Braccia forzatamente conserte

Guardo le punte delle mie scarpe nere. Non posso toccarle, posso fare solo alcuni movimenti poco pratici. Non posso toccare niente. Un tempo potevo. Potevo toccare anche te. Potevo dirti tutto. E ti dicevo di tutto. Un giorno mi hai detto che era finita, che era per me. Perché ero troppo. Ero eccessivo. Sono con le braccia conserte perché secondo te ho insitito troppo. Maniche più lunghe delle mie braccia, braccia conserte. Vedo le teste delle persone da un vetro sulla porta, e prima di vederle le immagino dai passi. Per te era troppo. Da manicomio. E li hai chiamati. Io volevo darti me stesso, ma quando non ti sei fermata allora ho dovuto farlo io. Quando mi hanno visto sorridere hanno creduto che fossi pazzo, ma io ero sereno. Non hanno capito che così non ti saresti potuta dare a un altro e nessun altro poteva essere minimamente vicino a ciò che ero io. Ho le braccia forzatamente conserte, ma il cuore e la mente sono libere. Forse più di prima.

Playlist aggiornata 😉 Buon ascolto

Monetina

Mi piaceva suonare e cantare da solo. In compagnia soltanto una volta con l’ex coinquilina, ora trasferitasi. Consapevole della mia tonalità e velocità, rifiutavo quelle degli altri. Un giorno sentii una voce dal piano di sopra canticchiare sui miei accordi. Che fastidio. Ma mi abituai. O forse avevo modellato le mie dita alla sua voce. Quando sentivo i suoi passi, cominciavo a suonare. Se batteva un colpetto sapevo che non le piaceva o non la conosceva. E inserivo monetine di speranza in questo jukebox mentale fino a quando non la risentivo. Quando sbagliavo sapevo che sorrideva, pur essendo al piano di sopra. E quando lei sbagliava le accarezzavo il volto, pur essendo al piano di sotto. Accadde che il padrone di casa mi comunicò che la camera accanto era stata affittata. Speravo fosse qualcuno muto. Il giorno del trasloco mi rinchiusi e iniziai a suonare, porgendo l’orecchio al tetto. Niente. Panico. Ma, ad un tratto, ecco dalla stanza a fianco un colpetto. Monetina.

Playlist aggiornata! Un bel duetto ci stava – per i curiosi la suono/canto davvero (non qui ovviamente) 😉

Godot

In questa terra di mezzo, surreale e senza tempo, ci siamo incontrati. Ci siamo guardati. Abbiamo parlato del più e del meno, lui diceva quanto fossi cambiato. Di quanta barba avessi in più e io invece di quanto bambino sembrava lui. Di quanta strada doveva fare per arrivare dove ora ero io. Ci siamo ritrovati qui, nessuno dei due se lo immaginava. Stavamo aspettando lei, chi per una ragione chi per un’altra. Uno per delle scuse, l’altro per delle motivazioni. Che poi comunque erano scuse. Entrambi straconvinti di non aver bisogno di lei, che questa era una formalità. Ci guardavamo e occupavamo il tempo parlando del niente. Sapevamo che non sarebbe venuta. In questo specchio temporale, pensavo a quanto fossi cambiato ma su di lei ero rimasto come allora. E sentivo la sua angoscia nel guardarmi e vedere che nulla era cambiato dopo anni. “Beh, finiamola qui” “Sono d’accordo,basta così” [La amano ancora]

Conclusione liberamente ispirata ad “Aspettando Godot” di Samuel Beckett. Dateci un occhio 😉

Playlist aggiornata! 🙂

Non ancora, ti prego.

Guardo la finestra alla mia sinistra, il cielo è chiaro. Muovo le mie pupille, almeno questo stretching me lo concedo. Potrei sollevare montagne coi miei occhi dopo due anni di allenamento continuo. E’ questa la mia libertà. Quanto mi prude il polpaccio. Ma nessuno mi sente. Le carezze di mia madre che pettina il volto un tempo pieno di imitazioni. Ma lei, non viene a trovarmi da tanto. Due anni che mi prude il cuore, che vorrei dirle tante cose, ma mi è stato impedito quella notte dopo averla accompagnata. La velocità del mio cuore, quella dell’auto. Guardavo la porta alla mia destra. Mi dava forza e speranza. Mamma lo sa, oggi sto guardando solo a sinistra. Forse ha capito che mi sono arreso. Il rumore della macchina è il mio iPod in repeat. Una carota. Un vegetale. Che battuta. Ma nessuno mi sente. Arrivano tanti amici oggi. Spegneranno l’iPod. Eccoci. Un momento, per favore. Ma è lei alla porta? E’ lei. Un attimo, un attimo solo, devo parlarle. Non ancora, ti prego. Piatto.

Playlist aggiornata 😉 Buon ascolto

Un po’ di tutto.

Tolti gli occhiali da sole, alzato il collo e volto lo sguardo verso l’universo circostante, aveva sempre il timore di cercare lei nei volti delle altre. Nei modi delle altre. Nella vita delle altre. E aveva addirittura paura di rimanere incastrato nel paragone infinito con lei. Si era messo assieme ad una ragazza, una tra le tante, e aveva iniziato a conviverci. A dividere i suoi 60 minuti, 24 ore e 365 giorni. Aveva fatto entrare la vita di una delle altre nella sua. Così completamente diversa da lei. Lei amava il mare, l’altra la montagna. Lui un po’ di tutto. Lei amava cucinare a casa, l’altra andare al ristorante. Lui un po’ di tutto. Lei amava ascoltare musica classica, l’altra musica pop. Lui un po’ di tutto. Lei amava viaggiare, l’altra amava fare passeggiate in città. Lui un po’ di tutto. Lei amava il the, l’altra il caffè. Lui un po’ di tutto. Lei aveva amato lui, l’altra ama lui. Lui, un po’ di tutto. O forse tutto. Di lei.

Playlist aggiornata 😉 Buon ascolto – ha ripreso a funzionare!

Cotta

Quando ho iniziato ad avere una cotta per te, non me ne sono reso conto. I miei impulsi hanno una lentezza incredibile nel passare dalla parte irrazionale del mio cervello agli altri organi per agire, restando parcheggiati in un limbo di felicità e leggerezza che si trova da qualche parte nella mia corteccia. Mentre continuavo ad avere una cotta per te, non ho proprio pensato di chiederti qualcosa di più. Mi bastava averti vicino, e cuocere lentamente nel mio brodo di falsa sufficienza emotiva. Una cottura che pensavo fosse indolore. Questa cotta che ho fomentato ogni volta che mi lanciavi uno sguardo o semplicemente respiravi, anche se continuavo a dirmi che non era niente. Non so se sei stata tu la vera fiamma o se è stata un’autocombustione mentale. Tra impulsi rallentati, brodi primordiali di amore e sentimenti confusi, mi sono lasciato bruciare lasciando il fumo di un amore consumato esternamente ma immacolato nel profondo.

Playlist aggiornata 😉 Per problemi tecnici non la aggiorna lateralmente la trovate qui: https://www.youtube.com/watch?v=4EbTH9na-Pw&list=PLwmGgzpk3LR7CGi0BEjMQTWLbk3AMRAkp

Lettera mentale per una partenza

“Era qualche mese fa quando l’amore si presentò alla mia porta. Un giorno come un altro. Con un vento, leggero sulle gote. Eri tu. Nell’istante in cui ti vidi, capii tutto: mi soffiavi i capelli dagli occhi con amore e mi sfioravi le mani. E non sapevo dirti di no. Non volevo dirti di no. Quando ad un tuo complimento facevo finta di niente, era il mio desiderio nascosto di sentirtelo ripetere. Ripenso a queste cose adesso che partirai. E io ho capito già tutto. Ti prego, lascia uno spazio dove sognarmi. E se ti sentirai solo, sappi che anche io mi sentirò così. E allora le nostre solitudini saranno il modo per essere vicini. Parti pure se vuoi, ti supporto. No, non voglio. Penso queste cose mentre saluti i nostri amici. E quando toccherà a me so già che non dirò nulla. Ma spalancherò i miei occhi lucidi e spero che riuscirai a guardarli nel profondo, abbastanza per capire anche tu tutte queste cose. Ma, aspetta. Mi sfiori la mano. Hai bussato di nuovo. Hai capito. Puoi partire, ci sarò.”

Playlist aggiornata, buon ascolto 😉

Carezza perduta

Cammino per queste strade secondarie, dove c’è penombra e lerciume. Bisogna conoscerle, avere un obiettivo per andarci. Io fino ad oggi non le conoscevo. Non ne avevo bisogno. C’era lei. C’era ogni piccola parte di lei nella mia vita, in ogni secondo. E io sfioravo queste parti di lei, le amavo. Passavo giornate intere con la testa sul suo addome, chiudevo gli occhi per ascoltare il suo cuore e navigavo nel nostro futuro. Conoscevo i punti dove soffriva il solletico, la sua schiena quasi impalpabile. Appoggiavo la testa alla sua spalla un po’ ossuta ma rassicurante. E ficcavo la mia mandibola in quello spazietto tra il collo e la spalla. E passavo la mia mano tra i suoi capelli, ora lunghi, ora scomparsi. Sono in questa strada, le mani nelle tasche per contare i soldi. Per cercare una carezza perduta da un corpo sconosciuto. Per ritrovare lei, per ritrovare me stesso. Perché con quel male che ti ha portata via ho perso per sempre entrambi.

Playlist aggiornata! 😉

La lunga lettera di Edmund a Jeanne

Lo strano rapporto epistolare tra Edmund e Jeanne (che tovate qui: Lettere di Edmund I II III Finale ; Jeanne I II ) include questa lettera – collocabile prima di quella “finale” – che Edmund scrisse sul computer di Jeanne l’ultimo giorno del loro viaggio. Purtroppo per lui, il computer della ragazza andò a finire in acqua e perse tutti i dati. Ma lui ricorda ogni singola parola che le lasciò, senza che lei potesse leggerle mai. Sono più di dodici righe, ma non me la sono sentita di chiedergli di sintetizzare 😉

Cara Jeanne,
Solitamente preferisco scriverti a mano piuttosto che utilizzare un anonimo documento Word, ma la logistica e altre ragioni mi costringono ad usare strumenti elettronici. Perdonami se uso il tuo pc, ma non avevo scelta.
Non voglio giocare con le parole e usare retorica o metafore perché lo scopo di questa mia lettera è chiaro: mi piaci. Sono stato spaventato dal dirlo a me stesso dopo una lunga storia d’amore e svariati mesi di buona vita da single. Ma tempo fa ho dovuto ammettere la verità. Non sono qui per cercare una parola giusta per dirti ciò che sento; non è una questione di definizione per me.
Non è nuovo che io ti consideri qualcosa in più di un’amica e può sembrare non completamente onesto nei tuoi confronti dirtelo così e dopo mesi di costanti incontri, ma spero tu possa capire che non ti ho mai voluta perdere prima di tutto e che ho preferito un’amicizia (vera) al rischio di niente.
Ho stupidamente pensato che il formicolio della sera che ti incontrai fosse per aver posizionato male il braccio sul bancone. O che i crampi imbarazzanti in camera tua mentre guardavamo i film sul tuo letto fossero il principio della mia colite. Ho pensato che venirti a prendere in facoltà fosse un ottimo modo per fare sport, dovendo salire una bella collina, data la mia pigrizia. Che la sudorazione improvvisa ad ogni tuo contatto fosse un bilanciamento della mia alla tua temperatura corporea. Quanti pensieri. Quante teorie.
Non è stato facile nascondere i miei sentimenti, ma come ti ho detto, stare con te è stato, ed è, così bello che mi è sufficiente senza dover aggiungere altro. Ma sento che è arrivato il momento di dirti la verità, e dirmi la verità, dato che più il tempo sta passando e più sento qualcosa.
Ho provato a non sentire niente e lottare contro me stesso dato che sei anche impegnata. Ma, lo sai, il cuore conosce ragioni che la ragione non conosce. E mi sono dovuto arrendere ad un certo punto, perché amo stare con te.
Forse questo viaggio assieme è stata la miccia che mi ha spinto a scriverti (a parte le lettere gettate via). Abbiamo riso, parlato e sono stati dei momenti fantastici per me. E non ho sentito dolore nel nascondere i miei sentimenti.
Secondo te perché ho deciso di prendere un aereo e andare nella tua città due settimane fa? Per vedere te. Certo, il prezzo era economico, ma la conoscevo già. E’ stato frustrante scoprire che tu eri già partita, ma alla fine ti ho raggiunta qui in mezzo al verde di queste colline e ai cieli nuvolosi.
Perché ho deciso di dirtelo? La risposta è che non lo so.
Non ho mai pensato che tu potessi provare qualcosa per me. Ma chi lo sa, a parte te.
Non so come ti senti adesso, non so nemmeno se hai mai capito niente su di me.
Ma dopo tanto tempo in cui mi sono sentito colpevole di questi sentimenti, mi sento libero. Puro, nei miei atteggiamenti. Nessuna delle mie azioni ha mai avuto un secondo fine. Ma mi hai fatto sentire in un modo che avevo completamente dimenticato e mi hai reso felice. Una persona migliore.
Tutto è cominciato come un’amicizia e spero non ti senta mai tradita da queste mie parole quando riapriai il computer al tuo rientro.
Non ho delle precise aspettative dopo queste mie parole, come ti ho sempre detto “aspettati l’inaspettato e non avrai sorprese”.
Sono sempre stato me stesso, è tutto ciò che posso dirti alla fine.

Tu, cosa vuoi? No. Non rispondere. O forse sì.

(PFFFF sospiro di sollievo).

Edmund

Playlist aggiornata 😉

Panta -rei

Mi sveglierei. Mi sveglierei presto, anche se non è mia abitudine. Correrei, attraversando la città, davanti al tuo palazzo. Lo farei e ti guarderei scendere le scale, e spererei che io fossi il tuo primo incontro mattutino. O salirei le scale, per aumentare le possibilità. Ti seguirei, lasciandoti i tuoi spazi. Eviterei di sembrare uno stalker, mi comporterei come una qualunque persona. Anche se tu non lo sei per me. Mi lascerei inebriare dal tuo profumo misto a quello del pane sfornato dal forno all’angolo di casa tua. Ti accompagnerei con lo sguardo all’ingresso del tuo ufficio, e mi assicurerei che non nulla ti possa far male. Mentirei a me stesso su ciò che provo. E ricomincerei. Tutto questo, lo farei. Sono tanti anni che lo farei, per tutti i giorni. E i giorni scorrono. Tutto scorre. Panta rei. Anche i miei condizionali, come fiume in piena, scorrono in questi miei pensieri. Tutti i miei condizionali. Panta rei.

Playlist aggiornata con una delle mie canzoni preferite 😉 Buon ascolto!

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