Ispirare, ancora

La cosa divertente era che non sapeva che il blog fosse stato aperto “a causa” sua. Quando agli inizi glielo menzionò, quasi di nascosto, sperava in parte che restasse inascoltato e in parte di averle messo una pulce nell’orecchio. Essendo una lingua che lei non conosceva, poteva comunque giocare la carta delle traduzioni sbagliate e interpretazioni diverse. Esitò comunque a parlargliene troppo, soprattutto perchè le prime cose erano ispirate a lei. Anche qualche scritto successivo, sporadicamente. Quando dopo quasi un anno si complimentò per le cifre raggiunte, ebbe un sussulto e quasi sperò che lei si fosse presa la briga di tradurre e capire quanto fosse stata importante. Però non era cambiata. Ma stavolta non voleva denudarsi dei suoi sentimenti – ormai passati – e servirglieli su un piatto. Le disse che questa era la lingua del suo cuore e della sua testa, e non l’avrebbe cambiata. Finita la conversazione, capì che anche stavolta era stata di ispirazione.

Playlist aggiornata 😉

Dichiarazioni (Centesimo post!)

C’è a chi piace quella del film “Harry ti presento Sally”, o chissà quante altre di tanti altri film. Ma di recente mi è capitato di rivedere “Qualcosa è cambiato” con Jack Nicholson e Helen Hunt.
E mi sono ricordato che quello che dice lui – diciamo dai secondi 57 circa del video, la parte prima per ora no – è una di quelle cose che avrei voluto dire io senza sapere di star riciclando la frase di un film ma con l’orgoglio di essere originale.
Dopo questo mio straparlare, che con le dodici righe cerco sempre di evitare, vi lascio con il mini video in questione. E festeggio così il centesimo post di questo blog. Grazie ancora a tutti voi miei cari lettori!

Buon viaggio, fratello (dedica)

Anni di differenza se ne passavano. Stesso cognome. Avevano abitato sotto lo stesso tetto. Quando il più grande dei due era partito per la prima volta, la vita dell’altro era cambiata. Capiva che mancava qualcosa nei quotidiani echi delle voci dei corridoi della casa. Era felice di vederlo per le vacanze, e aveva sempre una strana sensazione quando doveva salutarlo. Crescendo aveva chiamato col suo nome quella strana sensazione: voler bene. Un affetto sviluppato durante anni di separazione sembrava destinato ad una fragilità permanente. Un legame che poteva rimanere di sangue e vacanze condivise. Ma era invece una presenza costante. Avevano condiviso la stessa città per qualche tempo e ora che dovevano separarsi di nuovo non voleva sentirsi l’adolescente di tanti anni fa. Ma quel sangue, quel cognome, quel condividere tutto era diventato un calore di cui non poteva e non voleva privarsi. E abbracciò quella strana sensazione senza rimpianti.

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Messaggi e torture

Ero riuscito ad avere il suo numero per ripassare le ultime cose degli esami. Era la rinomata secchiona della classe. Carina, ma in quel momento per me solo secchiona. Le chiesi giorno e ora per il primo incontro, ma lei continuava a tartassarmi sugli argomenti e la preparazione. Troppi messaggi. Tolsi tutte le suonerie. Comiciai a non risponderle. Ci vedevamo e seguitavano infiniti messaggi suoi. Amica sì, ma non volevo darle false speranze. Un giorno smisero le ripetizioni e smisero i suoi messaggi. Rimisi la vibrazione, poi la suoneria. Sollievo. Nessun sollievo. Il cellulare era monotono e così le mie giornate. Cominciai a scriverle, lei rispondeva a stento. Passò una notte senza risposta. Ne passarono due. Tre. Ero disperato. Finché mi scrisse: “I messaggi sono una forma di tortura molto raffinata. Un giorno senza risposta: pensi a una tattica. Due giorni senza risposta: ti offendi. Tre giorni senza risposta: ti innamori.”* E capii che ero fregato.

*Soltanto la frase tra vorgolette è tratta da -L’amore dura tre anni- di F. Beigbeder

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Alla finestra – Musica (pt.3)

Continua da Alla finestra – Musica (pt.2)
Finita la canzone, continuò a guardare le corde: “Andiamo alla stessa università. Tutto potevo pensare tranne che ti avrei cantato questa canzone sul mio letto dopo averti salvato da morte certa e vergogna eterna”. Feci mente locale: era quella che tutti dicevano avesse una cotta per me, ed ero io oggetto di una dichiarazione! Momento esaltante, momento imbarazzante. I nostri sguardi si riflevano tra il mi-basso e il primo capotasto della chitarra, sfuggendo al confronto diretto. Il suo cuore rimbombava nella buca dello strumento. Pensai che la musica ci aveva sbloccato, e forse poteva far ancora qualcosa. “Forse… dovresti andare” “Aspetta! Facciamo che se conosci questa la canti con me e resterò ancora un pò”.

Restai quella notte e molte altre dopo. Una cosa che non le dissi mai fu che avevo visto il DVD, di cui quella canzone è la colonna sonora, su una mensola della sua stanza. E non escludo che lei, in fondo, lo avesse capito quella sera stessa.

Alla finestra – Musica (pt.2)

Continua da Alla finestra – Musica (pt.1)
Finiamo la canzone, ma invece di comparire tu c’è il tuo uomo che mi urla contro insulti irripetibili e ha in mano una scarpa – non una ballerina, ma un anfibio bello grosso. Con un occhio semi-aperto aspettavo il dolore fisico, sperando fosse maggiore di quello del cuore spezzato, ma si accende la luce della tua vicina che si affaccia: “Grazie amore, che bellissimo regalo!”. Mi stava salvando dall’energumeno, e io stetti al gioco improvvisando: “Oh grazie! Speravo ti piacesse!”. Il tizio si ritira, soddisfatto, tra le braccia di colei che volevo conquistare ma che non era stata minimamente sfiorata dalle mie note. Sconsolato mi giro verso la mia salvatrice, che mi fa cenno di andare al portone. Apre e mi invita ad entrare (lasciando la mia band, incluso Frank con l’anulare fratturato per aver battuto le mani troppo forte). Ci troviamo in camera sua e noto una gran compatibilità di musica e di film. Prende la mia chitarra e fa “La conosci questa?” :

STAY TUNED PER LA TERZA E ULTIMA PARTE 😉

Alla finestra – Musica (pt.1)

Ti avevo vista in giro con quel tipo. Che smacco, come sempre poco dopo aver conosciuto qualcuna e aver assaporato quella dolcezza mista a bocca asciutta che si ha quando si resta ammaliati. Ti guardavo guardarlo, non ero sicuro fossi persa di lui. Ma che speranze avevo io contro quel fusto? D’altronde mi ero rotto le scatole di andare appresso a ragazze già impegnate. Ma perché arrendermi con te? Avevo una sola cosa da fare. Chiamai un pò di amici che sapevano battere le mani a tempo, un mio amico fissato con la Jamaica e che ero sicuro avesse i bonghi. Io sapevo suonare la chitarra, qualche assolo famoso che mi sparavo quando ero con persone poco intenditrici e potevo sentirmi bravo. Ci troviamo sotto casa tua, lancio un sassolino alla tua finestra e aspetto che la luce si accenda. Niente. Ne lancio un altro più grande e fa una piccola spaccatura. Potevo scappare, e invece la luce di camera tua si accese e noi partimmo:

(STAY TUNED PER LA SECONDA PARTE! 😉 )

Sovrascrivere

Mi sono svegliato una notte con la paura che non ti avrei dimenticata. Allora la mia mente folle ha progettato tutto: tornare esattamente in tutti i posti in cui abbiamo viaggiato. Camminavo per strade dove ti avevo tenuta per mano, ti avevo portato lo zaino. Posti dove abbiamo mangiato assieme e abbiamo scattato foto buffe. Musei dove abbiamo discusso, panorami che ci hanno tolto il fiato – e dove abbiamo scattato foto buffe. Alberghi dove ci siamo svegliati sotto le coperte, più pigri che mai e facevamo colazione in camera. Ho trovato l’albero dove avevamo inciso le nostre iniziali e con un coltellino ho tolto la corteccia. Sentivo ancora il tuo odore, ti vedevo nei volti. Chiudevo gli occhi e sentivo la tua voce che mi diceva di raggiungerti. Mi è costato tanto ma finalmente ho sovrascritto le orme dei nostri passi nel cammino dei ricordi soltanto con le mie, lasciando così spazio a nuove scarpe per il futuro.

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Fretta

Sono un fanatico della pianificazione delle partenze: arrivo ore prima in stazione o in aeroporto per non perdere treni e aerei. Un giorno la presi in aeroporto e andammo in città. Doveva ripartire dopo qualche ora. Avevamo poco tempo per stare assieme e il tempo volava, ma io continuavo a posticipare il bus che avrebbe dovuto prendere. -Tranquilla c’è tempo- -Tranquilla, si arriva prima partendo dopo-. Ad un certo punto rischiava davvero di perdere il volo e allora all’improvviso le ho fatto capire che doveva accelerare il passo, di più, sempre di più. Per me è stato bello correre con lei, sentire frasi spezzettate dall’ansimare e dalla fretta, ridere per gli scontri frontali con altre persone, scivolare sui pavimenti dell’aeroporto appena incerati. Dopo esserci salutati, mentre mi riprendevo dalle olimpiadi del ritardo, mi arriva un suo messaggio: “Avevo gli orari dei mezzi in tasca, ma è stato bello essermi fidata dei tuoi”.

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Il piano dei piani

C’era un donna che abitava nel mio palazzo, al piano sotto il mio e avevamo più o meno gli stessi orari di lavoro, spese varie e uscite di divertimento. La vidi in ascensore la prima volta e rimasi incantato. Un giorno che l’ascensore era particolarmente affollato, dovetti aspettare i vari inquilini andare ai loro rispettivi piani. Sono 40 e io sto all’ultimo. Nell’attesa mi venne un’idea. Volevo passare più tempo possibile con lei e, ogni volta che ci trovavamo al pian terreno e dovevamo salire, mettevo in pratica il mio piano infantile: premevo tutti i bottoni fino al 40°. E così, anche senza dire una parola, potevo stare con lei a lungo. Quando salivano altre persone erano indispettite. Ma lei stranamente no. Un giorno che ci trovammo soli in ascensore ero al cellulare, con in più la spesa da tenere. Alzai il gomito per premere solo il mio piano ma mi resi conto che era stato già premuto. Così come il suo. Così come gli altri 38.

Playlist aggiornata! 😉 Non so perché ma questa canzone l’ho sempre immaginata per una scena in ascensore.

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