Buon viaggio, fratello (dedica)

Anni di differenza se ne passavano. Stesso cognome. Avevano abitato sotto lo stesso tetto. Quando il più grande dei due era partito per la prima volta, la vita dell’altro era cambiata. Capiva che mancava qualcosa nei quotidiani echi delle voci dei corridoi della casa. Era felice di vederlo per le vacanze, e aveva sempre una strana sensazione quando doveva salutarlo. Crescendo aveva chiamato col suo nome quella strana sensazione: voler bene. Un affetto sviluppato durante anni di separazione sembrava destinato ad una fragilità permanente. Un legame che poteva rimanere di sangue e vacanze condivise. Ma era invece una presenza costante. Avevano condiviso la stessa città per qualche tempo e ora che dovevano separarsi di nuovo non voleva sentirsi l’adolescente di tanti anni fa. Ma quel sangue, quel cognome, quel condividere tutto era diventato un calore di cui non poteva e non voleva privarsi. E abbracciò quella strana sensazione senza rimpianti.

Playlist aggiornata 😉

Versatile Blogger Award, ma grazie!!

Mi piace sempre ringraziare direttamente chi mi nomina tramite commento sul blog, ma avendo ricevuto la terza nomination come Versatile Blogger, non posso esimermi dal ringraziare Chiara (http://chiaradailydiary.wordpress.com/), la mitica Stagista – (http://pensieridiunastagista.wordpress.com/) e l’ultima a nominarmi che è Beatrice ( http://beatriceblackbirddailydiary.wordpress.com ). Aggiorno con l’ultimissima a nominarmi che è Manu (http://manutheartist.wordpress.com/ )

Il logo l’ho messo di fianco nella pagina, assieme agli altri gentilissimi premi che mi avete dato e di cui sono fierissimo (non li restituisco anche se vi pentite hehe).

Non nominerò i blogger preferiti, ma non per paura o pigrizia ma perché li leggo davvero tutti e ognuno di loro ha qualcosa che mi piace sempre o scritto di recente o più vecchio. Ma per farmi perdonare rispetterò la regola del dire sette cose su di me:

1) Nonostante spesso ciò che scrivo ha l’aria deprimente, faccio battute idiote molto spesso!
2) Preferisco la Pepsi alla Coca Cola, ma non per questo disdegno la seconda
3) Ho scoperto da un paio d’anni che per scrivere tengo la penna tra l’anulare e il medio (con conseguente callo), mentre a quanto pare si tiene tra indice e medio.
4) Il mio gruppo preferito sono gli R.E.M.
5) Suono la chitarra e il citofono dei palazzi
6) Ho miliardi di soprannomi e nomignoli, tra cui Curi.
7) Adoro la pasta coi pomodorini. Banale? Aggiungeteci della ricotta salata e mi ringrazierete!

Grazie ancora per questo premio!! Spero che queste sette cose non facciano scappare via nessuno/a dal blog 😀

Il vostro Curi

Il tuo nome

Il tuo nome è quello che mi viene in mente quando appoggio la testa sulla mano e per il peso dei ricordi devo usare anche l’altra, finendo per cullare il mio cervello su questi due palmi che hanno sfiorato il tuo volto e i tuoi capelli controvento che si rincorrevano come bambini in cortile. Il tuo nome è quello che mi viene in mente quando faccio finta di dimenticarmi che sei esistita, rendendo vano il processo di smaltimento del rifiuto di ciò che c’è stato e non c’è stato e non ci potrà essere mai più. Il tuo nome è quello che mi viene in mente quando ho una buona notizia e lancio il mio cuore fuori dal mio petto per condividerla. Il tuo nome è quello che mi viene in mente quando sorrido ripensando al tuo starnuto, e mi fa rispondere evasivamente a chi mi chiede di quel riflesso muscolare che etichetto come tic. Non è il tuo nome quello che vorrei ritrovare tra le tante pagine che ho vissuto, ma è il tuo nome quello su cui cade sempre il segnalibro delle mie emozioni.

Playlist aggiornata, una delle mie canzoni in loop al momento 😉

Ebeti fraterni – nuova dimensione

Eravamo cresciuti come fratelli, ci siamo persi negli anni universitari. Ci incontravamo in una dimensione parallela, ancora bambini che giochiamo a pallone o alla Playstation. Ma finalmente ti avrei rivisto dopo mesi. Mi dai appuntamento al bar vicino casa. Ti scorgo da lontano: sei sbarbato e dimagrito. Diverso dall’ultima volta, man mano che mi avvicino percepisco qualcosa: il tuo cuore che batte veloce. Sento odore di dopobarba. Non può essere il tuo, non lo hai mai usato. Mi sorridi e riconosco quel sorriso: è quello di chi ha una notizia che ti travolgerà. Ricorda il mio di qualche anno fa, che insultavi fraternamente come “da ebete”. Provo invidia ed emozione: la prima perché ho capito, la seconda perché ti voglio bene. Il tuo cuore accelera e il mio lo segue con fatica. L’invidia è troppo lenta. La nostalgia macchia il mio caffè, ma in un attimo me la bevo – Sì,lo so,sono io l’ebete stavolta. Si chiama Emma! – E così ha inizio una nuova dimensione.

Playlist aggiornata 😉

Sfigurare

“Ho continuato a testare nella mia mente il suono dei nostri nomi messi uno accanto all’altro non percependone la cacofonia. Ne ho invertito l’ordine delle lettere per scoprire eventuali messaggi criptati che mi indicassero una strada da percorrere. Ho continuato a visualizzare quei tuoi occhi, quei tuoi sorrisi e quei tuoi bracciali strani. E sapevo che avrei corso più veloce della luce anche solo per sfiorare involontariamente la tua pelle vellutata che emanava quel profumo silenzioso. Mille volte ti ho incrociata, e mille volte ancora avrei voluto farlo. Un cuore da sfamare col cervello, questo ero diventato. Sapevo di mentire dicendo la mia verità. Ho rischiato gettando l’ancora, ancora in mare aperto e senza approdo sicuro. Con tutte le donne che ho incontrato ho fatto belle e cattive figure. Con te,come vedi,ne ho fatte di retoriche. E quella che ha mosso tutto, più di ogni altra, ha un sapore di ossimoro: il forte debole che avevo per te”

Playlist aggiornata! 😉

Croste mentali

Era da un po’ che avevi spaccato la porta del mio quieto vivere e avevi tirato due schiaffi al mio comodo torpore. E qualche mese dopo mi hai spinto, facendomi di nuovo cadere dalla scala a chioccola delle mie ossessioni romantiche e struggenti. Mi sono fatto male, ero pieno di graffi e sbucciature. E son venute le croste. Non volevo realmente dimenticarti e così, mentre continuavo a medicarmi con disinfettanti di -ormai è passato-, quando nessuno guardava e non mi guardavo nemmeno io, mi grattavo. E un pò di sangue ogni tanto ritornava, e le cicatrici mi sono rimaste. Sei ritornata e ho fatto finta che nulla fosse successo. Non so se hai notato i miei segni che ho sempre sperato fossero momentaneamente indelebili, ma sei riuscita a ferirmi di nuovo negli stessi punti. E se sono ancora qui a scrivere di te è perché con le dita di una mano compongo e con quelle dell’altra continuo a impedire alla mia pelle di rigenerarsi e dimenticarti.

Playlist aggiornata, come sempre 😉

Corri amore

L’altro giorno eravamo uno accanto all’altra e, come è spesso accaduto, siamo arrivati al punto dove si è parlato per ore e si crea un certo silenzio. Ci sono diversi tipi di silenzio, e quello l’ho riconosciuto come “silenzio prima del bacio” o “silenzio del dài sto bacio (caratterizzato da una paralisi e un deglutire continuo, sudorazione incontrollata del cuoio capelluto e semi-controllata del resto del corpo)”. Ho deciso di interrompere il primo tipo, ma ti sei alzata di scatto. Stavo per inalberarmi per quel coraggio sfumato, ma mi hai detto  <Se mi ami, prendimi>. E ti sei messa a correre. Da tempo ti rincorrevo nella mia mente. Dimenticando l’asma, ho cominciato a correre. Dato che ti alleni con la Nazionale, ho pensato fosse per non ricevere quel bacio e stare con me.Non so se vi è capitato di avere un sottofondo mentre facevate qualcosa, ma nella mia testa è partita questa canzone: (come è finita la corsa? Mi ha ricambiato al primo incrocio)

Rispondersi

“Io sono la risposta che cerchi. Ti sento mentre fai domande al tuo conscio e inconscio, mentre cerchi di fare una selezione tra gli uomini che conosci. Io, sono io quello che dovresti giocare tra le tue carte. Sono qui, davanti a te, ma continui a guardare altrove. Lo so che io sono quello giusto, ti ho sentita elencare le qualità che un uomo deve avere, ciò che ti piace fare e i sogni che non riveli ad alta voce. Io ci sono, ci sarei sempre. Ti vorrei mandare a quel paese, ma lo farei solo se prima ci andassi io in modo da poter rendere anche quello un posto migliore per te. Non lo sai, io lo so, tu non vedi, io intanto dipingo tutto quanto con colori presi da mie tele ormai consunte. Continui a sfogliare margherite in cui io non compaio. Nella mia si alternano il tuo nome e cognome. Ho pensato così tanto alla tua felicità che ho completamente dimenticato che tu non mi rendi felice. E ammetto che è più facile pensare a me come tua risposta piuttosto che rispondermi che tu non sei la mia.”

La canzone di accompagnamento è cambiata, credo si adatti bene.

Congiuntivi(ti)

Il tempo è un’invenzione di persone incapaci di amare (Anonimo)

“Era mia abitudine parlare per ipotesi, per incertezze. I miei “forse” erano fatti di cemento armato, pilastri su cui costruire castelli di “magari” e “chissà”. Ho mascherato i miei dubbi con un falso ottimismo che nascondeva una grandissima fragilità. Mi sono ingannato da solo ogni volta che pensavo fosse quella giusta, così vicina a me come due nuvole viste da terra ma che hanno chilometri di distanza quando poi metti le ali e fluttui nella tua estasi. E così finivo per imperativizzare un emozione. Prospettive certe che in realtà erano costruite su gelatine di costrutti improbabili, mattoni imperfetti di condizionali e passati che tornavano. Così, ad ogni caduta, le mie labbra e la mia bocca asciutta venivano di nuovo colpite da congiuntiviti verbali. Ma poi, poi sei arrivata tu. E ogni congiuntivo con te è diventato presente che mi ha reso felice anche se non aveva futuro”

 

L’ultima sera (Salutarti)

“Doverti salutare l’ultima sera, dover riempire il vuoto tra i nostri occhi con dei puntini sospensivi mentre il mio cuore era pieno di malinconia e la mia mente di ricordi, è stato uno dei momenti più difficili. Stringere i pugni per essere più forte quando invece avrei voluto tenerti per mano. Essere insicuri sul fissare questo momento nella memoria perché potrebbe essere l’ultimo oppure lasciar spazio soltanto al passato. E guardo te, la tua porta, il campanello che sarà pieno di mie impronte digitali e di sussulti del mio cuore tutte le volte che aspettavo che mi aprissi. E le tue labbra che non hanno segni delle mie. La mia esitazione odora di adolescenza tardiva, le mani nelle tue tasche sembrano cercare le parole che non escono. Eccola: la difficoltà del non voler essere banali, la semplicità di intere giornate trascorse assieme che rischiano di essere inzuppate di cliché dell’ultim’ora di saluti. Chiudi gli occhi. Li chiudo anche io. E la mattina ti porta via con sé.”

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