Estranei

Ho appena aperto gli occhi. Il letto sembra più piccolo, non sembra il mio. Riconosco però il comodino e i libri che ho da anni. Mi sento libero, leggero, ma il mio corpo è come se fosse bloccato. Intrappolato. Una pesantezza innaturale, non ci sono abituato. Comincio a sentire un profumo che non mi appartiene. E’ buono, ma non è familiare. Muovo gli occhi e vedo dei capelli lunghi e biondi sul mio braccio. Passo in rassegna familiari e amici, realizzando che nessuno poteva essere stato mio ospite. Quelle gambe piccole che spuntano tra le mie, piedi ben curati ma che stonano coi miei. Sento respirare sul collo, non è la sensazione piacevole che ricordo. Vorrei girarmi ma preferisco far finta di dormire per riflettere. Mi sento in colpa perchè non è lei, anche se è finita. Non è bionda, non ha quei piedi e il suo respiro solleticava sempre la mia nuca. Non posso essere io, non sono così. Siamo estranei, io e lei. Ma spaventa di più l’estraneità con me stesso.

Playlist aggiornata, buttateci un’orecchio! 😉

Colpo d’occhio

Occhi di ghiaccio. Non di quelli che sanno di stalattiti appuntite, ma di quelli che avresti piacere di sciogliere fissandoli con i tuoi. Non è facile mantenere un contatto visivo se sono intimidito o nervoso, ma stavolta è stato davvero magneticamente incredibile. E ti ascoltavo con gli occhi, non guardavo nemmeno il panino con l’hamburger che era costato una fortuna. Il mio stomaco gridava vendetta, ma mi stavo saziando di un momento che avevo aspettato da tanto tempo. Senza avere aspettative. Parlavi decisa, diretta. Non spavalda. Sicura di te. Poi, qualcosa di inaspettato. Muovevi la mano mentre raccontavi cosa avevi fatto i mesi scorsi e, alla fine del racconto, l’hai abbassata. Miravi al tavolo ma, dato che anche tu guardavi dritta nei miei occhi, l’hai appoggiata alla mia. Hai spalancato gli occhi: ho visto com’è fatta l’incertezza e l’imbarazzo nelle tue pupille. L’hai tolta, ma era tardi. Un colpo di fulmine che ha reso più luminoso un cielo già sereno.

Playlist aggiornata! 😉

E finalmente te lo dico

Ogni tanto mi arrabbio, così senza motivo, anzi no il motivo c’è: uno stupido contatto fisico, un sorriso che non è per me, una risata a una battuta che non è la mia. Mio, mia. Ma io non ti possiedo, non sei di nessuno. Eppure mi scaldo facilmente. Non darebbe fastidio anche a te se finalmente trovassi ciò che ti manca e lo vedessi attaccato, maldestramente, a un’altra parte? Sento che ci apparteniamo. Vorrei poter camminare, mano nella mano, e sapere che anche se le tue risate non sono per me, io posso averne più degli altri. Non te l’ho detto prima, non sapevo come dirtelo. Pietrificato da quei tuoi occhi e da queste sensazioni e questi pensieri strani. Sono terrorizzato da questi castelli di sabbia costruiti tra me e te, che possono essere spazzati via dal fraintendere un tuo gesto. Mi spaventi, mi attiri, mi completi, non c’è da rifletterci. E finalmente te lo dico: io ti voglio.
“A cosa stai pensando?” “Niente, solite cose”

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Sapere insipido

E lo sapevo, lo sapevo che avresti riso guardando per l’ennesima volta quel film. E lo sapevo, lo sapevo che alla mia solita barzelletta del “signore che entra in un caffé” mi avresti detto che sono un idiota. E lo sapevo, lo sapevo che aperto il portone di casa mi avresti urlato di non sbatterlo. E lo sapevo, lo sapevo che ogni giorno quando il sole tramontava ti saresti appoggiata alla finestra per contemplarlo. E lo sapevo, lo sapevo che avresti cercato di convincermi con il solletico per andare a lavoro anche se in ritardo. Sapevo tutto questo, sapeva di quotidianità. Ma ora so che c’è un grande vuoto quando riguardo quel film e c’è silenzio, quando dico quella barzelletta e non mi sento insultato, quando entro in casa e sbatto il portone sperando di sentire urlare per far piano. So che abbasso le tende al tramonto e ogni mattina arrivo puntuale alla mia scrivania senza sorridere. Continuo a sapere tante cose, ma fa male ora che tutto non sa di niente.

Playlist aggiornata, buon ascolto 😉

Il tuo nome

Il tuo nome è quello che mi viene in mente quando appoggio la testa sulla mano e per il peso dei ricordi devo usare anche l’altra, finendo per cullare il mio cervello su questi due palmi che hanno sfiorato il tuo volto e i tuoi capelli controvento che si rincorrevano come bambini in cortile. Il tuo nome è quello che mi viene in mente quando faccio finta di dimenticarmi che sei esistita, rendendo vano il processo di smaltimento del rifiuto di ciò che c’è stato e non c’è stato e non ci potrà essere mai più. Il tuo nome è quello che mi viene in mente quando ho una buona notizia e lancio il mio cuore fuori dal mio petto per condividerla. Il tuo nome è quello che mi viene in mente quando sorrido ripensando al tuo starnuto, e mi fa rispondere evasivamente a chi mi chiede di quel riflesso muscolare che etichetto come tic. Non è il tuo nome quello che vorrei ritrovare tra le tante pagine che ho vissuto, ma è il tuo nome quello su cui cade sempre il segnalibro delle mie emozioni.

Playlist aggiornata, una delle mie canzoni in loop al momento 😉

Eugenetica mentale

Ho provato a capirti mettendomi nei tuoi panni e guardando coi tuoi occhi. I tuoi occhi color del mare, così perspicaci e belli. E i tuoi panni semplici, non ricercati né firmati. Un esperimento che poteva solo essere fallimentare, perché continuavo a non capire. Più guardavo coi miei occhi usando tue false lentine, più era assurdo il non intendersi. Mettermi nei tuoi panni poi, mi ha fatto completamente perdere un punto di vista obiettivo. Essere me stesso con i tuoi occhi color del mare, perspicaci e belli, vestendo i tuoi capi non ricercati né firmati è stato fingere di essere. I vestiti si mescolano, un occhio è mio e l’altro tuo, sono diventato una persona incompleta e surreale. Frutto marcio della mia eugenetica mentale. Fino ad esplodere, rischiando di perdere me e anche te, dimenticando che è stata proprio la tua diversità ad avermi fatto innamorare di ciò che sei e di quello che fai per me, anche se non sempre sei sulla stessa lunghezza d’onda dei miei pensieri.

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Bus e sedili

Eccoci sul bus che ti porterà al pullman con cui tornerai a casa. Ti sei addormentata e hai fatto cadere la tua testa sulla mia spalla. Uno scenario che ho desiderato tutte le volte che eri con me ma, ora che sta finendo tutto, porta malinconia. Cominciò tutto con una gita in bus. Ad un orario improbabile di mattina, di quelli che solo per una buona ragione ti fanno alzare. Non ti conoscevo nemmeno, ti avevo solo intravista lì in mezzo a tanti altri che si abbuffavano di pizza e stuzzichini. Ero riuscito ad avere il tuo numero facendo finta di averlo perso e chiedendolo ad un’amica. E da lì abbiamo cominciato a fare mille viaggi in bus assieme. Non mi interessava la località o la posizione del sedile, perché anche senza mappa mi sarebbe bastato averti vicina per orientarmi nel tempo e nello spazio. Sei partita. Faccio ritorno alla piazzola e salgo sul mio bus. Mi sento solo davanti a quei posti a sedere, perché quello accanto al mio non avrà più valore.

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Ebeti fraterni – nuova dimensione

Eravamo cresciuti come fratelli, ci siamo persi negli anni universitari. Ci incontravamo in una dimensione parallela, ancora bambini che giochiamo a pallone o alla Playstation. Ma finalmente ti avrei rivisto dopo mesi. Mi dai appuntamento al bar vicino casa. Ti scorgo da lontano: sei sbarbato e dimagrito. Diverso dall’ultima volta, man mano che mi avvicino percepisco qualcosa: il tuo cuore che batte veloce. Sento odore di dopobarba. Non può essere il tuo, non lo hai mai usato. Mi sorridi e riconosco quel sorriso: è quello di chi ha una notizia che ti travolgerà. Ricorda il mio di qualche anno fa, che insultavi fraternamente come “da ebete”. Provo invidia ed emozione: la prima perché ho capito, la seconda perché ti voglio bene. Il tuo cuore accelera e il mio lo segue con fatica. L’invidia è troppo lenta. La nostalgia macchia il mio caffè, ma in un attimo me la bevo – Sì,lo so,sono io l’ebete stavolta. Si chiama Emma! – E così ha inizio una nuova dimensione.

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Io te l’ho detto (giustificazioni)

Hai deciso di andartene perché non ti ho detto che ti amo. Ma non è vero. Io te l’ho detto più volte, sei tu che non mi hai sentito. Mi ricordo tutte le volte che te l’ho detto. La prima volta, quando abbiamo visitato quel cantiere e mi mostravi come si usa l’esplosivo per le gallerie. Sei tu che non mi hai sentito. Quella volta che ti ho accompagnata dal dentista, mentre usava il trapano, ecco io te l’ho detto. Sei tu che non mi hai sentito. Quando siamo andati all’opera, ero accanto a te, durante tutti quegli acuti. Io te l’ho detto, sei tu che non hai sentito. Mentre dormivi abbracciata a me, come se non esistesse altro al mondo, io te l’ho detto nell’orecchio. Ed ero certo che mi avessi sentito. Come nel crollo della montagna per l’esplosivo, la devitalizzazione del dente o il “Nessun dorma”. Sistemi la valigia, metti il casco, chiudi la visiera e accendi la moto. – Io ti amo! – Sparisci, inghiottita dalla curva. Anche stavolta io te l’ho detto, sei tu che non hai sentito.

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Avremo sbagliato? (Non solo nei film)

Club di lusso. Avrò sbagliato posto? Il nome sulla “lista VIP” per un compleanno mi aveva dato accesso. Ci troviamo a parlare. Sei alla mano, cosa ci fai qui? Avrai sbagliato festa, imbucata tra adoratori di vini di annate memorabili. Devi andare,ci scambiamo i numeri. Accetti di uscire. Ero pronto a scherzare su quanto fossimo alieni in quel posto. Ti aspetto, vestito di normalità. Una Lamborghini parcheggia, avrà sbagliato strada. Esci dal lato passeggero, vestita anche tu di normalità. Avrai sbagliato auto, avrai sbagliato persona? Avrò sbagliato io?Ero dunque io l’unico alieno? Ma il tuo sorriso, uguale a quella sera, tiene vive le speranze. Mi baci sulla guancia e mi chiedi se ho una bici in più. A fine serata eccoci con le gambe distrutte ma per niente stanchi l’uno dell’altra. E ancora oggi che ti trovo a prepararci la colazione mi viene in mente la canzone che mi ronzava in testa mentre pedalavo con te a fianco, sorrido pensando che nessuno dei due aveva sbagliato.

La canzone che mi ronzava in testa, e che è ora anche nella playlist 😉

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