Vertigini – oltre le dodici righe (II)

Anche in questo caso il post va oltre la sua lunghezza usuale. Anche in questo caso era stato originariamente postato su un altro blog che ora non c’è più. Anche in questo caso, spero che mi perdonerete e vi auguro buona lettura e buon ascolto della playlist! 😉

Non era una cosa che avrei mai fatto in precedenza.
Mi sono sporto da pendii costieri e da punti che superano idealmente il primo piano di un palazzo – mio limite per le vertigini di cui soffro sin dalla nascita.
Ma non ho avuto paura. Non so se per la conformazione fisica del territorio o per la conformazione mentale della situazione.
“Cosa provi quando hai le vertigini?”, mi hai chiesto sapendo del mio terrore che tu non comprendevi.
“Immaginala come una forza che mi spinge verso il punto che guardo, mi si paralizzano le gambe e mi batte il forte il cuore”. Inutile dire che era la stessa cosa che provavo ogni volta che mi guardavi negli occhi.
Sembrava una scena da film, in cui la risposta a una domanda banale cela una verità più profonda, imbarazzante da dire. Un pò adolescenziale forse. Potrebbe suonare male pensarti come il mio precipizio, ma se ricordo quanto sia stato meraviglioso affacciarmi nel tuo mondo e negli abissi della tua vita, allora il paragone non è troppo azzardato.
E’ passato tanto tempo ormai, probabilmente non ci vedremo mai più.
Ma nel profondo del mio cuore ti sarò sempre riconoscente per avermi fatto provare emozioni che credevo impossibili e avermi spinto oltre le mie paure, anche se non lo saprai mai e mi ricorderai come il ragazzo che non va oltre il primo piano.

Ma poi (lettera che non ti ho mai scritto) – oltre le dodici righe

Questo post era stato pubblicato su un altro blog dal nome “A più mani” che, purtroppo, non c’è più. Il testo va oltre le dodici righe usuali, ma penso mi perdonerete – come accade quando sforo – perché un numero diverso non poteva averne. Qualcuno lo conoscerà già, altri no. In più stavolta c’è la canzone nella playlist, e vi auguro buona lettura e buon ascolto 😉

“La lettera che non ti ho mai scritto ha il sapore dei baci mai dati. Delle parole rimaste in gola.
Se sono qui, con la mia penna in mano, è perché dopo tanti anni per le mie dita non era stato sufficiente sfiorare la tua pelle o toglierti il cioccolato dal lato destro delle tue labbra. Per anni avrebbero voluto di più. Avrebbero voluto sfiorarti i capelli, spostarli dal tuo viso. Ma poi. Questo era il mio vero problema: cosa avrei fatto dopo. Mi sono trascinato per tanto tempo per cercare la situazione perfetta per agire. La battuta giusta da fare. I centimetri giusti per non sbagliare. E non ho fatto niente. Ho continuato a pulirti il viso se ti sporcavi, a ingoiare parole affogando tra la paura, la vigliaccheria e l’incertezza del poi.
Ho provato a scriverti tante volte, perché sono più bravo nel silenzio. Ma poi – ecco che ritorna – mi domandavo cosa avresti potuto rispondermi.
Ora sono qui a chiedermi se tutte le volte che avevo i capelli davanti agli occhi anche tu avresti voluto spostarmeli ma ti chiedevi del poi. Se le macchie della giacca che mi pulivi erano un po’ come le tue labbra per me. Ti scrivo adesso perché so che non potrai rispondermi. Perché fino all’ultimo la paura mi ha comandato. Perché procrastinare era quasi affascinante. Perché quando ho letto il manifesto e ho ricevuto la telefonata di tuo fratello in lacrime ho smesso di chiedere. Perché non c’era più un poi, ed è stato maledettamente più facile scriverti.
La lettera che non ho mai scritto avrei voluto avesse una diversa conclusione. Ma ho capito troppo tardi che al cuor non si domanda.

Sarò sempre a un passo da te e spero che anche tu non sarai troppo distante da me.

Con amore e senno di poi,
C.”

Flusso – musica, cuore e cervello

Ci sono canzoni che ricordano momenti passati, ed è normale. Ma ce ne sono veramente poche che hanno un effetto di ispirazione. So che quando una di queste canzoni parte, c’è un flusso che va dal mio orecchio e si dirama al cuore e al cervello. Il primo batte più forte, il secondo comincia a farmi venire in mente un sacco di immagini confuse. Per qualche ragione, i due organi si connettono in un circolo impetuoso. Il cuore seleziona gli attimi più importanti. Alcune note della canzone si disperdono nello stomaco creando la solita sensazione di farfalle. I piedi sono troppo lontani e non battono, come fanno per tutte le altre canzoni. Il flusso passa anche tra collo e orecchie, dove un brivido mi assale ogni volta che un’immagine viene selezionata dal cuore. Le labbra assaporano momenti perduti, le guance arrossiscono, le pupille si dilatano. Una scintilla smuove i peli delle mie braccia. Alla fine di tutto, le mani che raccolgono parole. Questo è quanto. Tanto.

Playlist aggiornata con una di queste, buon ascolto 😉

Dieci anni in poche frasi

Ci sono momenti in cui senti di doverti affidare a parole già dette o scritte. E non è per pigrizia, non è per occupare tempo o spazio. Semplicemente devi ammettere che qualcuno ha già visualizzato quello che avevi in mente. Ed è successo questo, mentre avevo il mio lettore aperto e gli auricolari – che anche se fossero in due stanze diverse della casa sarebbero capaci di attorcigliarsi – alle orecchie.
Ho sempre pensato che il mio incontro con lei sarebbe stato così: per le scale, correndo. Che l’avrei vista sempre uguale, e che anche lei mi vedesse uguale. Che la malinconia ci avrebbe abbracciato e il silenzio avrebbe guidato i nostri discorsi, basato per la maggior parte di frase fatte.

Abbandono le mie solite dodici righe perché ho ritrovato in questa canzone il mio pensiero:

Aria di nuovo e di buono – Capodanno

Ah, quella festa di Capodanno. La seconda a cui andavo, da solo, dopo la cena coi parenti. Mi faceva sentire grande essere parte del jet set della città. Che poi, alla fine, la festa era in una pizzeria e il jet set era il gruppo di amici con cui ero cresciuto con l’aggiunta di gente più grande e altri individui che non conoscevo. Tra i partecipanti a quel miscuglio di speranza, sudore e fatica per il cenone, c’eri anche tu con un vestito nero che nella penombra ti rendeva ancora più affascinante. Io avevo un maglione gigantesco, dei pantaloni un po’ stretti e scarpe scivolose. La mia eleganza molto riconoscibile. Non ho mai capito se quel maglione ti abbia fatto tenerezza o siano stati i pantaloni, o forse entrambe le cose unite alla mia incapacità di combinare due passi di danza assieme, ma ricordo bene l’aria fresca che abbiamo respirato a pieni polmoni e che sapeva di nuovo, per l’anno che iniziava, e di buono per il “noi” che sentivamo ne avrebbe fatto parte.

Playlist aggiorata, buon ascolto! 😉

Specchio – Odi et amo

Ero al matrimonio di un amico di vecchia data. “Porta una ragazza”, mi aveva raccomandato la sposa, per non spezzare l’equilibrio dei tavoli. Il mio amico vedeva nell’essere da solo al suo matrimonio la mia occasione: “tu che puoi, le damigelle…”. Arriva il tempo delle danze, e il mio cucchiaino ballava il valzer nella tazzina vuota. Improvvisamente ti vedo. Non doveva sorprendermi, era un nostro amico comune. Era come guardare il mio passato allo specchio, mantenendo l’attuale aspetto esteriore. Segretamente ti continuavo a pensare, odiare e benedire. A volere il meglio e il peggio. Pensavo di avere tutto il tempo per invitarti a ballare. Del resto in passato credevo avremmo avuto tutto il tempo del mondo. Invece arrivò lui, di cui volevo solo il peggio. Lo specchio si ruppe di nuovo e mi ritrovai a danzare coi cocci del passato tra le mie mani. Continuando a odiarti e benedirti. A volere il meglio e il peggio. Ad amarti, a modo mio, col mio tempo.

Playlist aggiornata, buon ascolto 😉

Forza sovraumana

Eravamo riusciti a trovare una casa che piacesse a entrambi. La riempivamo io e te, non c’erano mobili. Romanticamente mi sarebbe bastato per viverci, ma mi resi conto che almeno un tavolo ci voleva. E una libreria. Per non parlare della cucina. Avevamo rimediato un mobile abbandonato, ce n’eravamo affezionati entrambi a prima vista. Era nel lato destro della stanza e mi stava bene. Ma tu lo volevi a sinistra. Così un giorno misi da parte la mia preferenza e lo stavo per spostare. Tornasti a casa in quel momento e ti mettesti accanto a me per spingere. Probabilmente non era necessario, ma non te lo dissi. Mi piaceva che ci fossi anche tu, e tu sapevi di non essere indispensabile però volevi essere partecipe. Ora sei andata via e hai lasciato questo mobile. Nel mezzo della stanza. Giuro, ho provato a spostarlo verso la destra della stanza, dove piacerebbe a me. Ma non ci riesco. Evidentemente eravamo una forza sovraumana e non ne eravamo consapevoli.

Playlist aggiornata, buon ascolto! Non dimenticate… – 2 all’uscita ufficiale del libro! 😉

Il Curi si rivela… in video – Dodicirighe, il libro

Ebbene sì… (Un grazie enorme a Silvia che ha avuto la pazienza di riprendermi e aiutarmi col video!!) – lo trovate anche in alto nel nuovo menu “Il libro”, ad imperitura memoria di questo mio immenso imbarazzo ma anche enorme emozione 😉

Per ulteriori info, sulla destra del vostro schermo c’è la sezione riguardante il libro con dettagli. O potete sempre scrivermi a dodicirighe@gmail.com

Grazie a tutti voi per il supporto e spero che vorrete accompagnarmi in questa avventura!

Curi

Esame di maturità

Il mio esame di maturità non è stato alla fine del liceo. Devo certamente posticiparlo di qualche anno. Allo scritto, pur essendo un fiume in piena, ero sempre rimandato. Paole. Silenzi. E poi di nuovo parole. Riflettendo davvero poco, andando fuori traccia, a volte senza averla nemmeno ricevuta. Quando riuscivo ad arrivare agli orali, i miei sorrisi di circostanza erano facilmente intuibili, ed ero rimandato prossimo appello. Una parte di me rimuginava sempre, e anche quando non si notava, mi alzavo e me ne andavo. Oppure, dopo aver esposto per l’ennesima volta le mie tesi e ragioni, rientravo nella fantomatica aula per farmi bocciare, aggiungendo cose di cui poi mi pentivo. Sono riuscito a superare il mio esame di maturità con te in un giorno come un altro, quando parlandoti non ho più provato alcun rancore e ho voluto veramente il tuo bene. E ne ho voluto pure a me stesso, senza aggiungere altro, anche dopo essere uscito dall’aula.

Playlist aggiornata, buon ascolto 😉

Non ho i soldi sufficienti

Non ho i soldi sufficienti per offrirti un caffè: gli ultimi li ho spesi per il mio poco fa, ma ho pensato che se mi baci è lo stesso. Il sapore c’è, non ho preso altro. No? Non ho i soldi sufficienti per due biglietti del treno, ma ho pensato che se ti siedi sulle mie gambe il controllore non ci darà noia. No? Non ho i soldi sufficienti per entrare con te a quella mostra di pittura di cui leggi il depliant da giorni, ma ho pensato di darti i miei walkie talkie: puoi entrare tu e ogni quadro che vedrai coi tuoi occhi me lo descriverai. Hai occhi sinceri e mi piace la tua voce. E io sarò comunque con te. No? Non ho i soldi sufficienti per offrirti altro se non me stesso e queste mie proposte. Dicono che i soldi non fanno la felicità. Tu fai la mia. E forse un giorno avrò il coraggio di dirti queste cose quando mi passerai davanti come ogni mattina, anche se sono certo che mi ignorerai e allungherai il passo. Perché purtoppo per te sono solo uno dei tanti barboni sulle scale di questa stazione.

Playlist aggiornata ;), buon ascolto!
Un ringraziamento va alla stazione di Trastevere, dove transito ogni giorno, e che mi ha ispirato mentre andavo a lavoro 🙂

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