La tela (pt.1)

Mi avevano fatto iscrivere a questo nuovo corso di arte perché si usavano ragazze vere per ritrarre. Il mio livello incredibile di timidezza mi impediva di avere rapporti umani con l’altro sesso senza fare gaffe, arrossire, scappare e sentire a distanza le risate di scherno. Ero consapevole della mia scarsa bellezza esteriore, del mio “eccesso”. E io so che conta, aldilà del buon costume di negarlo. Mi ritrovai in questa stanza dove più della metà di aspiranti artisti erano uomini. Non ero sorpreso. Qualcuno si sfregava le mani assaporando la “vittima” degli sguardi poco creativi e molto concupiscenti dei partecipanti. Ammetto che anche io mi sfregavo gli occhi e attendevo l’ingresso della modella, pur non partecipando ai discorsi degli altri miei compagni che scommettevano su chi l’avrebbe portata a casa. Ecco due sagome dietro la porta: una doveva essere il professore e l’altra la modella. Ci sollevavamo dalla sedia per riuscire a intravedere qualcosa. La porta si aprì.

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Musicassette e scooby doo – Duecentesimo post

Uno degli oggetti che posso collegare a te sono le musicassette. Non è per farti sembrare fuori da quest’epoca, in fondo io sono degli anni ottanta. Ma ricordo mensole con custodie di plastica e titoli di album e cantanti scritti con penne colorate e linee curve. Calligrafia che le ragazze hanno. Musicassette di artisti che ora son spariti, che se mi capita di ascoltare, giustifico con la tua cattiva influenza. Le custodie delle mc che usavamo per costruire una “rete” per giocare a ping pong sul tavolo della camera, senza il tuo permesso. Mi ricordo i braccialetti chiamati scooby doo che ti chiedevano ti fare gli amici per appenderli al portachiavi o allo zaino Invicta. Un vero business. Penso a tutto questo mentre mi accompagni alla stazione in auto e cantiamo “Hanno ucciso l’uomo ragno” degli 883. E quando finisce, si preme rewind fino a sentire il click dell’autoradio che mi riporta di nuovo a quando io e nostro fratello scassavamo le tue custodie a ping pong. Perdonàti?

E con questo siamo arrivati al 200° post del blog. Non so perché nel mio cuore lo ritenga un numero importante, probabilmente perché quando ho iniziato non pensavo che ci sarei arrivato. E invece…!

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PS: per chi può,e sarà a Roma, si tenga libero giorno 7 febbraio… maggiori info nelle prossime settimane!

Distratto – storia di superficie

Quel tuo neo sulla guancia destra che appariva tra le lentiggini. Ah, e anche le tue lentiggini: un quadro monocromo di Seurat. Cercavo di guardarti negli occhi, ma mi distraevano le tue gote. Le fossette che si creavano quando sorridevi sembravano abissi da riempire con le mie insicurezze. Mi distraevano. Il tuo mento, con quella sorta di buchino nel centro. Impossibile da non notare. Mi distraeva dai discorsi seri. Le tue labbra asimmetriche mi facevano sentire instabile. La tua fronte aveva una macchiolina invisibile ai più. Ma non a me. E mi distraevo. Ti ho intravista qualche giorno fa. Da tempo ti sei rifatta una vita. Purtroppo, guardando meglio, anche il viso con la chirurgia. Forse non hai mai capito quanto mi avesse fatto innamorare di te tutto quel perdermi nelle tue perfette imperfezioni. Come avresti potuto capirlo dai miei silenzi? Forse non sono mai stato capace di dirtelo perché, per tutto il tempo, ero distratto.

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Bici – storia semplice

“Hai voluto la bicicletta? Pedala”. Era la frase tipica che le persone intorno a me ripetevano quando ero nel mezzo di una storia dove il tracciato si faceva in salita. Io con la mia mountain bike, chi mi accompagnava aveva la sua bici. In questo modo ognuno aveva i propri spazi e la libertà di deviare. Col tempo però, in ogni storia, uno dei due si stancava un po’ e l’altro doveva fermarsi. Nei momenti cruciali, dove avveniva lo stallo, capitava di essere lasciato dietro, senza mai riprendersi. Momenti in cui, forse, bisognava avere più pazienza o più coraggio. Per tanto tempo mi sono affiancato di biciclette con cui percorrevo strade in pianura o in discesa con facilità, con le gambe al vento e frenando senza dubbi. In salita, invece, arrivavo solo o mi fermavo a metà. Poi arrivò lei, con il suo tandem. Mi invitò a provarlo. Completamente impacciati all’inizio, trovammo poi il nostro ritmo. E fu così che lasciai la mountain bike nel garage, senza prenderla più.

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Con questa “storia semplice” si conclude il 2014 di Dodicirighe, buona chiusura d’anno a tutti!

Attimi (diapositive e rullini) – Più di dodici righe

Mi vengono in mente i viaggi fatti da bambino. Ricordo la macchina fotografica di mio padre: colore rosso, un laccio scuro sottile, l’obiettivo che faceva un rumore strano. Ma era il suo rumore. Si selezionava bene il posto dove fare la foto, soprattutto se si era all’estero e la certezza di tornarci era inferiore. E così scattavamo la foto. Restava impressa nel rullino per tutto il viaggio, e nessuno sapeva se c’era il dito di qualcuno di noi a coprire la foto. O se era troppo scura. Aspettavamo che l’attimo colto si materializzasse. Sapendo che non avremmo potuto modificarlo. Quando il rullino era stato sviluppato, guardare le foto assieme era un momento per ridere, per fare battute sulla scarsa tecnica, e per indovinare di chi era il dito maledetto che aveva rovinato la foto. Ma in fondo quel dito la rendeva particolare, e non ricordo che avessimo mai buttato una foto per la presenza di un indice. Uno dei miei momenti preferiti era vedere le diapositive assieme nella cucina: toglievamo il quadro dal muro di colore chiaro e si iniziava, dopo un’accurata selezione. Se premevi il pulsante forte, tornavi alla diapositiva precedente. E avere quel telecomando trasmetteva il potere di far tornare alla memoria tanti ricordi. Mi emozionavo tenendolo in mano e stabilendo la pausa per ogni foto. Mi sentivo padrone del tempo e dei ricordi familiari. Ero un bambino, ma sarebbe lo stesso anche adesso. Quegli attimi, quelle diapositive e quei rullini avevano un “per sempre” nelle loro immagini. Potevi strapparla ma non potevi farne una uguale. Non potevi tornare indietro per modificarle, ma potevi riavvolgere il nastro del tuo cervello e del tuo cuore per rivivere le emozioni di quel tempo.
Adesso, che per praticità faccio foto col cellulare, sento di aver perso il senso dell’attimo. Quel “per sempre” che sentivo nel pulsante arancione della macchina per diapositive e nel rumore dell’obiettivo della macchina fotografica rossa.

Per questo Natale, ho scritto più di dodici righe. Vi auguro ogni bene, che possiate passarlo con chi vi è più caro e che possa essere un momento di riposo.
Vi abbraccio di cuore.

Il vostro Curi
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le Dodici Righe di Eugenio (dal blog di diego56)

(fate uno sforzino e leggetelo tutto cliccando su “visualizza originale”, qui c’è solo un estratto)Tanti di voi mi hanno lasciato il loro pensiero. Tutti quanti sono entrati nel mio cuore, tutti quanti hanno ricevuto la mia attenzione e sono scolpiti nella mia memoria. Non ho fatto una discriminazione o selezione, potevo anche non giustificarmi o non motivarlo. Ho semplicemente deciso che questo pensiero di diego56 andasse ribloggato su dodicirighe. I vostri commenti, pensieri, suggerimenti e parole sono sempre con me, nessun rancore spero per questa scelta 🙂 Grazie diego56!

Avatar di diegod56appunti, semplicemente appunti

Al giro di boa del capodanno, la mia barca solcherà cigolando il mare delle 59 primavere. Molto di quel che siamo rimane intagliato nei legni dalle ferite e dai piaceri quel tempo speciale, fra i venti e trent’anni. Il tempo dell’amore, dell’impeto ubriacante della giovinezza. Molto di quel tempo lo ritrovi nel simpatico volumetto dei racconti di Eugenio Curatola. Non c’è solo questo, ma procediamo con ordine. Il titolo «Dodici Righe» rispecchia la scelta rigorosa e giocosa nel contempo di pre-stabilire la lunghezza dei racconti. Esercizio utile, utilissimo, giovevole non poco allo stile. La brevità, il canone come un filtro, un setaccio che obbliga a scartare il superfluo, a non sprecare spazio, a chiarire a se stessi, nell’atto di scrivere, ciò che conta davvero. I racconti nascono per il web e sul web è d’obbligo esser brevi per essere letti, ma questa brevità poi funziona anche sulla pagina…

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Trekker arancione

Non ricordo la prima ragazza che ci ho portato su. Ricordo quanto andassi piano per non spaventarla. Quando arrivò lei, e la feci salire sul motorino, ho subito voluto che si tenesse a me. E così sono partito a velocità spedita. Inutile dire che era necessario aggrapparsi. Ricordo bene come mi batteva il cuore, e non so se attraverso il mio giubotto lo hai sentito. E ci guardavamo dallo specchietto, timidi. Nonostante il casco integrale, parlavamo, cantavamo, litigavamo e sentivo i tuoi silenzi che il vento mi portava con un movimento innaturale dato che ero io a guidare. Non hai mai smesso di tenerti a me, anche quando eravamo fermi al semaforo. Ed io non ti ho mai chiesto di togliere le mani dai miei fianchi e dal mio cuore che iniziava a battere veloce non appena ti aggrappavi, anche dopo anni da quella prima volta in cui saltasti sul motorino arancione che ormai è disperso chissà dove, custodendo nel suo sottosella i frammenti della nostra storia.

Playlist aggiornata 😉 Buon ascolto!

Momento revival – primo racconto del libro

Riprendendo in mano il libro – non lo faccio mai se non quando mi fanno domande su cose specifiche o per essere sicuro di averlo scritto davvero – mi sono chiesto perché avessi iniziato con questo racconto.
La risposta? Un sorriso.
Ma la curiosità mi ha spinto a chiedermi quale fosse stata la reazione-risposta di chi ha iniziato il libro.
Chissà 😉

Senza indugi, mi ributto – sperando che vogliate accompagnarmi – in questo momento revival di un post del 31 Gennaio 2014 e che fa iniziare “Dodicirighe” in versione cartacea (escludendo il racconto-incipit).

Permesso – Trenino di legno
Ancora me la ricordo, la prima volta. No, a dire il vero non ricordo la prima volta che ci siamo incontrati. Ricordo la prima volta che mi hai distratto dai miei pensieri. Una vera e propria distrazione. Senza chiedere il permesso, sei entrata in questa stanza piena di ingenuità, gioventù e pensieri triviali. Muovevo il mio trenino di legno carico di sogni, con l’altra mano muovevo le corde delle mie passioni di quel presente, che ora sembra lontano. Ti sei seduta accanto a me, e non hai detto una parola. Io non ti ho prestato attenzione. Ci è voluto un po’ prima che mi girassi e ti notassi. Tu eri interessata al mio trenino, io ti guardavo con la coda dell’occhio. Eri parte della mia nuvola confusa di conoscenze. Ma io per te non lo ero. E così hai preso il mio trenino di legno. Senza chiedere il permesso. E io, ingenuo e giovane, te l’ho lasciato prendere. E mi sei entrata nel cuore e ci sei rimasta. Senza chiedere mai il permesso.

Per info sul libro e su dove acquistarlo… andate due post fa o nella sezione “il libro” o qui sulla destra 😉 Natale si avvicina!

Sola andata

A F. Perché forse avrei potuto

Aspettavi una sua chiamata da tempo. Dopo la rottura eri cambiato. Testavi la batteria per essere sicuro che funzionasse. Un giorno mi dicesti: “Se non mi chiama oggi, farò un viaggio di sola andata”. Ero contento, ti avevo sempre detto che cambiare aria era un bene. Dalla stanza a fianco ti vedevo chiudere la valigia e poi vestirti. Mi ricordo bene quella combinazione jeans-maglietta-scarpe: te l’avevo suggerita io per il tuo primo appuntamento con lei. Ti chiedo di nuovo la meta. Mi guardi, e ora forse vorrei non lo avessi fatto. Avrei dovuto capire? Stringi in mano il cellulare. Vai verso la porta. Ti giri e fai “il tram passa tra poco, vero?” “Certo F., gli orari li sai a memoria”. Avrei potuto capire? Ti sento scendere le scale, tu che hai sempre preso l’ascensore. Probabilmente guardavi lo schermo, sperando. Eri fermo sul marciapiede, per prendere il 9. E lo hai preso, in pieno. Poco dopo, per terra a qualche metro di distanza, un cellulare semidistrutto che suona.

Playlist aggiornata!
So che vi avevo fatto gli auguri, ma vi avevo anche detto che sono “schiavo” dell’ispirazione 😉
Gli auguri del video nel post precedente valgono sempre e comunque!

Neanche per sogno – sincronia

Il rifugio dalle mie insicurezze erano i miei sogni. Quelli dove da bambino ero un cantante famoso o un calciatore fortissimo. Nei miei sogni c’era un po’ di realtà: in quello del calciatore ero comunque difensore o portiere perché, come nel vero, il mio piede non era particolarmente adatto alla classifica dei cannonieri. In quello del cantante, beh anche a casa emettevo suoni. Dal portone della mia vita adulta sei entrata tu. In questa realtà che ci fa incontrare alla reception riusciamo a malapena a salutarci senza arrossire. Chiudo gli occhi la sera, sei distante anche qui anni luce. Sei entrata in punta di piedi nelle mie notti, dentro il campo da calcio, sul palco del mio concerto. Hai invaso la mia fase rem. Ma resti sempre inarrivabile. Mi chiedo perché continuo, se neanche per sogno riesco a parlarti. Perché per qualche strana ragione ho l’impressione che anche io sia nei sogni tuoi in queste notti. E per ora mi sta bene questa strana, incerta ma perfetta sincronia.

Buon ascolto anche della canzone della playlist, mi ha accompagnato per un po’ 😉

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