Sai, il treno è arrivato in anticipo. Invece di essere felice ero angosciato. Sono stanco per il viaggio, mi fanno male le gambe, o forse è per il passato che si materializza davanti a me con una serie di flashback assurdi. Ho visto la foto di Marco, è candidato. Ha i capelli bianchi, pazzesco vederlo in foto dopo 50 anni. Ho rivisto il punto dove ci siamo baciati la prima volta. Anche le farfalle nello stomaco sono invecchiate, battono le ali piano ma le sento ancora. Ti ho portato dei fiori, mi trema un po’ la mano per l’emozione. O per l’età. No è l’emozione. Avrei voluto vederti prima, credimi, ma ero impegnato. A trovare il tempo. Il coraggio, più che altro. Adesso sono qui e ho portato i tuoi fiori preferiti. E so che mi darai il permesso di sostituire quelli che ci sono nel vaso con questi. Tocco questo marmo, sento il tuo calore, ma sono arrabbiato perché speravo mi avresti aspettato. Sono sempre stato puntuale. Per una volta che sono in ritardo. La volta sbagliata.
Playlist aggiornata, buon ascolto! Non dimenticatela 😉
Una delle attività preferite nel nostro gruppo di amici è sempre stata quella di riunirci una volta l’anno e sfogliare le foto del passato, aggiungendo quelle dell’anno appena trascorso. Da quando la mia coppia era scoppiata, questa attività era pesante. Per loro bontà i miei amici evitavano di mostrare foto dove c’era anche lei. Col tempo non mi dava più fastidio, anzi mi era piacevole ricordare momenti in cui avevo condiviso il mio cuore. Avevamo anche preso a rinominarla, senza che nessuno si sentisse in colpa. Capitava che ero io stesso a ricordare episodi e il mio cuore sussultava genuinamente. Aspettavo sempre con ansia questa riunione. Ed era facile, perché le foto di lei erano sempre le stesse e appartenevano al passato con me. All’ultima riunione, mi passò davanti una foto di lei in tempi recenti, e notai qualcosa: di chi diavolo era la mano nella sua e di chi era lo sguardo che incrociava e la faceva sorridere? Fu l’ultima volta che partecipai.
Il letto dove mi ero esibito in piroette notturne inutili per poterlo occupare tutto, giocando a tetris con me stesso, quel letto che mi ero in un certo senso conquistato, ora mi sembrava troppo grande. Tolsi lo zaino e il computer. Cominciai a sentire freddo, pensai perché non avevo più la batteria a scaldare il materasso. Decisi di prestarti anche un paio di ciabatte, e mi sorridesti. Non chiedesti nulla, ma la tua forma si era fatta strada negli spazi immensi del mio vuoto ormai insignificante e pesante. La storia volle che una notte mi alzassi per bere e vedessi il tuo volto accarezzato dalla luna. Ti illuminava il viso, e io pensavo al fatto che avevo smesso di accendere la luce da tempo. Passai a fianco della tua brandina e fu sufficiente a farti aprire gli occhi. Volevo scusarmi, ma cambiai idea. O meglio, ti presi la mano, senza dire nulla. Nel mio letto a due piazze c’era una stella, ma non era marina e non ero io. Non chiedesti nulla, ma eri qui. Dove dovevi essere.
Playlist aggiornata, spero vi piaccia come sottofondo della conclusione 😉
Non chiedesti nulla, ma eri qui. Non mi disturbavi nemmeno, se non per il fatto che occupavi i miei spazi. La beata forma del vuoto intorno a me. Ti diedi una brandina e arrotolai un asciugamano infilandolo dentro una federa per fare da cuscino. I miei mi servivano. Il mio letto a due piazze era salvo. Non parlavi tanto, ma dopo pochi giorni pendevo dalle tue labbra silenziose. Questa è anche la storia di come iniziai ad appoggiare l’orecchio per sentirti cantare sotto la doccia. Pian piano la forma del vuoto attorno alla mia esistenza si riempiva di te, dei tuoi colori e della tua voce. Una sera ti diedi il mio cuscino, senza sapere il perché. Non chiedesti nulla, ma eri qui. Avevo fatto un po’ di spazio nella mensola del mio frigorifero. Alla fine ne lasciai una completamente libera. Mi sentii stranamente felice quando vidi che l’avevi riempita subito. Ma questa è anche la storia di come iniziai a considerare dannata la forma del vuoto del mio letto a due piazze.
STAY TUNED PER LA TERZA PARTE!
Playlist aggiornata, la canzone mi è in testa da giorni 😉
Questa è la storia di quanto ero fiero del mio letto a due piazze. Dopo tanti anni in letti singoli, in stanze condivise dove stare in silenzio per non disturbare. Potevo accendere la luce a mio piacimento di notte. In questo letto ho dormito in orizzontale, diagonale, verticale, a stella marina. L’ho occupato col mio zaino, bruciato con la batteria del mio computer che sembrava decollare per il suono che faceva quando si surriscaldava. I due cuscini li usavo per stare più comodo. Il vuoto accanto a me durante la notte non mi metteva a disagio, era solo più spazio per me. Nonostante avessi una preferenza per il lato destro del letto, che aveva preso la mia forma, continuavo a sentire mia anche l’altra. E lo era. Come tutta la stanza. La storia ha voluto che mia sorella mi implorasse di ospitarti, per l’inverno che stava arrivando e non avevi dove andare. In nessun universo lo avrei mai fatto. Ma la storia e l’universo vollero che tu comunque bussassi alla mia porta.
Eccomi ancora qui, cari amici. Ventiquattro mesi, dodici righe, due anni (alcuni numeri legati alla mia età, per i fanatici delle coincidenze di questo tipo). Così avevo esordito quel pomeriggio di Agosto, davanti ad un pc, in canottiera senza maniche, pantaloncini e con in mano un cuore che viveva strani giorni.
Mi vengono in mente tutti i momenti in cui ho timore di aver perso l’ispirazione, quando non scrivo e i giorni senza niente diventano più del “solito”. Poi mi rendo conto che non esiste un “solito”, che il vuoto mi ispira ed è mio amico, che per come sono fatto scrivo quando mi viene e basta. E la paura va via.
Sono passati due anni dall’inizio di questo blog. I lettori sono aumentati, qualcuno è andato via (ad es. Masticone dove sei??), qualcuno è rimasto. Sono contento che ci sia un’interazione tra di noi, che non sia solo un mio esprimermi e basta.
Grazie a tutti gli amici blogger!
Ci sono persone che non ho mai ringraziato, e persone che ho già ringraziato. Persone legate a questo blog, o legate alla mia vita di tastierista di emozioni (strumento non musicale ma informatico, nda). Non è una lista esaustiva, come sempre, ma io vado comunque. Ed eccomi qua.
Vorrei ringraziare J., senza la quale questo blog non sarebbe nato. E che continua a non saperlo. Ringrazio A., per avermi regalato l’agendina dove ho cominciato a scrivere senza sapere che sarebbero state dodici righe. Ringrazio Mousaios-Tardoromantico, mio primo blogger di riferimento di decenni fa che mi ha aiutato a capire come il web potesse regalare emozioni e a cui devo molto. Ringrazio i SOAD che mi aiutarono a scegliere il titolo del mio primo blog. Ringrazio M., unico lettore a cui permettevo di entrare nel mio blog privato, compagno quasi quotidiano. Ringrazio L. per esserci sempre. Ringrazio D., per avermi ispirato qualche racconto di passaggio e che comunque continua ad abitare nelle mie terminazioni nervose. Ringrazio V., per aver fatto parte dei miei pensieri adolescenziali. Ringrazio E., per avermi purtroppo fatto fare il cattivo. Ringrazio G., perché ero un bambino. Ringrazio N., per la scossa che mi ha dato. Ringrazio M., perché ha fatto nascere e morire tante cose, causa e conseguenza di tanto. Ringrazio la mia famiglia, per tutto. Ringrazio Guccini per avermi insegnato a trasformare le parole in immagini. Ringrazio Boll per il suo “Opinioni di un clown” che mi ha fatto compiere il passo e per avermi insegnato l’amore struggente. Ringrazio “Seta” di Baricco per l’amore delicato che mi ha insegnato a comunicare e lo stile. Ringrazio i miei amici che mi leggono (le iniziali sarebbero troppe qui) e tutti quelli che non conosco e continuano a farlo. Ringrazio coloro che mi ispirano senza saperlo, quelli che non mi sopportano e mi aiutano a migliorare o peggiorare.
Questo sono io a due anni dall’inizio del blog. Questi siete voi. Questi siamo noi. E spero che continueremo in questo scambio di emozioni e spero di continuare a regalarvi un piccolo brivido o un semplice tic quando leggete le mie righe.
Concludo con una frase del Guccio che mi accompagna spesso: “E quel vizio che ti ucciderà non sarà fumare e bere, ma qualcosa che ti porti dentro cioè vivere, vivere e poi, e poi vivere”.
E aggiungo, in fondo al post e nella playlist, una canzone che vorrei dedicare. Senza aggiungere destinatari precisi.
“Come avevi fatto a non accorgertene?” Dopo anni ad elaborare il lutto della nostra storia, una risposta ero convinto di averla. Invece mi sentii come quando sei lontano da casa, frughi nella tasca per controllare se hai le chiavi, sicuro che ci siano, e non le trovi. C’è quel momento paralizzante, quell’unico secondo in cui il cuore si ferma e la pupilla si dilata. Poi il battito aumenta, cerchi di razionalizzare e continui a cercare. La tasca è piena di altre cose e mentre le tocchi provi a riconoscere il portachiavi o il metallo. Cercavo la risposta nelle mie tasche ma non la trovavo, annaspando tra tante altre cose e pensieri che nemmeno si avvicinavano a una risposta sensata. Paralizzato davanti a te, con le pupille dilatate e il cuore a mille. Ma ci arrivai: “Semplice: perché ti amavo ancora”. Dai tuoi occhi capii che adesso anche tu non riuscivi a trovare le tue chiavi. Pupille dilatate. E restammo chiusi fuori dalle nostre rispettive case con le mani in tasca.
Playlist aggiornata 😉
La prima volta che ho corso nel corridoio. La prima volta che mi sono arrampicato sul letto a castello. La prima volta che sono andato a scuola da solo a piedi. Il primo migliore amico. La prima partita di pallone. La prima pallonata nell’inguine. La prima volta che sono andato senza mani in bicicletta. La prima volta che ho sentito le farfalle nello stomaco. La prima volta che sono state sterminate quelle farfalle. Il primo bacio. Il primo schiaffo. Il primo gelato. La prima festa senza genitori a casa. Il primo gruppo di amici. La prima volta che siamo tornati dopo cena. La prima volta che ho suonato in un gruppo. La prima volta che ho nuotato senza braccioli. La prima volta che ho guidato un motorino.
Alcune primizie di vita che mi fanno pensare alla casa dove sono cresciuto e alla città impregnata di questi ricordi, dove l’aria è un po’ pesante ma dopo qualche respiro ti fa volare sopra le nuvole della memoria.
Questo post – per i maniaci del conteggio – non è di dodici righe. Ma non importa, ognuno ha la sua firma e su questo non c’è la mia, come vedrete alla fine del post. Mi sono affidato alla mano, testa e cuore di un’amica dopo che le ho chiesto di ascoltare la versione di Mia Martini.
Già quel profumo di agrumi mi annebbia il cervello, provo a stare in apnea: ed è qui che sento quel sapore di fragole.
Basta!
Prendo il mio manuale sulle ossessioni, cerco nell’indice un modo per sconfiggerle, mi stendo di pancia, mi metto di fianco, di schiena, con la testa penzolante dal letto, ma la mia immaginazione sale come sangue al cervello, incrocio il mio sguardo allo specchio e me ne vergogno, rimprovero il mio colorito vermiglio.
Mi alzo e do, con la chioma, un colpo di frusta a quell’aria viziata, corrotta dalla tua musica, squisita e degenere.
Chiudi la porta quando vai via, e lascia sul letto la mappa dei miei pensieri.
Lasciami essere mia.
Uno, due, tre, hop. Tre passi e un salterello. Questa strada coi sampietrini la conosco a memoria. Potrei farla bendato, potrei invece cambiare percorso e andare altrove. Ma mi piace la routine. Conosco questi viali, gli alberi, i lampioni e le scorciatoie che arrivano al tuo portone di color marroncino chiaro. Vuoi farmi credere che non mi aspetti. Ma io lo sento il tuo respiro più rapido man mano che mi avvicino, mentre tradisci i tuoi pensieri di donna forte quale non sei. Uno, due, tre, hop. Ecco la tua finestra. Spegni la luce, lo fai sempre. Vuoi farmi credere che stavi dormendo e ti secca aprirmi. Non ho le chiavi della tua porta di casa ma lasci socchiusa quella del tuo cuore, quanto basta per non farmi sentire in colpa quando nascondi la tua fragilità nel buio della stanza. Se un giorno la trovassi chiusa so che potrei innamorarmi di te. Non dici mai una parola, e io non voglio chiedertela. Magari potresti dirmi di no. E a me piace la routine. Uno, due, tre, hop.
La canzone della playlist è quella che mi ha ispirato questa versione maschile. Perciò è quasi fondamentale conoscerne le parole per capire meglio da dove nasce. Ho scelto la voce di Califano, quella versione di Mia Martini ci sarà… presto forse 😉 Buon ascolto!