Potendo volere, io ti ho voluta

Il miglior modo per perdere qualcosa è volerla troppo

Volere è potere. Volere e potere. Potendo volere, io ho voluto. Voler starti vicino, vedere le stesse cose, respirare gli stessi odori e camminare negli stessi spazi, è diventato un sentimento. Dapprima rinnegato, poi accettato, poi vissuto, poi sofferto, svelato, ricelato, vissuto di nuovo, messo in superficie, esposto, distrutto, ora galleggia. Ci si arriva a chiedere egoisticamente perché, com’è possibile che facendo tutto il possibile non sono io. Non sei tu. Non siamo noi. Ci si dimentica sempre che essere in due significa che anche l’altra persona voglia quelle cose, rimanendo intrappolati nel “a chi non piacerebbe” o “è palese quello che faccio”. E così ti ho voluta. Non ho mai fissato un limite per volerti perché non ti ho mai avuta. Volevo e non ti avevo, e ti volevo ancora. Dicono che il tempo è la cura, io ho voluto molto tempo prima di parlarti e il tempo è perso. Adesso che inspiegabilmente ti voglio ancora, continuo a perderti consapevolmente.

Risparmio,inquinamento e ricordi

“Caro amico mio, era da un pò che non ci scrivevamo. So che hai avuto una scossa di recente, ma conoscendoti sono spinto a pensare che hai lasciato di proposito una finestra aperta. Gli spifferi fanno ammalare, e tenere accesi riscaldamenti nello stesso momento fa sprecare soldi ed è inutile. Perché tieni sempre accesa quella luce, la stessa luce, anche se è giorno e non ne hai bisogno? Continui a tenere acceso il motore della macchina anche quando sei fermo perché <vuoi essere pronto ad ogni svolta improvvisa>. Lasci il computer, e non solo, in stand-by perché credi sia più facile che premere off. E continui a lavare più volte al giorno gli stessi panni che vedi sempre sporchi, mettendo la massima potenza, quando potresti buttarli e comprarne di nuovi. Non lasciare che le acque reflue dei tuoi ricordi si gettino nell’oceano inesplorato del tuo futuro senza aver installato un depuratore nel tuo cuore e nella tua mente.”

Coincidenze parallele

Now you’re just somebody that I used to know, ho dovuto cambiare la canzone del player.

Quando chiudi una porta, prima che si apra qualsiasi altro accesso, bisogna fare dei passi e nello spostarti ti imbatti in un vortice coincidenze che ti trascina verso il vecchio indirizzo che stai abbandonando, ma tu copri la faccia col tuo cappotto, metti occhiali da sole e cuffie per non farti coinvolgere. Svegliarti la mattina con profumo di croissant, da una parte ti fa saltare di gioia dall’altro ti ricorda. Eccoti al pc armato delle migliori intenzioni, e così trovi che una posizione lavorativa interessante è nella sua città. Passi avanti. Poco dopo eccone un’altra ma, no non è possibile, l’indirizzo del quartier generale è il suo stesso cognome. Forse sono allucinazioni. Spegni il pc, accendi la radio. Ecco, la canzone che cantavate assieme. Dannazione. Dici tra te e te “C’est la vie”, ma è la sua lingua. Coincidenze, perchè siete coincisi per un lungo lasso di tempo senza toccarvi mai. Rette parallele che coincidono. Per oggi meglio abbandonarsi a questo.

 

Ma che cavolo (sogni e regia)

“Ci pensi chissà quanto. Qualcuno dice che il modo migliore per realizzare i sogni è svegliarsi. Alcuni sogni sono così straordinari che, quando ti capitano in modo inaspettato, non sai come fare. Svanito l’attimo, ti viene da dire “ma che cavolo!”. Essere colti impreparati da una cosa che si era immaginata milioni di volte può essere anche grandioso. Ma capita che si è talmente impreparati e si è così tanto abituati a sognare e farsi film, che anche in quel momento si perseveri nell’essere registi della propria mente. Ecco che allora quell’attimo lo continui a vivere nella tua mente anche se è reale. Sei sveglio, è davanti a te. Ma, conscio o meno, resti nel sogno mentale con gli occhi aperti. Impreparato. Quello che voglio dirti, amico mio, è che non si può essere mai veramente preparati per i sogni. Ma, se qualcosa può cambiare, allora spara al cameraman, licenziati dallo staff del film e smettila anche di essere attore o spettatore. Esci da quel cavolo di cinema e vivi. ”

La canzone nel player laterale è cambiata, adeguata per leggere questo post.

Rumore silenzioso

A volte la migliore musica è il silenzio

E’ proprio così. Era passato tanto tempo dall’ultima volta che l’aveva vista. Non aveva un fisico particolare. “E’  un tipo”. Qualche giorno fa gli fu chiesto cosa la rendesse speciale. Si fermò a pensare. Pensò prima alle sue storie precedenti, a cosa rendeva speciali le donne che lo avevano attratto. Fisicamente trovò un tratto comune tra tutte loro e lei, ma c’era una cosa che più di altre la metteva in alto. Suona banale probabilmente a chi non l’ha vissuto, ma rispose con un “Non era mai noioso stare in silenzio assieme. Non c’era bisogno di riempire quel non-parlare. Il non guardarsi non è per imbarazzo. Non parlo di ognuno-si-fa-gli-affari-suoi, ma di una complicità di sottofondo che non necessita di casse per essere amplificata. Anche il silenzio ha la sua voce, le nostre voci. E ci ascoltiamo senza far rumore. Questo rende lei così speciale.”

Caro amico del duemiladodicirighe

“Caro amico mio, quest’anno si sta concludendo. A me non piace fare bilanci, ma inesorabilmente – tra mezzanotte e mezzanotte e due minuti – la mia mente ricapitola un anno in un minuto e immagina quello nuovo nell’altro. In passato ero portato a dare un giudizio all’anno in base al numero dei momenti buoni, poi sono passato alla qualità. Recentemente ho scoperto un’altra via: l’intensità. L’ho misurata per la gioia, la tristezza e le rivincite. L’intensità dei battiti del cuore. Prima fermo e poi impazzito, lo sappiamo. Ma è stato un bell’anno amico mio. Per certe cose tutto rimane come non è mai stato.  Non ho suggerimenti specifici, amico mio.  Non so se di quello che abbiamo seminato raccoglieremo qualcosa adesso o se raccoglieremo qualcosa che non volevamo o non ci aspettavamo.Posso solo dartene uno generico per augurarti un buon 2013:                      il modo mgliore per predire il futuro è costruirselo (oltre che inventarselo)”

WordPress mi ha fatto un regalo riassuntivo, e io ve lo linko – rinnovando tanti auguri a tutti voi di buona costruzione:https://dodicirighe.wordpress.com/2012/annual-report/

Mille ringraziamenti e ricapitoliamo – sforando le dodicirighe

Per puro divertimento ho usato parole dei miei post scritti finora per creare collegamenti ipertestuali agli articoli . (link, per farla breve!). Lo so che siete internauti professionisti, ma per togliere ogni dubbio cliccate sulle parole sottolineate. Se vi siete persi qualcosa, non avete scuse!

Quando questo blog è nato, nelle prime dodici righe c’era la voglia di raccontare. Non diminuita affatto dopo le 400 visite. Sul perché di questo format c’è stata subito chiarezza da parte dell’ autore.  Non tutte le situazioni sono state vissute in prima persona, non tutte le cose che scrivo effettivamente le vedo in quel modo. Come dodici righe di discorsi surreali lette davanti a un caffè , la mia faccia alla fine dei post è un misto di sollievo e perplessità. Usare il forse nelle frasi aiuterebbe a essere diplomatici, ma quando scrivo mi schiero dalla parte delle mie percezioni. Uno dei miei obiettivi è stimolare ricordi nella mente del lettore, che magari può impersonarsi in Mark, Edward o Edmund e le sue lettere. ( II e III ). Come in un film, si può iniziare un’avventura in un taxi o lasciarsi sotto una pioggia battente e strappalacrime. Spendere cento pezzi e usare tutti i mezzi per un amore non corrisposto è una follia. Ma le persone sono spesso calamite tra loro e , seguendo cliché, ascoltano le loro farfalle nello stomaco. Non ho risposte sulla durata dell’amore, a volte mi sento così perso che non mi troverei nemmeno se cercassi su Google. Il risultato sarebbe missing answer.  Ho scritto seguendo l’istinto, la mente e il cuore. Ricordando che il cuore conosce ragioni che la ragione, in fondo, conosce da sempre. 

Cliché

Caro amico mio, sapevo che mi avresti scritto ancora sull’amore. Pensavo fossi stato chiaro, ma so che è un argomento ricorrente nella vita e non si può sfuggire. Sarò duro. Mi chiedi sui cliché dell’amore. Ci sono. Le cavolate sull’essere diverso, sul non andare nello stesso modo di altri. Convincersene è un reato. Non è il buono a vincere, non è vero che i soldi non contano, che la bellezza interiore conquista e quella esteriore può non esserci. Non è vero che non faresti tutto per qualcuno che ami, o che quando sei stato mollato non hai riprovato almeno una volta a rimettertici assieme. Non è vero che quando ci si molla lo si fa per essere liberi totalmente, ma per riempirsi di qualcun altro. Se si fa qualcosa “per noi”, lo si fa per sè perchè è inclusa nel noi. Non è vero che esistiamo solo noi per la nostra metà, ma ce ne sono altre in giro, probabilmente più compatibili ma non individuate.  L’amore è per sempre, ma non sempre per la stessa persona.

Cento pezzi

Paul aveva speso quei 100 pezzi (non importa la valuta) perchè voleva andare in un posto. Quello dove avrebbe sconfitto i fantasmi del passato e del “forse”: il luogo dove lei abitava. Ci aveva impiegato settimane a decidersi e, come qualcuno scrisse a proposito di una follia su cui poi si riflette, una volta spesi quei soldi e ottenuto il pezzo di carta che gli avrebbe permesso di spostarsi, quello che gli pareva un gesto romanticamente eclatante si era trasformato in una fesseria. Ecco la follia cosciente che si tramuta nella realtà che non si vuole. Decise di non partire, ma non c’era nessuna tristezza nella sua scelta. Si era davvero liberato dei fantasmi del suo passato. Forse aveva solo bisogno di avere la reale possibilità di incontrarli, e quel biglietto non convalidato gliel’aveva data. Erano i 100 pezzi miglior spesi, e utilizzati a suo dire, della sua vita. Si sentiva libero dalle catene senza aver utilizzato le chiavi che aveva comprato per aprirle. Era lui la chiave.

Taxi driver

Joshua aveva un motto <Conosci te stesso attraverso il mondo>. Viaggiava. Mai relazioni. Ma Joshua si era innamorato. Di una tassista. Quella che, dopo la prima volta casuale, aveva cercato sempre di beccare all’aeroporto quando rientrava alla base. Natasha non si truccava per il lavoro. Ma, dopo quella prima volta casuale, cambiò. E lui la guardava nello specchietto, e con una smorfia giudicava i cambiamenti del make-up. Lei lo notava, e sorrideva, prendendo nota mentalmente. Erano appuntamenti riflessi in 15cm di vetro, che per loro aveva la stessa atmosfera del lume di candela. Non si erano mai guardati direttamente. E Natasha aveva questa strana fantasia: che un giorno le chiedesse di scegliere un posto dove conoscersi davvero.  Quel giorno arrivò: “Buongiorno, allora… la porto a casa?” Lui sorrise nello specchietto: “Mostrami la tua casa. Non il posto in cui vivi, ma quello a cui appartieni*”. E lei, voltandosi, spense il tassametro e partì.

*citazione tradotta dall’originale inglese della canzone dei Toad the wet sprocket – Something to say

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