Scegli

Scegli te stesso
prima di essere scelto,
ma non nasconderti
quando scegli anche tu.

Scegli il sorriso
dopo aver pianto,
ma piangi se lo vuoi
senza nasconderti dietro un sorriso.

Scegli l’attesa
agli amori facili,
ma scegli l’amore
al non rischiare mai.

Bonus track

Ci scambiavano musicassette per condividere la nostra passione per la musica. Io avevo anche una passione per lei, ma non sapevo come dirglielo. Così, tra canzoni impegnate, inserivo anche qualche pezzo romantico. Quasi come fosse un errore e lei non dovesse darci peso, anche se speravo che lo desse. Tutto il peso possibile. E lei mi regalava musicassette con musica jazz, niente di romantico. Un giorno, quando avevo ormai perso le speranze, arrivai per caso alla fine della musicassetta e sentii una voce. Era la sua voce che cantava una canzone d’amore. Io che pensavo di aver usato invano chilometri di nastro per incidere messaggi nascosti, mi ritrovai a consumare la sua bonus track. E quando ci vedemmo, ci guardammo negli occhi. Ma la timidezza ci vinse. E continuammo a scambiarci musicassette. Io con canzoni d’amore nascoste in mezzo a quelle impegnate e lei impegnandosi a nascondere la voce del canto del suo cuore alla fine delle musicassette.

Il terzo con tre nomi

Sei il terzo e quindi hai tre nomi. No, so che non c’entra nulla. Sei arrivato un po’ prima del mio compleanno e mentirei se non ti dicessi che speravo nascessi come me. Però poi ho pensato che ci saremmo dovuti dividere gli auguri e i baci e gli abbracci. E questo forse poteva far nascere qualche occhiataccia gelosa. Oppure poteva essere la scusa per fare una mega festa tutti insieme. Insomma, alla fine hai deciso da solo quando nascere e hai preso un giorno dedicato a te. E quel giorno ti penso più degli altri, perché gli altri ti penso. Ed essendo maschietto come me, potrei avere più facilità nel pensare ad un regalo. Però i tempi sono cambiati dalla mia infanzia, e allora mi dovrò scervellare. Ma mi scervellerò sorridendo, perché quel giorno ti penserò più degli altri. E non voglio ti fischino le tue orecchie di bambino per questo, ma trasformerò il fischio in una carezza di vento. E allora ogni volta che la sentirai, saprai che ti penso più forte anche se siamo lontani.

Per leggere il post sulla prima: Fragolina
E invece sulla seconda: Non perché sei la seconda

L’ultimo giorno di quell’infanzia

C’è stato un momento in cui sono sono sceso a giocare in cortile, senza accorgermi che il tempo fosse passato e che la bici non sembrava così alta. Senza rendermi conto che tirassi il pallone un po’ più forte (ma sempre impreciso). Quel momento in cui il richiamo di mia madre per tornare a casa non c’era più perché guardavo un cellulare monoriga dotato di orologio e sistema di messaggistica. Lo stesso momento in cui il pallone sotto le auto lo raggiungevo più facilmente e si parlava di più, giocando di meno. C’è stato il momento in cui le nostre voci nel cortile risuonavano meno infantili e acute, e ci scambiavano più difficilmente per qualche nostra sorella.
C’è stato un giorno in cui ci siamo salutati tra noi amici del cortile, certi come sempre che ci saremmo visti l’estate successiva, senza sapere che invece era l’ultimo giorno di quell’infanzia.

Tantissimo così

Penso ai bambini,
che quando ti dicono
“ti voglio bene tanto così”
allargano le braccia al loro massimo
e per loro è una distanza siderale tra le mani.
Una quantità infinita.
Ecco, quando mi chiedi
quanto io ti ami, immaginami così:
come un bambino
che prende un bel respiro
e allarga le braccia
tantissimo così.

Playlist aggiornata dopo tanto! 😉

Quarantena

Quell’amore vissuto
come se fosse in quarantena.
Indossando maschere per proteggersi,
ma continuando a sbirciare.
Lavandocene le mani,
più e più volte,
per eliminare ogni residuo di delusione.
Mantenendo le distanze.
Trattenendo il respiro.
Aspettandodi poter uscire,
nascondendosi solo dietro la propria timidezza
e distanze da poter colmare con uno sguardo.

Nella mia condizione

Vorrei dirti quello che penso e continuo a provare, anche se è come parlare con un sordo o con un muro. Forse il muro fa meno male, perché non ha i tuoi occhi, le tue mani e tutto il resto. Mi mancano i nostri litigi. Sembra assurdo perché li detestavo con tutto me stesso. Mi manca quando sbattevi la porta, dicevi di andarmene via e mi appoggiavo per sentire il tuo respiro. Mi manca tutto di te, di noi. Guardare qualche film e raccontartelo il giorno dopo perché ti eri addormentata. Aprire il frigo e non sapere cosa mangiare e sentirti sbuffare perché non riuscivo a decidermi. Mi manchi. E penso di esserti mancato anche io all’inizio. Si dice sempre che “avrebbe voluto che tu andassi avanti e fossi felice”. Non sono sicuro. Io vorrei che tu fossi felice, non che andassi avanti. Ma, nella mia condizione, ti guardo sorridere e andare avanti e posso solo aspettarti. E se spero che sia il giorno più lontano possibile per te, allora, se ci penso meglio, quello che si dice è vero.

BMX

Mi ricordo la BMX ereditata da mio fratello: aveva le ruote di colore diverso. Senza marce, nuda e cruda. Il manubrio blu con delle stelline gialle incastonate, quasi a renderla una bici extraterrestre – come quella con la quale E.T. vola con la luna di sfondo. In realtà io non sapevo impennare, le sgommate mi venivano male e non pretendevo di essere scelto per primo quando si facevano le squadre (ma che orgoglio da nazionale quando accadeva).
Quando è maggio mi vengono in mente le estati infinite in cortile con i pantaloni ascellari, senza cellulare e orologio. Il cemento che trafiggeva le gambe come in guerra, il sudore che bevevi per sbaglio.
Guardo i bambini al parco. Giocano venti minuti e poi arriva qualcuno con uno smartphone. Tutti si avvicinano tranne uno. Che resta a giocare. Vorrei dirgli di passarmi il pallone. Ma torno a casa e ripenso a me e alla BMX ormai chissà dove.

Convalescenza da te

Avevo le Bull Boys e tu le Lelly Kelly. Favevo due passi ed ero già sudato, col mio zaino pesantissimo della “El Campero” comprato durante la festa cittadina in qualche bancarella, mentre tu sembrava volassi su quello zaino dei Mini Pony, mangiando il leccalecca delle Spice Girls. Provavo ad avvicinarmi, ma non mi degnavi di uno sguardo, mentre i miei compagni si scambiavano figurine come se fossero al mercato nero delle armi o qualcosa di simile. Forse tu avevi capito il mio disagio e forse anche i tuoi genitori quando, salutandoti goffamente all’uscita di scuola, andai a sbattere contro un palo fratturandomi il naso. Nei film, prima o poi, queste situazioni portano i protagonisti ad incrociarsi, a fare delle promesse. Ci sono musiche di sottofondo giuste, la bambina si ricrede e il fallito si redime.
Nella realtà, non ci sfiorammo mai: io mi ripresi dalla botta ma restai per lungo tempo in convalescenza da te.

Di quelli che

Forse eri uno di quelli che usava MSN, che faceva squilli aspettando squilli.
Che andava alle cabine perché non aveva credito.
Non esisteva la possibilità di sapere se un messaggio fosse stato letto o meno.
I tempi del “tv1kdb” o del “tvtrb”, delle canzoni ascoltate dallo stesso auricolare.
Senza WiFi, in pizzeria, con silenzi imbarazzanti.
Degli amici che ti fanno “eee ti piace” e di quando lo fai tu.
Delle uscite senza sapere cosa piace all’altro,
non puoi saperlo se non con passaparola o interrogatori.
Senza dire tutto a tutti.
C’era modo di sentirsi speciali perché si sapeva qualcosa che,
effettivamente,
pochi o nessuno sapeva.

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