Fantasmi (pt.3 – conclusiva)

Continua da Fantasmi (pt.2) che a sua volta continuava da Fantasmi (pt.1)

Come i fantasmi delle donne che avevo respinto, quelli delle donne che avevo lasciato volteggiavano compiaciuti attorno a me. A differenza delle prime, avevano condiviso dei momenti, alcuni davvero belli e indimenticabili. Dopo l’aria compiaciuta, infatti, vidi scendere qualche lacrima di tristezza e nostalgia. Volevo prender loro le mani e fare la stessa cosa che gli ultimi fantasmi avevano fatto con me, ma non era il momento. Il tempo che io volevo per guarire le mie ferite lo meritavano anche loro. Le compresi, mi sorrisero. Scomparvero. Mi svegliai. Mancava un pezzo del puzzle: la donna di cui ero innamorato in quel momento e con cui non sapevo come comportarmi. Capii che tutto era ancora possibile e corsi verso casa sua sperando di non esser parte dei suoi fantasmi. Per fortuna aveva passato la notte in bianco a lavorare. Ringraziai tutte le donne che mi erano apparse, la presi per mano, e ci tuffammo assieme tra le braccia di Morfeo.

Playlist aggiornata! 😉

Fantasmi (pt.2)

Prosegue da  Fantasmi (pt.1)

Un altro gruppo di donne entrò nella mia stanza: erano le donne con cui ero stato assieme e che mi avevano mollato. Alcune non riuscivano a guardarmi negli occhi, altre sembravano pentite di averlo fatto ma i loro occhi volevano dimostrarmi che erano andate avanti – anche meglio – senza di me. Ma gli occhi lucidi non sanno mentire. Mi rendevo conto che in alcuni casi era stata una scelta saggia e che forse io non avrei mai preso. Due di loro mi presero le mani e le misero sul volto, poi misero le loro sul mio. Il mio terrore era scaldato da ricordi che volevo dimenticare per la sofferenza che mi avevano procurato, ma forse questo potere mistico poteva guarirmi da alcune ferite e darmi alcune risposte. Alcune non potevo perdonarle davvero, ma un pò di tranquillità e pace interiore sentivo di meritarla comunque. Ancora immerso in questo strano calore, con un pò di inquietudine, mi ritrovai davanti le donne con cui ero stato e avevo lasciato io.

STAY TUNED PER LA TERZA E ULTIMA PARTE!

Playlist aggiornata, restiamo su pezzi solo strumentali 😉

Fantasmi (pt.1)

Un pò come nel racconto di Dickens, una sera venni svegliato dai sospiri dei fantasmi delle donne della mia vita. Dapprima ci furono le donne che avevo respinto e ignorato che volteggiavano noncuranti del mio terrore nel vederle lì nella mia stanza da letto. Ero solo, e quasi mi sbeffeggiavano, sapendo che forse ero destinato alla solitudine. Dopo essersi saziate della mia paura e della mia rassegnazione, sparirono, lasciando spazio alle donne che mi avevano rifiutato e avevo rincorso per tanto tempo. Stavano sedute accanto a me, noncuranti dei sentimenti che ancora provavo, tra le nuvole come quando erano in carne ed ossa e completamente immemori delle mie dichiarazioni. Atteggiamenti ambigui, per loro normali, che mi assillavano. Comprendendo il mio disagio, alzarono le spalle e, proprio come nella vita reale, piano piano andarono via chiedendomi di non avercela con loro. Sapevo che non era finita, e infatti la porta si aprì ancora.

STAY TUNED PER LA SECONDA PUNTATA!

Playlist aggiornata 😉 – Ho iniziato a scrivere il pezzo ascoltando questa, motivo per cui l’ho selezionata 🙂

Maldestramente fugaci, intensamente sognanti

I lampi delle luci delle varie stazioni della metro erano lumi di candela. Trovandosi spesso in quel vagone, si scambiavano occhiate maliziose di chi occhiate maliziose non ne sa dare. Era come se i loro sguardi inciampassero in un terreno sconosciuto: quello del corteggiamento. Ed era piacevole cadere entrambi, più di situazioni cavalleresche o comiche. Sguardi luminosi nel sottosuolo. Erano così catturati da non essere interrotti dai passanti. La situazione perfetta e peggiore era che il treno si rompesse e dovessero calvalcare davvero quegli sguardi che in 20 minuti svaniscono ma in più tempo diventano reali. Un giorno che scesero alla stessa stazione lei inciampò per la pioggia. Decise di cadere anche lui, di proposito, restando in questo gioco di occhiate che non li coinvolse mai nella realtà ma li fece vivere ogni giorno in quell’universo parallelo fatto di silenzi e sguardi maldestramente fugaci e intensamente sognanti.

Playlist aggiornata! 😉

Vent’anni – comunicare

Non sono mai stato un gran comunicatore vocale di sentimenti. Andavo alla tua stessa caffetteria dove, in un angolo con ottima prospettiva, ti guardavo attraverso i fori che avevo fatto nelle pagine del giornale. Andavo sul tuo stesso bus, ma ci salivo molte fermate prima delle tue, attaccavo un chewing gum nella sedia accanto a quella dove di solito ti sedevi e, se qualcuno faceva per accomodarsi, mi sedevo dietro e starnutivo come un dannato. Compravo una copia in più della tua rivista che finiva sempre presto così, quando arrivavi in edicola, la lasciavo al bancone e tu potevi comprarla. Credo fosse diventata un’ossessione. O forse era il mio modo di innamorarmi senza dovertelo per forza comunicare. Continuai per vent’anni e continuasti anche tu. Non ti ho mai vista con qualcuno. Un giorno, aprii il giornale e vidi un’altra donna attraverso i fori. Mi prese un colpo. Una mano mi toccò la spalla e una voce mi sussurrò “Posso sedermi con te oggi?”.

Playist aggiornata! 😉

Feste e apocalisse

Da settimane ci pensava. Si prospettava caos e musica, ma anche in una tempesta avrebbe voluto vederla. Aveva scritto e cancellato mille volte il messaggio che doveva funzionare da calamita per l’evento. Alla fine, per lui o per la festa in sè, lei aveva detto di sì. Allora si arrovellava ancora di più per creare la serata perfetta. La festa non era sua ma era più stressato del festeggiato. Si divertì ad essere colui che la salvava dai soliti personaggi logorroici che incontri alle feste. Si trovarono su un divano mentre intorno c’era l’apocalisse. Lei chiuse gli occhi e poggiò la testa alla sua spalla. Lui pensò ai mille suoi ragionamenti sulle donne, alle sue insicurezze. Saranno stati i suoi occhi che anche chiusi erano meravigliosi, sarà stata l’apocalisse nel cuore e nella testa,ma le spostò i capelli e la baciò. Per svegliarla, per sconvolgerla, per sconvolgersi. Perchè voleva. Lei disse di non ricordare niente. Che mentisse o meno, lui fu felice di custodire quel momento per entrambi.

Playlist aggiornata! 😉

Ispirare, ancora

La cosa divertente era che non sapeva che il blog fosse stato aperto “a causa” sua. Quando agli inizi glielo menzionò, quasi di nascosto, sperava in parte che restasse inascoltato e in parte di averle messo una pulce nell’orecchio. Essendo una lingua che lei non conosceva, poteva comunque giocare la carta delle traduzioni sbagliate e interpretazioni diverse. Esitò comunque a parlargliene troppo, soprattutto perchè le prime cose erano ispirate a lei. Anche qualche scritto successivo, sporadicamente. Quando dopo quasi un anno si complimentò per le cifre raggiunte, ebbe un sussulto e quasi sperò che lei si fosse presa la briga di tradurre e capire quanto fosse stata importante. Però non era cambiata. Ma stavolta non voleva denudarsi dei suoi sentimenti – ormai passati – e servirglieli su un piatto. Le disse che questa era la lingua del suo cuore e della sua testa, e non l’avrebbe cambiata. Finita la conversazione, capì che anche stavolta era stata di ispirazione.

Playlist aggiornata 😉

Dichiarazioni (Centesimo post!)

C’è a chi piace quella del film “Harry ti presento Sally”, o chissà quante altre di tanti altri film. Ma di recente mi è capitato di rivedere “Qualcosa è cambiato” con Jack Nicholson e Helen Hunt.
E mi sono ricordato che quello che dice lui – diciamo dai secondi 57 circa del video, la parte prima per ora no – è una di quelle cose che avrei voluto dire io senza sapere di star riciclando la frase di un film ma con l’orgoglio di essere originale.
Dopo questo mio straparlare, che con le dodici righe cerco sempre di evitare, vi lascio con il mini video in questione. E festeggio così il centesimo post di questo blog. Grazie ancora a tutti voi miei cari lettori!

Buon viaggio, fratello (dedica)

Anni di differenza se ne passavano. Stesso cognome. Avevano abitato sotto lo stesso tetto. Quando il più grande dei due era partito per la prima volta, la vita dell’altro era cambiata. Capiva che mancava qualcosa nei quotidiani echi delle voci dei corridoi della casa. Era felice di vederlo per le vacanze, e aveva sempre una strana sensazione quando doveva salutarlo. Crescendo aveva chiamato col suo nome quella strana sensazione: voler bene. Un affetto sviluppato durante anni di separazione sembrava destinato ad una fragilità permanente. Un legame che poteva rimanere di sangue e vacanze condivise. Ma era invece una presenza costante. Avevano condiviso la stessa città per qualche tempo e ora che dovevano separarsi di nuovo non voleva sentirsi l’adolescente di tanti anni fa. Ma quel sangue, quel cognome, quel condividere tutto era diventato un calore di cui non poteva e non voleva privarsi. E abbracciò quella strana sensazione senza rimpianti.

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Messaggi e torture

Ero riuscito ad avere il suo numero per ripassare le ultime cose degli esami. Era la rinomata secchiona della classe. Carina, ma in quel momento per me solo secchiona. Le chiesi giorno e ora per il primo incontro, ma lei continuava a tartassarmi sugli argomenti e la preparazione. Troppi messaggi. Tolsi tutte le suonerie. Comiciai a non risponderle. Ci vedevamo e seguitavano infiniti messaggi suoi. Amica sì, ma non volevo darle false speranze. Un giorno smisero le ripetizioni e smisero i suoi messaggi. Rimisi la vibrazione, poi la suoneria. Sollievo. Nessun sollievo. Il cellulare era monotono e così le mie giornate. Cominciai a scriverle, lei rispondeva a stento. Passò una notte senza risposta. Ne passarono due. Tre. Ero disperato. Finché mi scrisse: “I messaggi sono una forma di tortura molto raffinata. Un giorno senza risposta: pensi a una tattica. Due giorni senza risposta: ti offendi. Tre giorni senza risposta: ti innamori.”* E capii che ero fregato.

*Soltanto la frase tra vorgolette è tratta da -L’amore dura tre anni- di F. Beigbeder

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