Inviti (pt.2 – conclusiva)

Continua da https://dodicirighe.wordpress.com/2013/09/12/inviti-pt-1/

“Lo so che è stato un tiro mancino questo invito. Ci ho ripensato tante volte, e infatti ti arriva a due giorni dal matrimono. Ti prego, non venire se sei lo stesso che conoscevo.” Nell’ultima frase mi sembrava di sentire un tocco incerto, spaventato. Ma ero arrabbiato. Mi vesto e cerco nell’elenco il suo indirizzo di casa. Corro più veloce che mai, potrei finire sull’autovelox. Mi apri, vestita di bianco. Quanto sei bella. Quanti rimpianti e quante differenze. Io in jeans e maglietta. Tu da sposa per le prove. -Sei lo stesso di tanti anni fa. Non saresti dovuto venire.- Sorridi e tremi. Mi sembra di vederti con la penna in mano. Capisco cosa volevi dire. La tua paura mista a felicità, che adesso è anche la mia. Mi sudano le mani. Ma anche tu sei la stessa, e me la prendi. Il prete in chiesa aspetta con il tuo polo magnetico troppo uguale per non essere respinto. Ho sempre pensato che gli opposti si attraggono per scontrarsi meglio, ma in fondo non abbiamo smesso di amare i nostri lividi.

Playlist aggiornata, buon ascolto! 😉

Inviti (pt.1)

Suonano alla porta, è il postino. Mi consegna le solite buste con tasse, bollette, giornali a cui sono abbonato ma sono troppo pigro per dis-abbonarmi. Ma ecco che ce n’è una nuova. Bianca come denti appena sbiancati, carta di qualità ottima. Sono curioso, va aperta con cautela e non strappando tutto come faccio sempre. Un cartoncino piegato a metà, anche questo con carta di qualità rilevante. Lo apro. E’ l’invito ad un matrimonio. Il tuo. Resto immobile, continuo a fissare quei fogli e comincio a sudare. Cado sul divano reggendo ancora questi coltelli di carta. Tocco con le dita le lettere del tuo nome e cognome, come un cieco che legge il Braille. Voglio essere sicuro, non mi importa chi sia l’altra persona. Ci passo sopra le dita più volte. Vorrei accarezzare le vocali e le consonanti ma mi sto ferendo i polpastrelli e il cuore a furia di voler essere sicuro. Il mio sguardo perso cade sulla busta: ci sono altri fogli. E’ la tua calligrafia. Comincio a leggere.
[continua nel prossimo post, stay tuned!]

Playlist aggiornata con un bel pezzo di Damien Rice, testo pregevole da leggere 😉

Quasi digiuno

Verso i diciott’anni sentivo coetanei che parlavano di risparmi con lavoretti. Lo ammetto, non ho voluto fare queste cose perché non mi sono mai considerato spendaccione, e i soldi li chiedevo ai miei. Quando andai fuori sede ero troppo pigro per pensare di fare qualche lavoretto, “se studio, non faccio altro”. Idiota. Poi l’ho conosciuta. Non abitava nella mia stessa città, e la voglia di vedersi aumentava sempre di più. Ma il mio cervello era uguale, e ricordo bene una volta che programmai di andare a trovarla: avevo fatto i conti, e avevo i soldi sufficienti per il treno. Per dodici giorni mangiai solo a pranzo pane con l’olio. Al secondo giorno avevo i nervi a pezzi, ma la desideravo. Quando mi vide alla stazione, stavo svenendo ai suoi piedi e,sorridendo, mi chiese se davvero mi faceva questo effetto. Volevo rivelarle il grande gesto, ma avrei anche rivelato la mia stupida pigrizia. Il mio quasi digiuno rimase segreto e lei fu contenta di farmi perdere i sensi.

Playlist aggiornata! 😉

Potassio

Ti ho vista dalla finestra della tua ex casa, dove ora ci vivo soltanto io. Stai tornando, ma non per me. No. Una volta era questa la ragione. Anche se avevi scordato il pranzo, la borsa, le chiavi, io non te lo dicevo perché sapevo che saresti tornata indietro. Io ti avrei aperto il portone, avremmo cominciato a baciarci, stuzzicarci o rincorrerci per casa e saresti uscita di nuovo dimenticandoti ciò che eri venuta a riprendere. Ora no. Non hai dimenticato niente, stai tornando per prendere le tue cose. Stavolta sei meticolosa, non lasci niente al caso. Avrai fatto scorta di potassio nelle ultime settimane per poterti preparare a questo giorno. Dai tuoi scatoloni trasbordano molte cose, ma è per far prima. Ecco l’ultimo e poi sparirai per sempre. Cade una spilla a terra. Io la vedo. Tu la vedi con la coda dell’occhio. Lo so, ti sei fermata. Potrebbe succedere di tutto, dovrebbe succedere qualcosa. Dovrei parlare, dovresti chinarti. Ma tu esci e io non dico niente.

Playlist aggiornata! 😉

Estranei

Ho appena aperto gli occhi. Il letto sembra più piccolo, non sembra il mio. Riconosco però il comodino e i libri che ho da anni. Mi sento libero, leggero, ma il mio corpo è come se fosse bloccato. Intrappolato. Una pesantezza innaturale, non ci sono abituato. Comincio a sentire un profumo che non mi appartiene. E’ buono, ma non è familiare. Muovo gli occhi e vedo dei capelli lunghi e biondi sul mio braccio. Passo in rassegna familiari e amici, realizzando che nessuno poteva essere stato mio ospite. Quelle gambe piccole che spuntano tra le mie, piedi ben curati ma che stonano coi miei. Sento respirare sul collo, non è la sensazione piacevole che ricordo. Vorrei girarmi ma preferisco far finta di dormire per riflettere. Mi sento in colpa perchè non è lei, anche se è finita. Non è bionda, non ha quei piedi e il suo respiro solleticava sempre la mia nuca. Non posso essere io, non sono così. Siamo estranei, io e lei. Ma spaventa di più l’estraneità con me stesso.

Playlist aggiornata, buttateci un’orecchio! 😉

Colpo d’occhio

Occhi di ghiaccio. Non di quelli che sanno di stalattiti appuntite, ma di quelli che avresti piacere di sciogliere fissandoli con i tuoi. Non è facile mantenere un contatto visivo se sono intimidito o nervoso, ma stavolta è stato davvero magneticamente incredibile. E ti ascoltavo con gli occhi, non guardavo nemmeno il panino con l’hamburger che era costato una fortuna. Il mio stomaco gridava vendetta, ma mi stavo saziando di un momento che avevo aspettato da tanto tempo. Senza avere aspettative. Parlavi decisa, diretta. Non spavalda. Sicura di te. Poi, qualcosa di inaspettato. Muovevi la mano mentre raccontavi cosa avevi fatto i mesi scorsi e, alla fine del racconto, l’hai abbassata. Miravi al tavolo ma, dato che anche tu guardavi dritta nei miei occhi, l’hai appoggiata alla mia. Hai spalancato gli occhi: ho visto com’è fatta l’incertezza e l’imbarazzo nelle tue pupille. L’hai tolta, ma era tardi. Un colpo di fulmine che ha reso più luminoso un cielo già sereno.

Playlist aggiornata! 😉

E finalmente te lo dico

Ogni tanto mi arrabbio, così senza motivo, anzi no il motivo c’è: uno stupido contatto fisico, un sorriso che non è per me, una risata a una battuta che non è la mia. Mio, mia. Ma io non ti possiedo, non sei di nessuno. Eppure mi scaldo facilmente. Non darebbe fastidio anche a te se finalmente trovassi ciò che ti manca e lo vedessi attaccato, maldestramente, a un’altra parte? Sento che ci apparteniamo. Vorrei poter camminare, mano nella mano, e sapere che anche se le tue risate non sono per me, io posso averne più degli altri. Non te l’ho detto prima, non sapevo come dirtelo. Pietrificato da quei tuoi occhi e da queste sensazioni e questi pensieri strani. Sono terrorizzato da questi castelli di sabbia costruiti tra me e te, che possono essere spazzati via dal fraintendere un tuo gesto. Mi spaventi, mi attiri, mi completi, non c’è da rifletterci. E finalmente te lo dico: io ti voglio.
“A cosa stai pensando?” “Niente, solite cose”

Playlist aggiornata 😉

Sapere insipido

E lo sapevo, lo sapevo che avresti riso guardando per l’ennesima volta quel film. E lo sapevo, lo sapevo che alla mia solita barzelletta del “signore che entra in un caffé” mi avresti detto che sono un idiota. E lo sapevo, lo sapevo che aperto il portone di casa mi avresti urlato di non sbatterlo. E lo sapevo, lo sapevo che ogni giorno quando il sole tramontava ti saresti appoggiata alla finestra per contemplarlo. E lo sapevo, lo sapevo che avresti cercato di convincermi con il solletico per andare a lavoro anche se in ritardo. Sapevo tutto questo, sapeva di quotidianità. Ma ora so che c’è un grande vuoto quando riguardo quel film e c’è silenzio, quando dico quella barzelletta e non mi sento insultato, quando entro in casa e sbatto il portone sperando di sentire urlare per far piano. So che abbasso le tende al tramonto e ogni mattina arrivo puntuale alla mia scrivania senza sorridere. Continuo a sapere tante cose, ma fa male ora che tutto non sa di niente.

Playlist aggiornata, buon ascolto 😉

Il tuo nome

Il tuo nome è quello che mi viene in mente quando appoggio la testa sulla mano e per il peso dei ricordi devo usare anche l’altra, finendo per cullare il mio cervello su questi due palmi che hanno sfiorato il tuo volto e i tuoi capelli controvento che si rincorrevano come bambini in cortile. Il tuo nome è quello che mi viene in mente quando faccio finta di dimenticarmi che sei esistita, rendendo vano il processo di smaltimento del rifiuto di ciò che c’è stato e non c’è stato e non ci potrà essere mai più. Il tuo nome è quello che mi viene in mente quando ho una buona notizia e lancio il mio cuore fuori dal mio petto per condividerla. Il tuo nome è quello che mi viene in mente quando sorrido ripensando al tuo starnuto, e mi fa rispondere evasivamente a chi mi chiede di quel riflesso muscolare che etichetto come tic. Non è il tuo nome quello che vorrei ritrovare tra le tante pagine che ho vissuto, ma è il tuo nome quello su cui cade sempre il segnalibro delle mie emozioni.

Playlist aggiornata, una delle mie canzoni in loop al momento 😉

Eugenetica mentale

Ho provato a capirti mettendomi nei tuoi panni e guardando coi tuoi occhi. I tuoi occhi color del mare, così perspicaci e belli. E i tuoi panni semplici, non ricercati né firmati. Un esperimento che poteva solo essere fallimentare, perché continuavo a non capire. Più guardavo coi miei occhi usando tue false lentine, più era assurdo il non intendersi. Mettermi nei tuoi panni poi, mi ha fatto completamente perdere un punto di vista obiettivo. Essere me stesso con i tuoi occhi color del mare, perspicaci e belli, vestendo i tuoi capi non ricercati né firmati è stato fingere di essere. I vestiti si mescolano, un occhio è mio e l’altro tuo, sono diventato una persona incompleta e surreale. Frutto marcio della mia eugenetica mentale. Fino ad esplodere, rischiando di perdere me e anche te, dimenticando che è stata proprio la tua diversità ad avermi fatto innamorare di ciò che sei e di quello che fai per me, anche se non sempre sei sulla stessa lunghezza d’onda dei miei pensieri.

Playlist aggiornata 😉

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