanto avresti voluto che migliorassi, col mio potenziale infinito e mai sfruttato.

Per paura, pigrizia o chissà cosa mi potesse mai passare per la testa che non fosse allineato con il tuo modo di vedere la vita.

Sulle influenze che potevo avere sulla tua gioventù in fiore, brillante di paillette, ricchi premi e cotillon che stonavano con i miei percorsi, che disegnavo ancora come montagne da elettrocardiogramma degne delle abilità artistiche di un bambino dell’asilo.

Sicuramente oggi hai accanto chi è riuscito a entrare nello stampino originale.

Quello che avevi disegnato per me, e in cui non sono mai riuscito a entrare, pur provandoci con compromessi e promesse che si sono rivelate vaghe e deleterie.

A me sta bene avere il record di occasioni sfumate. Perché sono quelle che il tuo cuore – che comanda oltre il tuo cervello e la tua razionalità fasulla – farà fatica a dimenticare.

E quando ti tornerò in mente – anche se con disprezzo – non potrai nascondere il sorriso per quelle poche ma intensissime e ineguagliabili sensazioni che ti ho fatto provare.

E nessuno, al diavolo l’umiltà, potrà mai farti provare.

Ma, allora, se è davvero così: perché sono solo io dei due quello che ricorda ancora?

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