Congiuntivi(ti)

Il tempo è un’invenzione di persone incapaci di amare (Anonimo)

“Era mia abitudine parlare per ipotesi, per incertezze. I miei “forse” erano fatti di cemento armato, pilastri su cui costruire castelli di “magari” e “chissà”. Ho mascherato i miei dubbi con un falso ottimismo che nascondeva una grandissima fragilità. Mi sono ingannato da solo ogni volta che pensavo fosse quella giusta, così vicina a me come due nuvole viste da terra ma che hanno chilometri di distanza quando poi metti le ali e fluttui nella tua estasi. E così finivo per imperativizzare un emozione. Prospettive certe che in realtà erano costruite su gelatine di costrutti improbabili, mattoni imperfetti di condizionali e passati che tornavano. Così, ad ogni caduta, le mie labbra e la mia bocca asciutta venivano di nuovo colpite da congiuntiviti verbali. Ma poi, poi sei arrivata tu. E ogni congiuntivo con te è diventato presente che mi ha reso felice anche se non aveva futuro”

 

L’ultima sera (Salutarti)

“Doverti salutare l’ultima sera, dover riempire il vuoto tra i nostri occhi con dei puntini sospensivi mentre il mio cuore era pieno di malinconia e la mia mente di ricordi, è stato uno dei momenti più difficili. Stringere i pugni per essere più forte quando invece avrei voluto tenerti per mano. Essere insicuri sul fissare questo momento nella memoria perché potrebbe essere l’ultimo oppure lasciar spazio soltanto al passato. E guardo te, la tua porta, il campanello che sarà pieno di mie impronte digitali e di sussulti del mio cuore tutte le volte che aspettavo che mi aprissi. E le tue labbra che non hanno segni delle mie. La mia esitazione odora di adolescenza tardiva, le mani nelle tue tasche sembrano cercare le parole che non escono. Eccola: la difficoltà del non voler essere banali, la semplicità di intere giornate trascorse assieme che rischiano di essere inzuppate di cliché dell’ultim’ora di saluti. Chiudi gli occhi. Li chiudo anche io. E la mattina ti porta via con sé.”

Cuore estradato (Ridi)

Mi dissero che per farla innamorare dovevo farla ridere, ma ogni volta che ride mi innamoro io. (T. Ferraris)

A Ed sembrava difficile far ridere quando arrivò in terra straniera. Eppure, quella che riteneva una caratteristica difficilmente esportabile oltre la dogana della timidezza intercontinentale, divenne un suo punto di forza. E in mezzo alle battute di gruppo, la vide. E lei rise. E rise i giorni dopo. E le settimane e i mesi. Ed non si stancava mai di vedere le fossette ai lati della guancia che furtivamente facevano capolino al suo sorriso. Il cuore di Ed aveva preso il volo senza passaporto. Ma le regole dei sorrisi possono aver significati diversi. Al suo cuore espatriato e galeotto in terre sconosciute, venne negato il permesso di soggiorno. L’ambasciata delle sue illusioni aveva definitivamente chiuso. Il sorriso innamorato che voleva ricevere, lo aveva invece regalato. Al prezzo di un volo non di sola andata.

Comunque vada

Comunque vada, sarà un successo. Questo si diceva Ian mentre i suoi occhi seguivano quella traiettoria invisibile che muove le pupille attirate dagli oggetti in movimento fuori dal finestrino di un treno. Era partito con uno zaino da campeggio che stonava con le sue abitudini da turista non eccessivamente low cost. Non ci aveva pensato due volte ad andare, perché ogni lasciata è persa. Comunque vada, sarà un successo. Perché, in superficie, se la bacia o meno, è uguale. Ma, in fondo, non é così. Attraversava regioni a lui sconosciute, su treni impregnati di dialetti impronunciabili. E i suoi occhi continuano a seguire scenari romantici. Comunque vada, sarà un successo. Ed eccola lì, fuori dal finestrino, mentre il treno rallenta. Gli occhi forse sono rimasti ancora sul treno a immaginare pianeti inesistenti.Ma il cuore è lì. “Sono davvero felice che tu sia venuto”. Che il cuore di lei dica sì o no alla fine di tutto,non importa. Comunque vada, sarebbe successo

Attese (numeri e dita)

“-E tu cosa ci fai qui?
-Ti aspettavo.
-Ma come diavolo facevi a sapere che sarei arrivata ora?
-Non lo sapevo. Mi sono seduto e mi son detto: “Ok, conto fino a dieci, se non arriva me ne vado.” e sei arrivata.
-E a che numero sei arrivato?
-Duemilasettecentonove, ma potevo continuare.” (Anonimo)

Nel contare il tempo ho consumato le mie dita. Le ho incrociate per avere più fortuna e girate perché non mi venisse la tentazione di trasformarle in pugni. Ho accarezzato i lineamenti impercettibili del tuo volto per trovarti nel caos. E così, inaspettatamente, hai riempito i vuoti tra le mie dita con i tuoi, e, spostando le nostre falangi le une verso le altre, ci siamo uniti in una cosa sola.

L’amore ai tempi del 2.0

Scrivi.
Aspetti.
Pazienti.
Immagini.
Inizi a sbroccare.
Informi il destinatario che hai scritto.
Sbrocchi.
Comunichi il tuo essere sbroccato per l’attesa.
Blocchi reciproci di account.
Sbirciate reciproche con sblocchi di account della durata di un battito.

Torni a scrivere a penna. Ma lo tieni per te. E sbirci dalla tua finestra.
Il tuo amore 1.0 che, forse, fa meno male della versione aggiornata.

Fuso orario

“Sono stati tanti i pomeriggi che ho passato a studiare.E la passione per lo studio non è mai esistita.Il voler finire i compiti subito ce l’avevo sin da bambino, così potevo giocare . Poi è arrivata lei. Il mio obbligo di studiare almeno due ore diventò più pesante e la voglia di vederla riempiva ogni tappo mangiucchiato delle penne. Da piccolo, se i miei uscivano di casa, accendevo il pc e pregavo che non facesse troppo casino nel caso rientrassero inaspettatamente. Quando arrivò lei, e io ero teoricamente più grande, appena ero solo a casa spostavo le lancette degli orologi un’ora avanti perché al loro rientro potessi dire di aver studiato il tempo giusto. I miei non avevano orologi da polso e il cellulare non era la prima cosa che veniva in mente. Per almeno cinque anni ho vissuto sul fuso orario di Helsinki, di Instanbul, di Beirut. Ed era ancora più bello rivederla dopo essere stato così fantasticamente lontano, anche se solo per qualche ora.”

Canzone del player aggiornata 😉

Lettera per il cambiamento

“Scriverti in un momento in cui non credo abbia senso, acquista tutto il suo significato più profondo. Diciamo di essere cambiati quando non stiamo cambiando più, e forse questo fa più incazzare. Fa più incazzare questo del fatto che si possa realmente essere cambiati e le persone del passato, che ritornano sempre in qualche modo, non se ne accorgono. O non vogliono accorgersene. Allora eccomi, a dirti che sono cambiato. Sentire il bisogno di sottolinearlo fa capire che le onde che mi spingevano sono ferme, che quando ci abituiamo a questa brezza modificatrice poi non possiamo più farne a meno. Perché ci sentiamo impotenti, inutili. Fermi. E’ davvero inutile essere fermi? Penso che tirare fuori i remi senza aspettare il vento possa essere una soluzione. Non mi vedi cambiato, e non lo sarò mai per te probabilmente. Ma non importa perché non sei più il mio specchio da molto tempo.”

Solitamente ho messo canzoni straniere, ma non posso esimermi dal mettere questa con questo post.

Se tu sapessi (La lettera di Edmund)

Perché tutto acquisti un senso maggiore,prima leggete le lettere di Edmund:

Prima lettera      Seconda lettera      Terza lettera

Cara Jeanne,

per te questa lettera è la prima, ma se tu sapessi quante altre volte ti ho scritto, ho cancellato parole, e ho buttato tutto via, mi prenderesti sicuramente per pazzo. Se tu sapessi le parole in più che ho detto soltanto perchè le tue non fossero le ultime ma le mie potessero abbracciare qualsiasi conclusione di un tuo discorso. Se tu sapessi i passi in più che ho fatto per far sì che le tue impronte sul fango o sulla neve non fossero sole nell’affrontare il freddo.  Se tu sapessi quanto di te ho parlato soltanto perché sapevo che mi avrebbe sicuramente strappato un sorriso il semplice farlo. Se tu sapessi i tentativi del mio cervello di soffocare il mio cuore, fino ad arrendersi e diventare una cosa sola alla fine di quell’inutile lotta.

Se tu non sapessi tutte queste cose io non sarei qui a scriverti senza cancellare, come amavo fare quando tutto era possibile.

False capacità

Il puro e semplice allargamento di prospettiva capace di includere una grande quantità di elementi non è indicatore di visione di insieme, perchè potrebbe essere espressione di superficialità e considerare realtà in termini superficiali perdendone i dettagli. La flessibilità non è prodotto di una acritica disponibilità ad accogliere stimoli esterni, che è invece indice di conformismo. La rapidità decisionale può nascere sia dalla capacità di gestire l’ansia che dall’incapacità di gestirla, nel caso in cui è frutto del desiderio di disfarsi del problema. (M. B.)

Assomiglia ad una di quelle diapositive che ti trovi a lezione, di quelle che ti fano sperare che almeno una frase sia valsa l’attesa. Nella lezione sull’attesa mi è capitata questa diapositiva. Può apparire ovvia, ma ovvia un corno. Penso ad alcuni modelli che avevo preso ad esempio, e mi chiedo se dietro le loro parole in grassetto non ci fosse un carattere minuscolo meno evidente.

 

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