Momento revival di dodicirighe (vi)

Mentre bevevo una tisana stasera mi son detto: perché no? Perché no. Forse.
E questo post è del marzo dell’anno scorso. Buona lettura, se non lo conoscete, o rilettura 😉

La verità
La verità è che eravamo assortiti male fin dall’inizio. Lo dico con voce normale, senza gridare, ormai non serve. Lo dico a me stesso, a chiunque mi è intorno. La verità è che era tempo. Tempo perso, tempo di cambiare, nuvoloso da tempo. La verità. Te la dico guardandoti negli occhi, un po’ lucidi. La verità è che i litigi non erano più qualcosa che teneva vivo il nostro legame, ma un veleno che agiva lentamente. La verità, te la dico prendendoti la mano, è che per come eravamo fatti, anzi ero fatto io, la passione scaldava il cuore ma aveva fatto terra bruciata intorno e dentro di noi. Non era rimasto molto. Qualche frase scritta in pezzi di carta, luoghi comuni che ormai non volevamo più visitare. La verità, te lo dico girando un po’ lo sguardo, è che pensavo fossi tutto ma non lo eri. E lo so che era lo stesso per te. Ma la verità, che ora dico sottovoce nella mia mente, è che se mi chiedessi di ritornare io – forse – ritornerei.

Mozzafiato (cara Milano)

Penso a quando scendevo dal bus, giravo a sinistra, passavo davanti al negozio “Del Mare” e per un attimo mi perdevo. -Dove devo andare? Ah si, proseguire.- Vedevo il binario del tram. Aspettavo il 15. A volte passavo dal retro del duomo per guardarlo, facendo lo slalom tra i venditori di libri. Non ti ho mai capita, Milano. Non ti ho mai particolarmente amata. E’ stata in parte anche colpa mia. Ti ho tenuta a debita distanza e ti ho vissuta in modo strano tutti gli anni che abbiamo convissuto. Quando mi ricapita di attraversarti, faccio finta che tu non sia esistita nella mia vita. Che non conosca quelle panchine o quei vicoli. O che sia impossibile incrociare i fantasmi di persone passate. Sento che la gola si stringe. Potrei dire che la ragione è che sei mozzafiato, cara Milano. Ed effettivamente lo sei. Non per i parchi, né il Castello o per l’Accademia. No. Ma per le polveri sottili dei ricordi che inevitabilmente mi obblighi a inalare e tuttora mi tolgono il respiro.

Playlist aggiornata con una canzone perfetta del buon Dalla 😉

La tela (pt.3 – finale)

Leggete prima: La tela (pt.1) e La tela (pt.2)

Entrai nella mia auto e pensavo alle risate della gente. Mi venne fame, come sempre. Trovai uno snack. Perché lo avevo fatto? Dopo un po’ di tempo appoggiato al clacson, sentii bussare al finestrino. Era la modella, che teneva con le sue dita sottili la mia tela. Volevo scappare, ma la vidi arrossire e, con voce flebile, mi chiese il permesso di tenerla. Ebbi uno shock, ma fui capace di rispondere sì. E lei scappò via col suo corpicino, facendomi sorridere. Dopo poco il professore si avvicinò al finestrino e mi disse che avrebbe dovuto bocciarmi per non essermi attenuto alla traccia. Mi chiese di aprire la mano e avvicinando la sua alla mia, mi diede un foglio di carta che aprii quando ormai si era allontanato: “Aver cercato sè stessi nell’altro non è premiabile accademicamente, ma lo è umanamente. Ecco il suo numero, sei l’unico della classe a cui ho voluto darlo. E sono certo che nessuno dei tuoi compagni l’abbia avuto da lei”. Posai lo snack e presi il cellulare.

Questo era il disegno sulla mia tela:
20150117_165945

Playlist aggiornata, grazie a M.I.C. , la vera mano artistica è la sua! 🙂 Spero l’attesa sia valsa la pena 😉

La tela (pt.2)

Leggete qui prima: La modella (pt.1)

Il professore entrò, chiudendosi la porta dietro e lasciandoci appesi sul più bello. Fece un discorso introduttivo sull’arte che nessuno riusciva a seguire: si sentivano i piedi scalpitare. Ed ecco che la chiamò: inutile dire che aveva un corpo perfetto, una bellezza che avvolse l’aula e spaventò tutti noi. Seduta su uno sgabello, con un abito molto attillato, scoprì la spalla sinistra e rimase ferma. Dovevamo farle un ritratto. Leggevo le menti dei miei compagni, discorsi che non riporterò per decenza. I suoi occhi a mandorla mi fecero pensare a diversi piatti orientali. Forse anche per la fame dopo 2 ore dalla colazione, o per la mia voglia di mangiare quasi sempre. Dopo una giornata, era finito il tempo. Nessuno guardava il lavoro dell’altro, ma il mio vicino di cavaletto sbirciò. Rimase sconvolto, lo vidi bisbigliare con quello accanto. E la catena continuò. La reazione che avevo parlando con le ragazze si ripresentò: diventai rosso e scappai, lasciando l’opera nell’aula.

Playlist aggiornata 😉 Stay tuned per la terza e ultima parte!

La tela (pt.1)

Mi avevano fatto iscrivere a questo nuovo corso di arte perché si usavano ragazze vere per ritrarre. Il mio livello incredibile di timidezza mi impediva di avere rapporti umani con l’altro sesso senza fare gaffe, arrossire, scappare e sentire a distanza le risate di scherno. Ero consapevole della mia scarsa bellezza esteriore, del mio “eccesso”. E io so che conta, aldilà del buon costume di negarlo. Mi ritrovai in questa stanza dove più della metà di aspiranti artisti erano uomini. Non ero sorpreso. Qualcuno si sfregava le mani assaporando la “vittima” degli sguardi poco creativi e molto concupiscenti dei partecipanti. Ammetto che anche io mi sfregavo gli occhi e attendevo l’ingresso della modella, pur non partecipando ai discorsi degli altri miei compagni che scommettevano su chi l’avrebbe portata a casa. Ecco due sagome dietro la porta: una doveva essere il professore e l’altra la modella. Ci sollevavamo dalla sedia per riuscire a intravedere qualcosa. La porta si aprì.

Playlist aggiornata! 😉

Musicassette e scooby doo – Duecentesimo post

Uno degli oggetti che posso collegare a te sono le musicassette. Non è per farti sembrare fuori da quest’epoca, in fondo io sono degli anni ottanta. Ma ricordo mensole con custodie di plastica e titoli di album e cantanti scritti con penne colorate e linee curve. Calligrafia che le ragazze hanno. Musicassette di artisti che ora son spariti, che se mi capita di ascoltare, giustifico con la tua cattiva influenza. Le custodie delle mc che usavamo per costruire una “rete” per giocare a ping pong sul tavolo della camera, senza il tuo permesso. Mi ricordo i braccialetti chiamati scooby doo che ti chiedevano ti fare gli amici per appenderli al portachiavi o allo zaino Invicta. Un vero business. Penso a tutto questo mentre mi accompagni alla stazione in auto e cantiamo “Hanno ucciso l’uomo ragno” degli 883. E quando finisce, si preme rewind fino a sentire il click dell’autoradio che mi riporta di nuovo a quando io e nostro fratello scassavamo le tue custodie a ping pong. Perdonàti?

E con questo siamo arrivati al 200° post del blog. Non so perché nel mio cuore lo ritenga un numero importante, probabilmente perché quando ho iniziato non pensavo che ci sarei arrivato. E invece…!

Playlist aggiornata 😉
PS: per chi può,e sarà a Roma, si tenga libero giorno 7 febbraio… maggiori info nelle prossime settimane!

Distratto – storia di superficie

Quel tuo neo sulla guancia destra che appariva tra le lentiggini. Ah, e anche le tue lentiggini: un quadro monocromo di Seurat. Cercavo di guardarti negli occhi, ma mi distraevano le tue gote. Le fossette che si creavano quando sorridevi sembravano abissi da riempire con le mie insicurezze. Mi distraevano. Il tuo mento, con quella sorta di buchino nel centro. Impossibile da non notare. Mi distraeva dai discorsi seri. Le tue labbra asimmetriche mi facevano sentire instabile. La tua fronte aveva una macchiolina invisibile ai più. Ma non a me. E mi distraevo. Ti ho intravista qualche giorno fa. Da tempo ti sei rifatta una vita. Purtroppo, guardando meglio, anche il viso con la chirurgia. Forse non hai mai capito quanto mi avesse fatto innamorare di te tutto quel perdermi nelle tue perfette imperfezioni. Come avresti potuto capirlo dai miei silenzi? Forse non sono mai stato capace di dirtelo perché, per tutto il tempo, ero distratto.

Playlist aggiornata! 😉

Bici – storia semplice

“Hai voluto la bicicletta? Pedala”. Era la frase tipica che le persone intorno a me ripetevano quando ero nel mezzo di una storia dove il tracciato si faceva in salita. Io con la mia mountain bike, chi mi accompagnava aveva la sua bici. In questo modo ognuno aveva i propri spazi e la libertà di deviare. Col tempo però, in ogni storia, uno dei due si stancava un po’ e l’altro doveva fermarsi. Nei momenti cruciali, dove avveniva lo stallo, capitava di essere lasciato dietro, senza mai riprendersi. Momenti in cui, forse, bisognava avere più pazienza o più coraggio. Per tanto tempo mi sono affiancato di biciclette con cui percorrevo strade in pianura o in discesa con facilità, con le gambe al vento e frenando senza dubbi. In salita, invece, arrivavo solo o mi fermavo a metà. Poi arrivò lei, con il suo tandem. Mi invitò a provarlo. Completamente impacciati all’inizio, trovammo poi il nostro ritmo. E fu così che lasciai la mountain bike nel garage, senza prenderla più.

Playlist aggiornata! 😉

Con questa “storia semplice” si conclude il 2014 di Dodicirighe, buona chiusura d’anno a tutti!

Attimi (diapositive e rullini) – Più di dodici righe

Mi vengono in mente i viaggi fatti da bambino. Ricordo la macchina fotografica di mio padre: colore rosso, un laccio scuro sottile, l’obiettivo che faceva un rumore strano. Ma era il suo rumore. Si selezionava bene il posto dove fare la foto, soprattutto se si era all’estero e la certezza di tornarci era inferiore. E così scattavamo la foto. Restava impressa nel rullino per tutto il viaggio, e nessuno sapeva se c’era il dito di qualcuno di noi a coprire la foto. O se era troppo scura. Aspettavamo che l’attimo colto si materializzasse. Sapendo che non avremmo potuto modificarlo. Quando il rullino era stato sviluppato, guardare le foto assieme era un momento per ridere, per fare battute sulla scarsa tecnica, e per indovinare di chi era il dito maledetto che aveva rovinato la foto. Ma in fondo quel dito la rendeva particolare, e non ricordo che avessimo mai buttato una foto per la presenza di un indice. Uno dei miei momenti preferiti era vedere le diapositive assieme nella cucina: toglievamo il quadro dal muro di colore chiaro e si iniziava, dopo un’accurata selezione. Se premevi il pulsante forte, tornavi alla diapositiva precedente. E avere quel telecomando trasmetteva il potere di far tornare alla memoria tanti ricordi. Mi emozionavo tenendolo in mano e stabilendo la pausa per ogni foto. Mi sentivo padrone del tempo e dei ricordi familiari. Ero un bambino, ma sarebbe lo stesso anche adesso. Quegli attimi, quelle diapositive e quei rullini avevano un “per sempre” nelle loro immagini. Potevi strapparla ma non potevi farne una uguale. Non potevi tornare indietro per modificarle, ma potevi riavvolgere il nastro del tuo cervello e del tuo cuore per rivivere le emozioni di quel tempo.
Adesso, che per praticità faccio foto col cellulare, sento di aver perso il senso dell’attimo. Quel “per sempre” che sentivo nel pulsante arancione della macchina per diapositive e nel rumore dell’obiettivo della macchina fotografica rossa.

Per questo Natale, ho scritto più di dodici righe. Vi auguro ogni bene, che possiate passarlo con chi vi è più caro e che possa essere un momento di riposo.
Vi abbraccio di cuore.

Il vostro Curi
PS Playlist aggiornata!

le Dodici Righe di Eugenio (dal blog di diego56)

(fate uno sforzino e leggetelo tutto cliccando su “visualizza originale”, qui c’è solo un estratto)Tanti di voi mi hanno lasciato il loro pensiero. Tutti quanti sono entrati nel mio cuore, tutti quanti hanno ricevuto la mia attenzione e sono scolpiti nella mia memoria. Non ho fatto una discriminazione o selezione, potevo anche non giustificarmi o non motivarlo. Ho semplicemente deciso che questo pensiero di diego56 andasse ribloggato su dodicirighe. I vostri commenti, pensieri, suggerimenti e parole sono sempre con me, nessun rancore spero per questa scelta 🙂 Grazie diego56!

Avatar di diegod56appunti, semplicemente appunti

Al giro di boa del capodanno, la mia barca solcherà cigolando il mare delle 59 primavere. Molto di quel che siamo rimane intagliato nei legni dalle ferite e dai piaceri quel tempo speciale, fra i venti e trent’anni. Il tempo dell’amore, dell’impeto ubriacante della giovinezza. Molto di quel tempo lo ritrovi nel simpatico volumetto dei racconti di Eugenio Curatola. Non c’è solo questo, ma procediamo con ordine. Il titolo «Dodici Righe» rispecchia la scelta rigorosa e giocosa nel contempo di pre-stabilire la lunghezza dei racconti. Esercizio utile, utilissimo, giovevole non poco allo stile. La brevità, il canone come un filtro, un setaccio che obbliga a scartare il superfluo, a non sprecare spazio, a chiarire a se stessi, nell’atto di scrivere, ciò che conta davvero. I racconti nascono per il web e sul web è d’obbligo esser brevi per essere letti, ma questa brevità poi funziona anche sulla pagina…

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