Album

Una delle attività preferite nel nostro gruppo di amici è sempre stata quella di riunirci una volta l’anno e sfogliare le foto del passato, aggiungendo quelle dell’anno appena trascorso. Da quando la mia coppia era scoppiata, questa attività era pesante. Per loro bontà i miei amici evitavano di mostrare foto dove c’era anche lei. Col tempo non mi dava più fastidio, anzi mi era piacevole ricordare momenti in cui avevo condiviso il mio cuore. Avevamo anche preso a rinominarla, senza che nessuno si sentisse in colpa. Capitava che ero io stesso a ricordare episodi e il mio cuore sussultava genuinamente. Aspettavo sempre con ansia questa riunione. Ed era facile, perché le foto di lei erano sempre le stesse e appartenevano al passato con me. All’ultima riunione, mi passò davanti una foto di lei in tempi recenti, e notai qualcosa: di chi diavolo era la mano nella sua e di chi era lo sguardo che incrociava e la faceva sorridere? Fu l’ultima volta che partecipai.

Playlist aggiornata, buon ascolto! 😉

A due piazze (Parte III – Finale)

Continua da: A due piazze (Parte II)

Il letto dove mi ero esibito in piroette notturne inutili per poterlo occupare tutto, giocando a tetris con me stesso, quel letto che mi ero in un certo senso conquistato, ora mi sembrava troppo grande. Tolsi lo zaino e il computer. Cominciai a sentire freddo, pensai perché non avevo più la batteria a scaldare il materasso. Decisi di prestarti anche un paio di ciabatte, e mi sorridesti. Non chiedesti nulla, ma la tua forma si era fatta strada negli spazi immensi del mio vuoto ormai insignificante e pesante. La storia volle che una notte mi alzassi per bere e vedessi il tuo volto accarezzato dalla luna. Ti illuminava il viso, e io pensavo al fatto che avevo smesso di accendere la luce da tempo. Passai a fianco della tua brandina e fu sufficiente a farti aprire gli occhi. Volevo scusarmi, ma cambiai idea. O meglio, ti presi la mano, senza dire nulla. Nel mio letto a due piazze c’era una stella, ma non era marina e non ero io. Non chiedesti nulla, ma eri qui. Dove dovevi essere.

Playlist aggiornata, spero vi piaccia come sottofondo della conclusione 😉

A due piazze (Parte II)

Continua da: A due piazze (Parte I)

Non chiedesti nulla, ma eri qui. Non mi disturbavi nemmeno, se non per il fatto che occupavi i miei spazi. La beata forma del vuoto intorno a me. Ti diedi una brandina e arrotolai un asciugamano infilandolo dentro una federa per fare da cuscino. I miei mi servivano. Il mio letto a due piazze era salvo. Non parlavi tanto, ma dopo pochi giorni pendevo dalle tue labbra silenziose. Questa è anche la storia di come iniziai ad appoggiare l’orecchio per sentirti cantare sotto la doccia. Pian piano la forma del vuoto attorno alla mia esistenza si riempiva di te, dei tuoi colori e della tua voce. Una sera ti diedi il mio cuscino, senza sapere il perché. Non chiedesti nulla, ma eri qui. Avevo fatto un po’ di spazio nella mensola del mio frigorifero. Alla fine ne lasciai una completamente libera. Mi sentii stranamente felice quando vidi che l’avevi riempita subito. Ma questa è anche la storia di come iniziai a considerare dannata la forma del vuoto del mio letto a due piazze.

STAY TUNED PER LA TERZA PARTE!

Playlist aggiornata, la canzone mi è in testa da giorni 😉

Pupille dilatate – Chiavi

“Come avevi fatto a non accorgertene?” Dopo anni ad elaborare il lutto della nostra storia, una risposta ero convinto di averla. Invece mi sentii come quando sei lontano da casa, frughi nella tasca per controllare se hai le chiavi, sicuro che ci siano, e non le trovi. C’è quel momento paralizzante, quell’unico secondo in cui il cuore si ferma e la pupilla si dilata. Poi il battito aumenta, cerchi di razionalizzare e continui a cercare. La tasca è piena di altre cose e mentre le tocchi provi a riconoscere il portachiavi o il metallo. Cercavo la risposta nelle mie tasche ma non la trovavo, annaspando tra tante altre cose e pensieri che nemmeno si avvicinavano a una risposta sensata. Paralizzato davanti a te, con le pupille dilatate e il cuore a mille. Ma ci arrivai: “Semplice: perché ti amavo ancora”. Dai tuoi occhi capii che adesso anche tu non riuscivi a trovare le tue chiavi. Pupille dilatate. E restammo chiusi fuori dalle nostre rispettive case con le mani in tasca.

Playlist aggiornata 😉

Primizie – Casa

La prima volta che ho corso nel corridoio. La prima volta che mi sono arrampicato sul letto a castello. La prima volta che sono andato a scuola da solo a piedi. Il primo migliore amico. La prima partita di pallone. La prima pallonata nell’inguine. La prima volta che sono andato senza mani in bicicletta. La prima volta che ho sentito le farfalle nello stomaco. La prima volta che sono state sterminate quelle farfalle. Il primo bacio. Il primo schiaffo. Il primo gelato. La prima festa senza genitori a casa. Il primo gruppo di amici. La prima volta che siamo tornati dopo cena. La prima volta che ho suonato in un gruppo. La prima volta che ho nuotato senza braccioli. La prima volta che ho guidato un motorino.
Alcune primizie di vita che mi fanno pensare alla casa dove sono cresciuto e alla città impregnata di questi ricordi, dove l’aria è un po’ pesante ma dopo qualche respiro ti fa volare sopra le nuvole della memoria.


Playlist aggiornata 😉

Minuetto

Questo post – per i maniaci del conteggio – non è di dodici righe. Ma non importa, ognuno ha la sua firma e su questo non c’è la mia, come vedrete alla fine del post. Mi sono affidato alla mano, testa e cuore di un’amica dopo che le ho chiesto di ascoltare la versione di Mia Martini.

Già quel profumo di agrumi mi annebbia il cervello, provo a stare in apnea: ed è qui che sento quel sapore di fragole.
Basta!
Prendo il mio manuale sulle ossessioni, cerco nell’indice un modo per sconfiggerle, mi stendo di pancia, mi metto di fianco, di schiena, con la testa penzolante dal letto, ma la mia immaginazione sale come sangue al cervello, incrocio il mio sguardo allo specchio e me ne vergogno, rimprovero il mio colorito vermiglio.
Mi alzo e do, con la chioma, un colpo di frusta a quell’aria viziata, corrotta dalla tua musica, squisita e degenere.
Chiudi la porta quando vai via, e lascia sul letto la mappa dei miei pensieri.
Lasciami essere mia.

Livia

Il mio minuetto

Uno, due, tre, hop. Tre passi e un salterello. Questa strada coi sampietrini la conosco a memoria. Potrei farla bendato, potrei invece cambiare percorso e andare altrove. Ma mi piace la routine. Conosco questi viali, gli alberi, i lampioni e le scorciatoie che arrivano al tuo portone di color marroncino chiaro. Vuoi farmi credere che non mi aspetti. Ma io lo sento il tuo respiro più rapido man mano che mi avvicino, mentre tradisci i tuoi pensieri di donna forte quale non sei. Uno, due, tre, hop. Ecco la tua finestra. Spegni la luce, lo fai sempre. Vuoi farmi credere che stavi dormendo e ti secca aprirmi. Non ho le chiavi della tua porta di casa ma lasci socchiusa quella del tuo cuore, quanto basta per non farmi sentire in colpa quando nascondi la tua fragilità nel buio della stanza. Se un giorno la trovassi chiusa so che potrei innamorarmi di te. Non dici mai una parola, e io non voglio chiedertela. Magari potresti dirmi di no. E a me piace la routine. Uno, due, tre, hop.

La canzone della playlist è quella che mi ha ispirato questa versione maschile. Perciò è quasi fondamentale conoscerne le parole per capire meglio da dove nasce. Ho scelto la voce di Califano, quella versione di Mia Martini ci sarà… presto forse 😉 Buon ascolto!

Prima di conoscerti

Ti ho amata prima di conoscerti. Prima che quel giorno il mio sguardo si posasse sul tuo e il tuo sul moscerino che c’era sulla mia spalla, io sapevo di amarti. Quando da bambino vedevo gli adulti tenersi per mano, guardavo la mia che sudava sempre e la immaginavo difficilmente in quella di qualcun’altra, io sapevo che c’eri. Non ti conoscevo, ma ti amavo già per le tue dita. Tra i compagni di scuola, di giochi e di tanto altro, si formavano coppie ma io non avevo fretta. Sapevo che saresti arrivata. Non ti conoscevo, ma ti amavo già per il tuo sorriso. Nelle lettere che scrivevo, nelle immagini che avevo mentre fissavo il soffitto della mia stanza, c’era tutto di me e di te. Non ti conoscevo, ma ti amavo già per la timidezza dei tuoi occhi ad un mio complimento. Ora che hai spostato questo moscerino dalla mia spalla, so che tutta questa attesa non è stata vana. Ti amavo già prima di conoscerti e, adesso che finalmente ti ho incontrata, posso dirtelo.

Playlist aggiornata! Buon ascolto 😉

comBaciami ancora

Non saprei dire chi dei due (tu) fece il primo passo. Mi aspettavo di vederti in compagnia, dovevi esserlo. Non chiesi nulla, feci finta di niente. Come quando stavamo insieme. La ragione per cui sono ancora vivo è che quando non so cosa dire, respiro. Anche se tu eri brava a togliermi il fiato. Iniziò “Baciami ancora” di Jovanotti, una canzone che ci imbarazzò. Non saprei dire chi (io) prese l’altro e iniziò il lento dei ricordi. Quando misi la mano sul tuo fianco sembrava ci fosse ancora la forma delle mie dita che combaciava perfettamente, come anche le tue sulla mia spalla. La tua mano scivolava dalla mia, sudata. Non sapevamo cosa dire, e respiravamo. Hai appoggiato la testa sul mio petto, in quel posto dove solo tu sapevi tenerla. E ancora combaciava. “Baciami ancora”. Non saprei dire chi (entrambi) avesse avuto la sensazione che fosse stato l’altro a dirlo e non il cantante, o forse volevamo crederlo, ma non ce lo facemmo ripetere di nuovo.

Playlist aggiornata, facile capire che canzone ci sia 😉 Buon ascolto!

Stazioni e inganni

Qui c’è chi inganna l’attesa e chi inganna sé stesso. Chi inganna la persona a fianco (che la conosca o meno), nascondendo ansia e paura per la lontananza futura o felicità per la liberazione da una presenza non gradita. Non sono le valigie a pesare ma i pensieri dei viaggiatori che, da una parte all’altra della stazione, corrono per non perdere un’occasione. Magari l’ultima della vita. Ma c’è anche chi si trascina lentamente sperando che il treno sia già partito per perderla di proposito e maledire ad alta voce quel momento, benedicendolo nel profondo del cuore. C’è chi spera che sia in ritardo per poterci ripensare almeno un’altra volta, guardandosi indietro senza voltarsi, per ridurre la tentazione forte di uscire da lì. Mentre io sto qui seduto aspettando che appaia il numero del binario, osservo con falso distacco questo girone infernale di anime in continuo movimento per chissà cosa o chissà chi ma, alla fine, soltanto alla ricerca di loro stesse.

Playlist aggiornata, non dimenticatela anche se è sotto Twitter! 😉
COMUNICAZIONE DI SERVIZIO: Ho aperto un profilo Twitter dedicato al blog: @dodicirighe , followatemi (è pessima lo so!) anche chi già lo faceva in quello mio personale. Trovate anche la sezione laterale apposita con gli aggiornamenti qui sul blog, per cui non c’è bisogno di essere iscritti a Twitter 🙂

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