Non fiori ma tachipirine

Potrei stare qui a dire che il vento le soffiava tra i capelli mentre eravamo in bicicletta. Un tipico cliché romantico. O che una delle sue ciglia era sulla guancia e gliel’ho tolta io perché lei non la trovava su mie indicazioni. Che abbiamo guardato le stelle assieme, e camminato così vicini da annullare qualsiasi concetto di distanza. Potrei dire queste cose, e forse sono anche accadute. Ma il vero momento per me, quello in cui ho capito tutto, è stato quando le ho portato la tachipirina a casa mentre era a letto malata, coi capelli scombinati, il pigiama di lana totalmente antiestetico, di quelli che nascondi ai non-familiari e le ho baciato la fronte sudata mentre si nascondeva per la vergogna e per gioco ma quando le ho detto che me ne andavo per lasciarla riposare mi ha stretto la mano e si è addormentata subito senza lasciarmi andare perché anche mentre sognava di essere in salute, col vento tra i capelli, con le ciglia sulla guancia e sotto le stelle, voleva che ci fossi io.

Playlist aggiornata con una versione diversa di un grande classico dei Beatles! Buon ascolto e buon inizio di Agosto 😉

Vestito bianco

Guardo il tuo viso e ripenso a quando sfioravo i tuoi contorni. Ti fidavi delle mie mani e chissà dove andavi col pensiero. E una brezza mi colpiva lungo la schiena, dal cervello all’osso sacro. Capii che era amore. Pensavo di essere più scaltro di te e volevo dirtelo, ma quando hai aperto gli occhi ho capito che lo sapevi già. Guardo le tue scarpe e penso a quando si erano riempite di sabbia quella sera mentre guardavi il cielo e io, che pensavo di essere più scaltro di te, mi ero inginocchiato per sorprenderti ma tu, con gli occhi al futuro, dicesti di sì. E quella brezza mi percorse le ginocchia facendomi cadere su quella moltitudine di granelli e con gli occhi al tuo stesso domani. Guardo il tuo vestito bianco, accanto a me, e mi chiedo se anche a te ha attraversato una brezza oggi. Mi avvicino al tuo orecchio per chiedertelo ma tu, che sei più scaltra di me, mi prendi la mano. E una brezza va dall’anulare sinistro fino al mio cuore. E so che quella brezza sei proprio tu.

Dedica speciale a P. & A. per questo post. Auguri!
Playlist aggiornata, buon ascolto!

La pila immacolata

I pantaloncini su cui avevi appoggiato le gambe stanche. La maglietta sudata che cercavo di profumare agitandola al vento. Il cappello che mi hai preso e che hai indossato per farti rincorrere, sollevando la sabbia verso ombrelloni altrui. La camicia che indossavo quando volevi farmi assaggiare quel dolce e che hai macchiato perché si era già sbriciolato nel cucchiaino. La cintura che stava benissimo col tuo vestito. Il foulard multicolori che indossavo per l’aria condizionata, lo stesso che hai usato per giocare a nascondino. Ti avevo avvertito che se ti avessi trovata ti avrei baciata, e tu non ti sei impegnata più di tanto devo dire. Guardo questo ammasso informe di vestiti e accessori e penso agli effetti della lavatrice. Alla perdita della macchia, del tuo odore mescolato col mio e del tuo tocco. Sono passati mesi e ho preferito rifarmi il guardaroba lasciando, in un angolo, quella pila immacolata dove mi reco in pellegrinaggio di tanto in tanto.

Playlist aggiornata! 😉
(Ecco l’opera che ha ispirato il post: Venus of the Rags-M. Pistoletto)
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Playlist aggiornata! 😉

Il concerto

Eravamo seduti vicini al concerto del cantante che inseguivo da anni. Avevo sempre provato ad andarci con un’altra, a cui avevo dedicato dei pezzi, e poi con un’altra ancora, a cui ne avevo dedicati altri. “Come mai sei qui?”. Lei, maglietta del cantante addosso, sorrise per il mio approccio maldestro. Se non conoscevo le parole facevo “nanana” e pendevo dalle sue labbra e posso dire, con amorevole umiltà, anche lei faceva lo stesso. Sapevo che le avrei dedicato una canzone, perché in quel momento era più vicina delle altre. All’ultimo pezzo, per l’entusiamo, chiusi gli occhi e avevo la sua mano nella mia e conoscevamo le parole. E ondeggiavamo. Immaginavo quest’onda di persone che si lasciava trasportare. E gliela dedicai. Alla fine ci perdemmo. Sul bus incontrai degli amici e dissi quanto fu emozionante quando ci eravamo presi tutti per mano. Mi guardarono stupiti e mi dissero che nessuno si era preso per mano. Sorrisi, e ringraziai Damien Rice.

Questo pezzo è stato scritto ieri sera sul bus 910 di ritorno dal concerto di Damien Rice, sfidando la nausea che ho quando sono sui mezzi. Qui sotto una foto di ieri sera. Buon ascolto della canzone, live è un’altra cosa 😉

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Righe e gironi

Le righe dei miei messaggi sono sempre state più delle tue. Scrivevo divine commedie e tu rispondevi con ermetismo. Sorrisi e poche parole. Mi scusavo per la lunghezza ma a te piaceva. Chissà se eri sincera. Dopo tanto tempo, pianificammo di reincontrarci. Più il giorno dell’incontro si avvicinava, più le tue righe aumentavano. E io provavo a scriverti di meno per farle combaciare, ma poi mi ritornava la voglia di dire dire e dire ancora. Ci incontrammo. E io rimasi spesso senza parole, mentre tu dicevi divine commedie. I giorni dopo il distacco, le tue righe diminuivano, mentre le mie erano sempre di lunghezza dantesca. Ti chiedevo scusa e tu continuavi a perdonarmi, sincera o meno. Ma tutto quello che volevo, beh lo sapevi. E sarebbe anche bastato un silenzio convincente per farmi capire e farmi smettere di camminare in questo girone infernale di poche parole e sorrisi fatti di due punti e parentesi mai veramente chiuse.

Playlist aggiornata, una delle mie canzoni preferite in assoluto. Purtroppo non c’era la singola canzone (parte al minuto 24), per cui ho potuto scegliere solo il punto di inizio del video ma non la fine. Capirete da soli, e spero vi piacerà 😉

La sveglia

Sapevo che stava per volgere al termine. Questo periodo benedetto dal caldo insopportabile e gocce di sudore che la rendevano a suo modo attraente. L’alba del nostro incontro era già lontana, i giorni hanno poche ore quando li riempi con battiti rapidi per l’emozione di averla vicino. Verso pomeriggio speri che il tempo si fermi, ma hai l’adrenalina che fa scorrere gli attimi e sai che c’è la sera dove tutto ciò che non è successo speri che accada. Non vuoi guardare le lancette, perché sembrerebbe troppo reale, e tu vuoi far finta che non ci sia un giorno dopo. Che sia il giorno del giudizio, che sia questo ed è così: infinito e con lei. E’ sera tarda ormai, e anche se le persiane sono chiuse senti che la notte sta abbracciando le case tra cui la tua. Non voglio scegliere l’ora in cui far finire tutto. Ti avvicini, può succedere di tutto. Non guardarlo ti prego, non il polso. Troppo tardi. Sento il bip della sveglia. Siamo già su pianeti diversi. Domani, nella stessa realtà. Per stanotte, lasciami qui.

Playlist aggiornata! “Gossip!”: ascoltavo questa canzone mentre scrivevo questo pezzo sulla mia Moleskine, compagna di penna 😉

Strano (senza speranza)

E’ stato strano vederti nella mia città. Nella città dove ho mosso i primi passi, dove ho avuto le prime cadute e ricadute. E’ stato strano vederti parlare con gli amici di una vita, di cui tu non hai fatto parte. E’ stata strana la naturalezza con cui hai camminato per le strade dove ho preso altre per mano, dove la mia mente da romantico senza speranza si stava formando mentre andavo a scuola. E tu, che hai percorso con me questo viale dei ricordi, tu sei stata perfetta mentre io balbettavo storie assurde, sotto i colpi di un altro sentimento senza speranza che cresceva e mi faceva sentire come quando, da adolescente, incespicavo tra battiti del mio cuore e delle ciglia di ragazze intorno a me. E’ stato strano finché non ho capito che ti sei appropriata della città, delle sue ultime immagini, delle strade che avrei ripercorso, di quel punto dove tu e quell’altro dove noi. Di tutto ciò che ero e del perché sono così. Ma tu, tu per me resti un mistero. Ed io, un romantico senza speranza.

Playlist aggiornata! Buon ascolto 😉

Finirai

Finirai per amare qualcuno che non ti ama. Finirai per parlare con qualcuno che non ti ascolta, che non sa anticipare il tuo pensiero e sorprenderti, o non si sforza nemmeno di far finta di non sapere cosa pensi per essere sorpreso a sua volta. Non lo farebbe perché non gli interessa farti sorridere. Finirai così, a casa ad aspettarlo mentre fa ciò che vuole senza essere davvero al lavoro e avrà timbrato il cartellino ore prima. Non la farai finire, perché non sei capace di uscirne e sai che avresti potuto avere altro. Finirai per convincere gli altri che ti va bene così. Finirai per convincertene anche tu. Finirai per lasciare i sogni nel tuo cassetto dopo avergli porto la chiave e lui l’avrà guardata, disinteressato. Finirai per vivere una vita che non volevi. Finirai per amare qualcuno che non ti ha mai amato. E mi verrà da pensare che te lo sei meritato davvero. Ma chi sono io per dirti questo? Uno che ama qualcuno che non ha mai ricambiato. E quel qualcuno nel mio caso sei tu.

Playlist aggiornata, come sempre altamente suggerito l’ascolto 😉

Binario 24

Binario 24, paghi tu o pago io? Andiamo alla macchinetta, infili la tua carta. Non offrire, mi dici. Avrei voluto continuare ad offrirmi ma ero squattrinato. Binario 24, aspettiamo il treno. E’ diretto, mi chiedi, non fa fermate? No nessuna, però se vuoi ci fermiamo qui. Ridi. Il biglietto va bene? Il controllore mi guarda, forse ha capito ma dice che è valido. Magari anche lui sa che è il momento di partire, di lasciarti andare. Siamo sul treno. La velocità ci permette di guardare il panorama senza soffermarci troppo su dettagli o sbavature, guardando il complesso e nel complesso penso che scorre tutto troppo veloce senza fermate intermedie. Sospiri. Abbandonato il binario 24 da tempo, siamo arrivati. Sali sull’aereo, senza fermate intermedie per te, che puoi far scivolar via tutto mentre saluti da lontano. Il mio treno di ritorno, invece, è un regionale che si ferma ogni cinque minuti facendomi ripensare a te, che hai fatto capolino al mio binario 24. Senza fermate intermedie.

Playlist aggiornata! Buon ascolto 😉

Crema solare

Una volta arrivati a mare, mi tolsi la maglietta di fretta, perché non avevo un fisico interessante da mostrare in moviola. Tu avevi il costume intonato al mio. Le ferite sotto l’ombelico e nelle gambe tradivano la tua età, in cui io supponevo fossi capace di rimuovere i peli superflui. Ma non te ne curavi affatto, e a mare eri comunque la più bella di tutte le depilate e disastrate. Con molta naturalezza mi chiedesti di spalmarti la crema sulla schiena. Il sole era forte ed eri bianchissima, come me. Per farmi passare l’imbarazzo ti chiesi di raccontarmi qualcosa della tua vita mentre cercavo di non lasciare parti scoperte. Sia per evitare un tuo rimprovero, sia perché mi piaceva accarezzarti. Mi raccontavi tante cose e io, con metodo e decisione, ti spalmavo la crema che sembravo un pittore. A fine giornata non ti abbronzasti, perché 200ml di crema avevano creato una barriera pazzesca, mentre io mi ritrovai col tubetto vuoto, la pelle e il cervello cotti al sole e il cuore pieno di te.

Playlist aggiornata, buon ascolto 😉

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