Legno massiccio – toc toc

Sono dieci anni che non ci vediamo. Dopo tutto questo tempo eccomi al tuo portone. Devo bussare. Un tocco deciso, da uomo con uno status. Senza rimorsi per come è finita. O un tocco delicato, come quando sfioravo i tuoi capelli. Forse penserai che sono emozionato. Penseresti bene. Ma non voglio che tu lo sappia. Una cosa a metà, posso riuscirci. Quante volte bussare? Una volta, ma se poi non sentissi? Due volte potresti pensare che sono impaziente. E penseresti bene. Ma non voglio che tu lo sappia. Una e mezza, posso farcela. Che distanza dal portone? Troppo vicino è da stalker, troppo lontano è formale. Guardo le scarpe e calcolo una distanza media tra loro e la maniglia. Alzo la testa e trovo il portone aperto. Hai già visto tutto dall’occhiello della porta. Stai sorridendo. Vorrei chiederti come sapevi che ero lì ma mi prendi la mano, che di certo preferisce la tua pelle al legno massiccio, e lascio scivolare le mie paranoie sullo zerbino beige del tuo ingresso.

Playlist aggiornata. Buon ascolto! ora ce l’avete proprio qua di fianco 😉

Godot

In questa terra di mezzo, surreale e senza tempo, ci siamo incontrati. Ci siamo guardati. Abbiamo parlato del più e del meno, lui diceva quanto fossi cambiato. Di quanta barba avessi in più e io invece di quanto bambino sembrava lui. Di quanta strada doveva fare per arrivare dove ora ero io. Ci siamo ritrovati qui, nessuno dei due se lo immaginava. Stavamo aspettando lei, chi per una ragione chi per un’altra. Uno per delle scuse, l’altro per delle motivazioni. Che poi comunque erano scuse. Entrambi straconvinti di non aver bisogno di lei, che questa era una formalità. Ci guardavamo e occupavamo il tempo parlando del niente. Sapevamo che non sarebbe venuta. In questo specchio temporale, pensavo a quanto fossi cambiato ma su di lei ero rimasto come allora. E sentivo la sua angoscia nel guardarmi e vedere che nulla era cambiato dopo anni. “Beh, finiamola qui” “Sono d’accordo,basta così” [La amano ancora]

Conclusione liberamente ispirata ad “Aspettando Godot” di Samuel Beckett. Dateci un occhio 😉

Playlist aggiornata! 🙂

La lunga lettera di Jeanne a Edmund (+ recensione)

Ho incontrato Jeanne l’altra sera. Parlavamo del più e del meno. Di lei ed Edmund. Che sono sia il più che il meno. Le dissi che era stato un peccato si fosse persa la sua lunghissima lettera per colpa della pozzanghera. Lei si fermò. Posò il bicchiere e rimase in silenzio. Dopo qualche minuto, si versò del vino – aveva la gola secca dai ricordi. Tirò fuori dalla sua borsetta un pc un po’ malmesso. Lo accese e cliccò su una cartella “Past times”. Ci cliccò ancora, e vidi un file con il nome di Edmund. Era la sua lettera. Accanto, un altro file che portava la data di qualche settimana dopo. Era la risposta di Jeanne, che non aveva mai inviato. Cliccò due volte e me la lasciò leggere. (Questo post fa seguito a “La lunga lettera di Edmund”. Per il rapporto epistolare completo: Lettere di Edmund I II III Finale ; Jeanne I II)

Edmund, devo chiederti scusa.
Solitamente non mi comporto così. In realtà non ho perso la memoria del mio computer quando è caduto in acqua, nè ho perso la memoria dei giorni trascorsi assieme.
Ho iniziato a scriverti qualcosa, ma mi sono fermata subito dopo perché l’ho trovata così stupida, piena di cliché.
E ho smesso di scriverti. Era troppo. Troppo per me.
Avrei voluto dirti quanto fremevo nell’aspettarti all’uscita dell’aula, quanto mi batteva il cuore nel vedere la tua sagoma avvicinarsi e diventare sempre più grande nel mio sistema sentimentale interiore. Avrei voluto che capissi il mio sguardo quella sera. Avrei voluto che mi spostassi i capelli quando li lasciavo di proposito davanti agli occhi. Avrei voluto tenerti stretto a me quando sei sceso dal treno, sapendo che eri andato nella mia città al momento sbagliato. Ti ho tenuto stretto, non so per quanto – cinque secondi e tre decimi – ma volevo di più.
Avrei voluto vederti sorridere sempre, anche quando sentivo il tuo imbarazzo insinuarsi nei nostri respiri. Quando mi mettevo il pigiama, e tu delicatamente giravi lo sguardo verso il muro vuoto della stanza che sono sicura dipingevi con colori d’amore e desiderio. La brezza dell’incertezza che soffiava sulla nostra pelle e rendeva tutto straordinario. Perché eravamo straordinari.
Avrei voluto tutto questo. Lo straordinario.
Ma ho preferito il silenzio.
E ho smesso di scriverti. Era troppo. Troppo per essere vero. Ed era troppa la paura.
Sorrido amaramente pensando che la tua paura di perdere la nostra amicizia era la mia stessa. Ed è stato quello che ci ha fatto perdere davvero.
Ora mi ritrovo con le tue parole su questo schermo, che credi di aver perso, mentre io raccolgo frasi sconnesse dal mio cassetto di pensieri infranti e teorie.
Perché ho preferito il silenzio.
Perché anche tu hai preferito il silenzio.
Uno straordinario silenzio, per una storia straordinaria che vivremo ciascuno nel proprio cuore.

PS Date uno sguardo qui, c’è una recensione del libro 🙂 Recensione “Dodicirighe”

Playlist aggiornata 😉

La lunga lettera di Edmund a Jeanne

Lo strano rapporto epistolare tra Edmund e Jeanne (che tovate qui: Lettere di Edmund I II III Finale ; Jeanne I II ) include questa lettera – collocabile prima di quella “finale” – che Edmund scrisse sul computer di Jeanne l’ultimo giorno del loro viaggio. Purtroppo per lui, il computer della ragazza andò a finire in acqua e perse tutti i dati. Ma lui ricorda ogni singola parola che le lasciò, senza che lei potesse leggerle mai. Sono più di dodici righe, ma non me la sono sentita di chiedergli di sintetizzare 😉

Cara Jeanne,
Solitamente preferisco scriverti a mano piuttosto che utilizzare un anonimo documento Word, ma la logistica e altre ragioni mi costringono ad usare strumenti elettronici. Perdonami se uso il tuo pc, ma non avevo scelta.
Non voglio giocare con le parole e usare retorica o metafore perché lo scopo di questa mia lettera è chiaro: mi piaci. Sono stato spaventato dal dirlo a me stesso dopo una lunga storia d’amore e svariati mesi di buona vita da single. Ma tempo fa ho dovuto ammettere la verità. Non sono qui per cercare una parola giusta per dirti ciò che sento; non è una questione di definizione per me.
Non è nuovo che io ti consideri qualcosa in più di un’amica e può sembrare non completamente onesto nei tuoi confronti dirtelo così e dopo mesi di costanti incontri, ma spero tu possa capire che non ti ho mai voluta perdere prima di tutto e che ho preferito un’amicizia (vera) al rischio di niente.
Ho stupidamente pensato che il formicolio della sera che ti incontrai fosse per aver posizionato male il braccio sul bancone. O che i crampi imbarazzanti in camera tua mentre guardavamo i film sul tuo letto fossero il principio della mia colite. Ho pensato che venirti a prendere in facoltà fosse un ottimo modo per fare sport, dovendo salire una bella collina, data la mia pigrizia. Che la sudorazione improvvisa ad ogni tuo contatto fosse un bilanciamento della mia alla tua temperatura corporea. Quanti pensieri. Quante teorie.
Non è stato facile nascondere i miei sentimenti, ma come ti ho detto, stare con te è stato, ed è, così bello che mi è sufficiente senza dover aggiungere altro. Ma sento che è arrivato il momento di dirti la verità, e dirmi la verità, dato che più il tempo sta passando e più sento qualcosa.
Ho provato a non sentire niente e lottare contro me stesso dato che sei anche impegnata. Ma, lo sai, il cuore conosce ragioni che la ragione non conosce. E mi sono dovuto arrendere ad un certo punto, perché amo stare con te.
Forse questo viaggio assieme è stata la miccia che mi ha spinto a scriverti (a parte le lettere gettate via). Abbiamo riso, parlato e sono stati dei momenti fantastici per me. E non ho sentito dolore nel nascondere i miei sentimenti.
Secondo te perché ho deciso di prendere un aereo e andare nella tua città due settimane fa? Per vedere te. Certo, il prezzo era economico, ma la conoscevo già. E’ stato frustrante scoprire che tu eri già partita, ma alla fine ti ho raggiunta qui in mezzo al verde di queste colline e ai cieli nuvolosi.
Perché ho deciso di dirtelo? La risposta è che non lo so.
Non ho mai pensato che tu potessi provare qualcosa per me. Ma chi lo sa, a parte te.
Non so come ti senti adesso, non so nemmeno se hai mai capito niente su di me.
Ma dopo tanto tempo in cui mi sono sentito colpevole di questi sentimenti, mi sento libero. Puro, nei miei atteggiamenti. Nessuna delle mie azioni ha mai avuto un secondo fine. Ma mi hai fatto sentire in un modo che avevo completamente dimenticato e mi hai reso felice. Una persona migliore.
Tutto è cominciato come un’amicizia e spero non ti senta mai tradita da queste mie parole quando riapriai il computer al tuo rientro.
Non ho delle precise aspettative dopo queste mie parole, come ti ho sempre detto “aspettati l’inaspettato e non avrai sorprese”.
Sono sempre stato me stesso, è tutto ciò che posso dirti alla fine.

Tu, cosa vuoi? No. Non rispondere. O forse sì.

(PFFFF sospiro di sollievo).

Edmund

Playlist aggiornata 😉

Mozzafiato (cara Milano)

Penso a quando scendevo dal bus, giravo a sinistra, passavo davanti al negozio “Del Mare” e per un attimo mi perdevo. -Dove devo andare? Ah si, proseguire.- Vedevo il binario del tram. Aspettavo il 15. A volte passavo dal retro del duomo per guardarlo, facendo lo slalom tra i venditori di libri. Non ti ho mai capita, Milano. Non ti ho mai particolarmente amata. E’ stata in parte anche colpa mia. Ti ho tenuta a debita distanza e ti ho vissuta in modo strano tutti gli anni che abbiamo convissuto. Quando mi ricapita di attraversarti, faccio finta che tu non sia esistita nella mia vita. Che non conosca quelle panchine o quei vicoli. O che sia impossibile incrociare i fantasmi di persone passate. Sento che la gola si stringe. Potrei dire che la ragione è che sei mozzafiato, cara Milano. Ed effettivamente lo sei. Non per i parchi, né il Castello o per l’Accademia. No. Ma per le polveri sottili dei ricordi che inevitabilmente mi obblighi a inalare e tuttora mi tolgono il respiro.

Playlist aggiornata con una canzone perfetta del buon Dalla 😉

Musicassette e scooby doo – Duecentesimo post

Uno degli oggetti che posso collegare a te sono le musicassette. Non è per farti sembrare fuori da quest’epoca, in fondo io sono degli anni ottanta. Ma ricordo mensole con custodie di plastica e titoli di album e cantanti scritti con penne colorate e linee curve. Calligrafia che le ragazze hanno. Musicassette di artisti che ora son spariti, che se mi capita di ascoltare, giustifico con la tua cattiva influenza. Le custodie delle mc che usavamo per costruire una “rete” per giocare a ping pong sul tavolo della camera, senza il tuo permesso. Mi ricordo i braccialetti chiamati scooby doo che ti chiedevano ti fare gli amici per appenderli al portachiavi o allo zaino Invicta. Un vero business. Penso a tutto questo mentre mi accompagni alla stazione in auto e cantiamo “Hanno ucciso l’uomo ragno” degli 883. E quando finisce, si preme rewind fino a sentire il click dell’autoradio che mi riporta di nuovo a quando io e nostro fratello scassavamo le tue custodie a ping pong. Perdonàti?

E con questo siamo arrivati al 200° post del blog. Non so perché nel mio cuore lo ritenga un numero importante, probabilmente perché quando ho iniziato non pensavo che ci sarei arrivato. E invece…!

Playlist aggiornata 😉
PS: per chi può,e sarà a Roma, si tenga libero giorno 7 febbraio… maggiori info nelle prossime settimane!

Trekker arancione

Non ricordo la prima ragazza che ci ho portato su. Ricordo quanto andassi piano per non spaventarla. Quando arrivò lei, e la feci salire sul motorino, ho subito voluto che si tenesse a me. E così sono partito a velocità spedita. Inutile dire che era necessario aggrapparsi. Ricordo bene come mi batteva il cuore, e non so se attraverso il mio giubotto lo hai sentito. E ci guardavamo dallo specchietto, timidi. Nonostante il casco integrale, parlavamo, cantavamo, litigavamo e sentivo i tuoi silenzi che il vento mi portava con un movimento innaturale dato che ero io a guidare. Non hai mai smesso di tenerti a me, anche quando eravamo fermi al semaforo. Ed io non ti ho mai chiesto di togliere le mani dai miei fianchi e dal mio cuore che iniziava a battere veloce non appena ti aggrappavi, anche dopo anni da quella prima volta in cui saltasti sul motorino arancione che ormai è disperso chissà dove, custodendo nel suo sottosella i frammenti della nostra storia.

Playlist aggiornata 😉 Buon ascolto!

Cortile – Ginocchia sbucciate

Dedicato a tutti i miei compagni di giochi del cortile che per anni si sono sorbiti le mie barzellette e con cui ho condiviso le ginocchia sbucciate.
Dove sono le mie scarpe consumate? Ricordo i miei amici gridare dalla finestra per scendere a giocare e io che dovevo rimandare per finire i compiti. Dopo cinque minuti d’orologio, ero già sotto con i calzettoni alle ginocchia, pantaloni ascellari alla Fantozzi e maglietta del Barça comprata a poche lire. Le auto parcheggiate non ci fermavano. Il pallone incastrato sotto i parafanghi andava scalciato a tutta forza. La pausa alle cinque. La scelta delle squadre, fare finta di non prendersela se venivi scelto per ultimo. O nascondere la gioia se eri tra i primi. Se giocavi in porta era una garanzia. Gli allarmi che suonavano, noi che scappavamo. Le urla delle madri – non c’erano sms o telefoni – perché la cena era pronta. Non avevamo l’orologio: la stanchezza e la fame erano le nostre lancette. Una generazione del cortile rimpazzava sempre l’altra. Ripasso ora, c’è un silenzio innaturale. Dove sono il bambino coi pantaloni ascellari e i suoi amici che dovevano rimpiazzarci?

Playlist aggiornata, buon ascolto 😉

Flusso – musica, cuore e cervello

Ci sono canzoni che ricordano momenti passati, ed è normale. Ma ce ne sono veramente poche che hanno un effetto di ispirazione. So che quando una di queste canzoni parte, c’è un flusso che va dal mio orecchio e si dirama al cuore e al cervello. Il primo batte più forte, il secondo comincia a farmi venire in mente un sacco di immagini confuse. Per qualche ragione, i due organi si connettono in un circolo impetuoso. Il cuore seleziona gli attimi più importanti. Alcune note della canzone si disperdono nello stomaco creando la solita sensazione di farfalle. I piedi sono troppo lontani e non battono, come fanno per tutte le altre canzoni. Il flusso passa anche tra collo e orecchie, dove un brivido mi assale ogni volta che un’immagine viene selezionata dal cuore. Le labbra assaporano momenti perduti, le guance arrossiscono, le pupille si dilatano. Una scintilla smuove i peli delle mie braccia. Alla fine di tutto, le mani che raccolgono parole. Questo è quanto. Tanto.

Playlist aggiornata con una di queste, buon ascolto 😉

Aria di nuovo e di buono – Capodanno

Ah, quella festa di Capodanno. La seconda a cui andavo, da solo, dopo la cena coi parenti. Mi faceva sentire grande essere parte del jet set della città. Che poi, alla fine, la festa era in una pizzeria e il jet set era il gruppo di amici con cui ero cresciuto con l’aggiunta di gente più grande e altri individui che non conoscevo. Tra i partecipanti a quel miscuglio di speranza, sudore e fatica per il cenone, c’eri anche tu con un vestito nero che nella penombra ti rendeva ancora più affascinante. Io avevo un maglione gigantesco, dei pantaloni un po’ stretti e scarpe scivolose. La mia eleganza molto riconoscibile. Non ho mai capito se quel maglione ti abbia fatto tenerezza o siano stati i pantaloni, o forse entrambe le cose unite alla mia incapacità di combinare due passi di danza assieme, ma ricordo bene l’aria fresca che abbiamo respirato a pieni polmoni e che sapeva di nuovo, per l’anno che iniziava, e di buono per il “noi” che sentivamo ne avrebbe fatto parte.

Playlist aggiorata, buon ascolto! 😉

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