Terra di nessuno

Credimi io lo so, anche se negheresti fino all’inverosimile, che mi pensi quando lui dorme e le sue onde cerebrali sono rincretinite a tal punto che non si incrociano con le tue. Con le nostre. Non perché io sia più sveglio. Insomma, dai, lo sai cosa voglio dire. Quanto è facile fare così. So anche che mi scrivi quando lui probabilmente sta cucinando o è andato a buttare la spazzatura. Lo so. Giusto il tempo di attizzare il fuoco della perplessità che ancora c’è in questa terra di nessuno, e poi sparire. Di nuovo. Ma non per sempre, solo facendolo credere. Per restarci male quanto basta. Facile. Crudele. C’è chi ci ricasca ancora. C’è che ci ricasco ancora. Credimi, amica mia, sarebbe bello poterti credere quando ti sento. Potresti lasciarmelo fare. Senza più fingere, anche solo per un secondo. Senza aver paura di andare oltre. Senza dover aspettare che tu mi chieda un favore. Ancora. E ancora. Senza fuochi. Senza continuare a cercare l’amore dove l’abbiamo perso.

Playlist aggiornata, buon ascolto! 😉

Hai presente? – Segnalibro

Hai presente quando ti ho vista aspettare l’autobus su quel muretto e sono inciampato per l’emozione? Hai presente quando hai alzato lo sguardo dal tuo libro, hai perso il segnalibro, e sei venuta ad aiutarmi? Hai presente quando mi hai chiesto se stavo bene e io ho visto che anche tu eri arrossita? Hai presente quando mi sono sollevato in piedi dolorante – ma tu questo non lo sai – e ho detto che era tutto a posto? Hai presente quando il mondo si è fermato ma l’autobus ci è passato davanti? Hai presente quando ce ne siamo accorti ma non abbiamo avuto il coraggio di dire niente perché era bello e basta? Hai presente quando, in silenzio, ci siamo seduti su quel muretto? Hai presente quando hai riaperto il libro dall’inizio, incurante del fatto che prima che mi incontrassi fossi già a più di metà? Hai presente quando sono passati altri autobus e noi siamo ancora qui? Spero tu abbia presente tutto questo, perché io vorrei che avesse un futuro.

Tratto da una storia forse immaginaria, ma di un muretto certamente vero.
Playlist aggiornata, buon ascolto 😉

La lunga lettera di Jeanne a Edmund (+ recensione)

Ho incontrato Jeanne l’altra sera. Parlavamo del più e del meno. Di lei ed Edmund. Che sono sia il più che il meno. Le dissi che era stato un peccato si fosse persa la sua lunghissima lettera per colpa della pozzanghera. Lei si fermò. Posò il bicchiere e rimase in silenzio. Dopo qualche minuto, si versò del vino – aveva la gola secca dai ricordi. Tirò fuori dalla sua borsetta un pc un po’ malmesso. Lo accese e cliccò su una cartella “Past times”. Ci cliccò ancora, e vidi un file con il nome di Edmund. Era la sua lettera. Accanto, un altro file che portava la data di qualche settimana dopo. Era la risposta di Jeanne, che non aveva mai inviato. Cliccò due volte e me la lasciò leggere. (Questo post fa seguito a “La lunga lettera di Edmund”. Per il rapporto epistolare completo: Lettere di Edmund I II III Finale ; Jeanne I II)

Edmund, devo chiederti scusa.
Solitamente non mi comporto così. In realtà non ho perso la memoria del mio computer quando è caduto in acqua, nè ho perso la memoria dei giorni trascorsi assieme.
Ho iniziato a scriverti qualcosa, ma mi sono fermata subito dopo perché l’ho trovata così stupida, piena di cliché.
E ho smesso di scriverti. Era troppo. Troppo per me.
Avrei voluto dirti quanto fremevo nell’aspettarti all’uscita dell’aula, quanto mi batteva il cuore nel vedere la tua sagoma avvicinarsi e diventare sempre più grande nel mio sistema sentimentale interiore. Avrei voluto che capissi il mio sguardo quella sera. Avrei voluto che mi spostassi i capelli quando li lasciavo di proposito davanti agli occhi. Avrei voluto tenerti stretto a me quando sei sceso dal treno, sapendo che eri andato nella mia città al momento sbagliato. Ti ho tenuto stretto, non so per quanto – cinque secondi e tre decimi – ma volevo di più.
Avrei voluto vederti sorridere sempre, anche quando sentivo il tuo imbarazzo insinuarsi nei nostri respiri. Quando mi mettevo il pigiama, e tu delicatamente giravi lo sguardo verso il muro vuoto della stanza che sono sicura dipingevi con colori d’amore e desiderio. La brezza dell’incertezza che soffiava sulla nostra pelle e rendeva tutto straordinario. Perché eravamo straordinari.
Avrei voluto tutto questo. Lo straordinario.
Ma ho preferito il silenzio.
E ho smesso di scriverti. Era troppo. Troppo per essere vero. Ed era troppa la paura.
Sorrido amaramente pensando che la tua paura di perdere la nostra amicizia era la mia stessa. Ed è stato quello che ci ha fatto perdere davvero.
Ora mi ritrovo con le tue parole su questo schermo, che credi di aver perso, mentre io raccolgo frasi sconnesse dal mio cassetto di pensieri infranti e teorie.
Perché ho preferito il silenzio.
Perché anche tu hai preferito il silenzio.
Uno straordinario silenzio, per una storia straordinaria che vivremo ciascuno nel proprio cuore.

PS Date uno sguardo qui, c’è una recensione del libro 🙂 Recensione “Dodicirighe”

Playlist aggiornata 😉

La lunga lettera di Edmund a Jeanne

Lo strano rapporto epistolare tra Edmund e Jeanne (che tovate qui: Lettere di Edmund I II III Finale ; Jeanne I II ) include questa lettera – collocabile prima di quella “finale” – che Edmund scrisse sul computer di Jeanne l’ultimo giorno del loro viaggio. Purtroppo per lui, il computer della ragazza andò a finire in acqua e perse tutti i dati. Ma lui ricorda ogni singola parola che le lasciò, senza che lei potesse leggerle mai. Sono più di dodici righe, ma non me la sono sentita di chiedergli di sintetizzare 😉

Cara Jeanne,
Solitamente preferisco scriverti a mano piuttosto che utilizzare un anonimo documento Word, ma la logistica e altre ragioni mi costringono ad usare strumenti elettronici. Perdonami se uso il tuo pc, ma non avevo scelta.
Non voglio giocare con le parole e usare retorica o metafore perché lo scopo di questa mia lettera è chiaro: mi piaci. Sono stato spaventato dal dirlo a me stesso dopo una lunga storia d’amore e svariati mesi di buona vita da single. Ma tempo fa ho dovuto ammettere la verità. Non sono qui per cercare una parola giusta per dirti ciò che sento; non è una questione di definizione per me.
Non è nuovo che io ti consideri qualcosa in più di un’amica e può sembrare non completamente onesto nei tuoi confronti dirtelo così e dopo mesi di costanti incontri, ma spero tu possa capire che non ti ho mai voluta perdere prima di tutto e che ho preferito un’amicizia (vera) al rischio di niente.
Ho stupidamente pensato che il formicolio della sera che ti incontrai fosse per aver posizionato male il braccio sul bancone. O che i crampi imbarazzanti in camera tua mentre guardavamo i film sul tuo letto fossero il principio della mia colite. Ho pensato che venirti a prendere in facoltà fosse un ottimo modo per fare sport, dovendo salire una bella collina, data la mia pigrizia. Che la sudorazione improvvisa ad ogni tuo contatto fosse un bilanciamento della mia alla tua temperatura corporea. Quanti pensieri. Quante teorie.
Non è stato facile nascondere i miei sentimenti, ma come ti ho detto, stare con te è stato, ed è, così bello che mi è sufficiente senza dover aggiungere altro. Ma sento che è arrivato il momento di dirti la verità, e dirmi la verità, dato che più il tempo sta passando e più sento qualcosa.
Ho provato a non sentire niente e lottare contro me stesso dato che sei anche impegnata. Ma, lo sai, il cuore conosce ragioni che la ragione non conosce. E mi sono dovuto arrendere ad un certo punto, perché amo stare con te.
Forse questo viaggio assieme è stata la miccia che mi ha spinto a scriverti (a parte le lettere gettate via). Abbiamo riso, parlato e sono stati dei momenti fantastici per me. E non ho sentito dolore nel nascondere i miei sentimenti.
Secondo te perché ho deciso di prendere un aereo e andare nella tua città due settimane fa? Per vedere te. Certo, il prezzo era economico, ma la conoscevo già. E’ stato frustrante scoprire che tu eri già partita, ma alla fine ti ho raggiunta qui in mezzo al verde di queste colline e ai cieli nuvolosi.
Perché ho deciso di dirtelo? La risposta è che non lo so.
Non ho mai pensato che tu potessi provare qualcosa per me. Ma chi lo sa, a parte te.
Non so come ti senti adesso, non so nemmeno se hai mai capito niente su di me.
Ma dopo tanto tempo in cui mi sono sentito colpevole di questi sentimenti, mi sento libero. Puro, nei miei atteggiamenti. Nessuna delle mie azioni ha mai avuto un secondo fine. Ma mi hai fatto sentire in un modo che avevo completamente dimenticato e mi hai reso felice. Una persona migliore.
Tutto è cominciato come un’amicizia e spero non ti senta mai tradita da queste mie parole quando riapriai il computer al tuo rientro.
Non ho delle precise aspettative dopo queste mie parole, come ti ho sempre detto “aspettati l’inaspettato e non avrai sorprese”.
Sono sempre stato me stesso, è tutto ciò che posso dirti alla fine.

Tu, cosa vuoi? No. Non rispondere. O forse sì.

(PFFFF sospiro di sollievo).

Edmund

Playlist aggiornata 😉

Momento revival di dodicirighe (vi)

Mentre bevevo una tisana stasera mi son detto: perché no? Perché no. Forse.
E questo post è del marzo dell’anno scorso. Buona lettura, se non lo conoscete, o rilettura 😉

La verità
La verità è che eravamo assortiti male fin dall’inizio. Lo dico con voce normale, senza gridare, ormai non serve. Lo dico a me stesso, a chiunque mi è intorno. La verità è che era tempo. Tempo perso, tempo di cambiare, nuvoloso da tempo. La verità. Te la dico guardandoti negli occhi, un po’ lucidi. La verità è che i litigi non erano più qualcosa che teneva vivo il nostro legame, ma un veleno che agiva lentamente. La verità, te la dico prendendoti la mano, è che per come eravamo fatti, anzi ero fatto io, la passione scaldava il cuore ma aveva fatto terra bruciata intorno e dentro di noi. Non era rimasto molto. Qualche frase scritta in pezzi di carta, luoghi comuni che ormai non volevamo più visitare. La verità, te lo dico girando un po’ lo sguardo, è che pensavo fossi tutto ma non lo eri. E lo so che era lo stesso per te. Ma la verità, che ora dico sottovoce nella mia mente, è che se mi chiedessi di ritornare io – forse – ritornerei.

Mozzafiato (cara Milano)

Penso a quando scendevo dal bus, giravo a sinistra, passavo davanti al negozio “Del Mare” e per un attimo mi perdevo. -Dove devo andare? Ah si, proseguire.- Vedevo il binario del tram. Aspettavo il 15. A volte passavo dal retro del duomo per guardarlo, facendo lo slalom tra i venditori di libri. Non ti ho mai capita, Milano. Non ti ho mai particolarmente amata. E’ stata in parte anche colpa mia. Ti ho tenuta a debita distanza e ti ho vissuta in modo strano tutti gli anni che abbiamo convissuto. Quando mi ricapita di attraversarti, faccio finta che tu non sia esistita nella mia vita. Che non conosca quelle panchine o quei vicoli. O che sia impossibile incrociare i fantasmi di persone passate. Sento che la gola si stringe. Potrei dire che la ragione è che sei mozzafiato, cara Milano. Ed effettivamente lo sei. Non per i parchi, né il Castello o per l’Accademia. No. Ma per le polveri sottili dei ricordi che inevitabilmente mi obblighi a inalare e tuttora mi tolgono il respiro.

Playlist aggiornata con una canzone perfetta del buon Dalla 😉

Musicassette e scooby doo – Duecentesimo post

Uno degli oggetti che posso collegare a te sono le musicassette. Non è per farti sembrare fuori da quest’epoca, in fondo io sono degli anni ottanta. Ma ricordo mensole con custodie di plastica e titoli di album e cantanti scritti con penne colorate e linee curve. Calligrafia che le ragazze hanno. Musicassette di artisti che ora son spariti, che se mi capita di ascoltare, giustifico con la tua cattiva influenza. Le custodie delle mc che usavamo per costruire una “rete” per giocare a ping pong sul tavolo della camera, senza il tuo permesso. Mi ricordo i braccialetti chiamati scooby doo che ti chiedevano ti fare gli amici per appenderli al portachiavi o allo zaino Invicta. Un vero business. Penso a tutto questo mentre mi accompagni alla stazione in auto e cantiamo “Hanno ucciso l’uomo ragno” degli 883. E quando finisce, si preme rewind fino a sentire il click dell’autoradio che mi riporta di nuovo a quando io e nostro fratello scassavamo le tue custodie a ping pong. Perdonàti?

E con questo siamo arrivati al 200° post del blog. Non so perché nel mio cuore lo ritenga un numero importante, probabilmente perché quando ho iniziato non pensavo che ci sarei arrivato. E invece…!

Playlist aggiornata 😉
PS: per chi può,e sarà a Roma, si tenga libero giorno 7 febbraio… maggiori info nelle prossime settimane!

Attimi (diapositive e rullini) – Più di dodici righe

Mi vengono in mente i viaggi fatti da bambino. Ricordo la macchina fotografica di mio padre: colore rosso, un laccio scuro sottile, l’obiettivo che faceva un rumore strano. Ma era il suo rumore. Si selezionava bene il posto dove fare la foto, soprattutto se si era all’estero e la certezza di tornarci era inferiore. E così scattavamo la foto. Restava impressa nel rullino per tutto il viaggio, e nessuno sapeva se c’era il dito di qualcuno di noi a coprire la foto. O se era troppo scura. Aspettavamo che l’attimo colto si materializzasse. Sapendo che non avremmo potuto modificarlo. Quando il rullino era stato sviluppato, guardare le foto assieme era un momento per ridere, per fare battute sulla scarsa tecnica, e per indovinare di chi era il dito maledetto che aveva rovinato la foto. Ma in fondo quel dito la rendeva particolare, e non ricordo che avessimo mai buttato una foto per la presenza di un indice. Uno dei miei momenti preferiti era vedere le diapositive assieme nella cucina: toglievamo il quadro dal muro di colore chiaro e si iniziava, dopo un’accurata selezione. Se premevi il pulsante forte, tornavi alla diapositiva precedente. E avere quel telecomando trasmetteva il potere di far tornare alla memoria tanti ricordi. Mi emozionavo tenendolo in mano e stabilendo la pausa per ogni foto. Mi sentivo padrone del tempo e dei ricordi familiari. Ero un bambino, ma sarebbe lo stesso anche adesso. Quegli attimi, quelle diapositive e quei rullini avevano un “per sempre” nelle loro immagini. Potevi strapparla ma non potevi farne una uguale. Non potevi tornare indietro per modificarle, ma potevi riavvolgere il nastro del tuo cervello e del tuo cuore per rivivere le emozioni di quel tempo.
Adesso, che per praticità faccio foto col cellulare, sento di aver perso il senso dell’attimo. Quel “per sempre” che sentivo nel pulsante arancione della macchina per diapositive e nel rumore dell’obiettivo della macchina fotografica rossa.

Per questo Natale, ho scritto più di dodici righe. Vi auguro ogni bene, che possiate passarlo con chi vi è più caro e che possa essere un momento di riposo.
Vi abbraccio di cuore.

Il vostro Curi
PS Playlist aggiornata!

Trekker arancione

Non ricordo la prima ragazza che ci ho portato su. Ricordo quanto andassi piano per non spaventarla. Quando arrivò lei, e la feci salire sul motorino, ho subito voluto che si tenesse a me. E così sono partito a velocità spedita. Inutile dire che era necessario aggrapparsi. Ricordo bene come mi batteva il cuore, e non so se attraverso il mio giubotto lo hai sentito. E ci guardavamo dallo specchietto, timidi. Nonostante il casco integrale, parlavamo, cantavamo, litigavamo e sentivo i tuoi silenzi che il vento mi portava con un movimento innaturale dato che ero io a guidare. Non hai mai smesso di tenerti a me, anche quando eravamo fermi al semaforo. Ed io non ti ho mai chiesto di togliere le mani dai miei fianchi e dal mio cuore che iniziava a battere veloce non appena ti aggrappavi, anche dopo anni da quella prima volta in cui saltasti sul motorino arancione che ormai è disperso chissà dove, custodendo nel suo sottosella i frammenti della nostra storia.

Playlist aggiornata 😉 Buon ascolto!

Momento revival – primo racconto del libro

Riprendendo in mano il libro – non lo faccio mai se non quando mi fanno domande su cose specifiche o per essere sicuro di averlo scritto davvero – mi sono chiesto perché avessi iniziato con questo racconto.
La risposta? Un sorriso.
Ma la curiosità mi ha spinto a chiedermi quale fosse stata la reazione-risposta di chi ha iniziato il libro.
Chissà 😉

Senza indugi, mi ributto – sperando che vogliate accompagnarmi – in questo momento revival di un post del 31 Gennaio 2014 e che fa iniziare “Dodicirighe” in versione cartacea (escludendo il racconto-incipit).

Permesso – Trenino di legno
Ancora me la ricordo, la prima volta. No, a dire il vero non ricordo la prima volta che ci siamo incontrati. Ricordo la prima volta che mi hai distratto dai miei pensieri. Una vera e propria distrazione. Senza chiedere il permesso, sei entrata in questa stanza piena di ingenuità, gioventù e pensieri triviali. Muovevo il mio trenino di legno carico di sogni, con l’altra mano muovevo le corde delle mie passioni di quel presente, che ora sembra lontano. Ti sei seduta accanto a me, e non hai detto una parola. Io non ti ho prestato attenzione. Ci è voluto un po’ prima che mi girassi e ti notassi. Tu eri interessata al mio trenino, io ti guardavo con la coda dell’occhio. Eri parte della mia nuvola confusa di conoscenze. Ma io per te non lo ero. E così hai preso il mio trenino di legno. Senza chiedere il permesso. E io, ingenuo e giovane, te l’ho lasciato prendere. E mi sei entrata nel cuore e ci sei rimasta. Senza chiedere mai il permesso.

Per info sul libro e su dove acquistarlo… andate due post fa o nella sezione “il libro” o qui sulla destra 😉 Natale si avvicina!

Voci precedenti più vecchie Prossimi Articoli più recenti