Blocco

Tiro calci ai sassi lungo questa strada che ho percorso per molto tempo. Ogni calcio un ricordo, ogni sasso una foto in mente. Questa strada che ho visto assolata, coperta di foglie di alberi secchi o in fiore, così come difficile da percorrere con la neve. Quattro stagioni in un solo attimo. Ecco che davanti a me c’è l’ingresso della biblioteca e delle facoltà. In quel panorama mancava un piccolo blocco. Un blocco che cercavo perché era quello dove andavo a trovare lei mentre progettava case e altro. A orari umani e meno – come quando andai all’una di notte per accompagnarla a casa. Era il nostro ritrovo a lume di lampada Ikea che rendeva romantico anche il suo tavolo in acciaio. Una strana tristezza mi pervade ora che quel blocco è stato distrutto. Non era sicuramente una bella struttura, ma era perfettamente in armonia con l’architettura dei miei ricordi che ora vagano confusi, mentre mi rimetto in cammino tra sassi e stagioni.

Playlist aggiornata con una canzone ri-scoperta per caso, ve ne suggerisco l’ascolto 😉

Superficiale (Al buio) – pt.5, finale

Continua da pt.1 , pt.2 , pt.3 , pt.4

Tra inforchettamenti sbagliati, bicchieri mancati, a mano a mano che ci conoscevamo, sentivo un pò la mancanza del contatto visivo: immaginare un sorriso scaldava il cuore, ma poterlo vedere era un’altra cosa. Nell’impeto del momento, poggiammo la mano l’uno nell’altra. Le nostre dita si sfiorarono in modo delicato: un attimo di magia. Arrivò il momento di uscire. Non so se fu per le mie paranoie, ma non volevo andare alla luce. In strada ci demmo la mano senza guardarci. “Mi piaci” dissi, e mi voltai per guardarla. Lo fece anche lei. Anche se in cuor mio non corrispondeva al genere usuale, corrispondeva esattamente alla donna la cui voce era perfetta per quella bocca che avevo percepito e le cui dita erano in armonia con il resto del corpo e col profumo su cui fantasticavo. Quella cecità momentanea mi aveva aperto gli occhi, facendomi scoprire la vera bellezza che penetrò finalmente sotto la mia superficialità, portandomi da lei.

Playlist aggiornata con una canzone che sta concludendo le mie giornate – e conclude la storia! 😉

Superficiale (Al buio) – pt.4 di 5

Continua da pt.1, pt.2, pt.3

Il cameriere si avvicino’ e ci descrisse i menu, predefiniti, per la serata. Non ero interessato al cibo, ma a capire in quale posizione lei stesse ascoltando e le sue reazioni ad ognuno dei piatti elencati. Cercavo di indovinare quale potesse piacerle e quale no. Nel frattempo, in modo meno analitico del solito, mi cominciai a interrogare sul colore dei suoi capelli. Sulla forma delle sue labbra, degli occhi. Se avesse le fossette e se fosse una persona che metteva molto trucco. A me non piace quando ne mettono troppo. Le mie solite paranoie stavano venendo fuori e cominciai a innervosirmi. Il buio doveva essere un buon conduttore di emozioni,perche’ in quel momento lei disse:”Anche io mi sto chiedendo come sei. A volte la forma del mento mi ha interessato piu’ di un complimento. Ma per stasera cambieremo. Ci stai?”. Allungai la mano per stringere la sua in segno di accettazione, ma feci cadere il bicchiere che si ruppe. E ridemmo entrambi.

STAY TUNED PER LA QUINTA ED ULTIMA PARTE!

Playlist aggiornata 😉

Superficiale (Al buio) – pt.3 di 5

Continua da pt.1 , pt.2

“Da quando sono arrivata mi sto infilzando con la forchetta, ci vuole un po’ ad abituarsi”. Ero ancora piu’ confuso, ma ormai ero dentro e – per la prima volta nella mia vita – percepivo anche le sensazioni di chi era di fronte a me senza dover guardare nei suoi occhi. Sentivo il suo cuore battere, le dita che si intrecciavano per ingannare l’attesa e l’imbarazzo. Cose di cui non mi ero mai curato. La mia vista era paralizzata, ma gli altri sensi si stavano liberando in un big bang emozionale. “Ciao, sono Dan. Scusa ma sono po’ sorpreso da tutto questo.” “Beh, anche io non avevo capito che ‘appuntamento al buio’ era da intendersi in senso letterale in un ristorante gestito da non vedenti!”. E ridemmo entrambi. Mi sentivo bene con lei, cercavo la sua pupilla e il suo iride attraverso il buio. Una sensazione incredibile. Intrigante e anche inquietante per certi versi. Sentivo un’atmosfera positiva, nonostante i nostri respiri si muovessero incerti in quell’oscurita’.

Playlist aggiornata 😉

STAY TUNED PER LA QUARTA PARTE!!

Superficiale (Al buio) – pt.2 di 5

Continua da Pt.1

Davanti a me, con un canovaccio al braccio, petto in fuori e sull’attenti, stava un cameriere. Con occhiali da sole. Un pessimo segno di cafonaggine. Il sorriso di Andrew quando concluse l’accordo dell’appuntamento era perche’ non c’era alcun appuntamento? O era perché il posto era poco raccomandabile? Suonava tutto come uno scherzo. Stavo per andarmene quando il tipo disse “Dan, giusto? Prego mi segua”. Un po’ sospettoso andai con lui. Entrammo in una stanza completamente buia. Mi aspettavo che accendessero le luci e spuntassero i miei amici congratulandosi per qualcosa o facendomi paura. Invece niente. Con la mano sulla spalla del cameriere, continuavo a brancolare in questo panorama nero. “Prego, la sedia e’ qui. Si accomodi”. Confuso, cercai il menu sul tavolo ma tastai solo le posate, tovaglioli e altro. Maledetto sorriso di Andrew. Mentre inveivo dentro di me, sentii bisbigliare di fronte “Ehi… ciao sono Caroline.”

STAY TUNED PER LA TERZA PARTE

Playlist aggiornata 😉

Superficiale (Al buio) – pt.1 di 5

Mi davano del superficiale. Ammetto che non riuscivo a escludere l’aspetto fisico dal giudizio che alla fine davo su una donna. Dicono che la bellezza sia soggettiva, anche quella esteriore. Soprattutto quella forse. Non lo so. Comunque volevo sfidare questa caratteristica che temevo stesse prendendo troppo il controllo su altri parametri piu’ umani da considerare e andai ad un appuntamento al buio con un’amica di un amico. Non l’avevo mai vista. E il sorriso del mio amico Andrew quando mi disse “Vai, e’ fatta. Vi vedete giovedi’” mi fece temere il peggio, e cioe’ che lei non rispecchiasse per nulla i miei parametri di bellezza esteriore. Ma tant’e’ che decisi di sfidare me stesso. Arrivai al ristorante con poco ritardo, asciugando malamente il sudore. In fondo anche se lei non fosse stata bella – ecco di nuovo il pensiero superficiale – io volevo comunque apparire in forma e di bell’aspetto. Entrai, e la mia sorpresa fu enorme.

STAY TUNED PER LA SECONDA PARTE!

Playlist aggiornata 😉

Dieci fermate

Lunedì mattina. Entrò nella metro e si mise in cerca di un posto a sedere. Notò una ragazza, addormentata, con la bocca semi-aperta e la testa un pò curva. Nonostante gli venisse da ridere, ne riconobbe la bellezza. La fissò per le dieci fermate in comune, poi lei si svegliò e fuggì verso chissà dove. Il giorno dopo, stessa scena. Era più stanca e la testa era ancora più ricurva. Il trucco era ogni giorno meno curato, ma lui ne era affascinato sempre di più. Venerdì era quasi appoggiata al passeggero di fianco. Settimana successiva. Lunedì si trovarono lontani. Lei si sedeva nella stessa zona. Ogni giorno le si avvicinava di più, finchè venerdì, il giorno di massima stanchezza, riuscì a sedersi accanto a lei. Aveva scelto il cappotto più soffice per quel giorno e cullò la testa di lei dolcemente senza svegliarla. Alla decima era abbandonata al suo braccio. Si svegliò, si scusò e scappò. Per dieci fermate era stato il Paradiso. Aspettando la settimana successiva.

Playlist aggiornata! 😉

Daydreaming (Fuori dall’ordinario)

Era un uomo molto ordinato. Nessuna imperfezione nei suoi gesti. Nessun ritardo a lavoro. Pianificazione giornaliera. Una sera, spezzando il circolo dell’ovvietà quotidiana, incontrò alcuni colleghi. E conobbe lei. Era fuori dal suo ordinario. Una penna di colore diverso nella sua mensola mentale. Come una di quelle gocce che corre sul bordo della tazzina che lui era sempre solito asciugare ma da cui invece si lasciò macchiare volentieri. Fu investito da quello tsunami improvviso di emozioni. Il mattino seguente tutto era come prima, in ordine. Salì sul treno e ripensò a lei, alle scarse possibilità e alla gioia per un bacio. Quando rinsavì si accorse di aver mancato la sua fermata per due stazioni. Non era mai successo ma, invece dello stress, sul viso gli spuntò un piccolo sorriso. Giorno dopo giorno, fermata dopo fermata, arrivò al capolinea e il suo sorriso e i suoi sogni raggiunsero destinazioni che per lui erano sempre state sconosciute. Fuori dal suo ordinario.

Playlist aggiornata! 😉

Quattro ore (Ode all’imbranato)

Quella strana sensazione mentre si avvicina l’orario. Sempre pronto a criticare le coinquiline che impiegano una vita a preparasi mentre tu sei un lampo. Stavolta sono quattro ore che guardi lo specchio. Controlli col Televideo che l’orologio non sia rotto, che il tempo sia lento e il tuo cuore abbia battiti normali. “Non sembrare teso, prendi un bel respiro.” Imbranato. Controlli la sudorazione di tutti i pori, ma poi quando pensi a lei diventi una cascata. Cosa dirai, cosa farai. Non lo sai. Non hai mai messo il gel, lo provi. Eccoti: mani incollate e aspetto di chi è stato leccato da un cammello. Imbranato. “Ho gli occhi chiari, mi salva quello.” Il tuo solito pensiero. “Parlerò con gli occhi, farò figure migliori”. Poi ricordi che hai gli occhi piccoli e i tuoi sguardi sembrano da orbo. “Le dò un bacio, due baci?”. Imbranato. Eccola. I baci incerti diventano uno scontro frontale. “Stai bene col gel!Gli occhi sembrano più grandi”. La fortuna di essere imbranato stasera.

Playlist aggiornata con una canzone di nuova scoperta! 😉

Fragole e dita – Dedica piccolina

Ricci, capelli ricci, un pò mossi, su una testolina di cui non riesco a definire la forma. Una fragola, una fragola piccolina. Fragolina. Quando non c’eri ti aspettavo, ancora prima di sapere che avevi un corpicino in mezzo a noi ti cercavo e ti volevo proteggere. E poi sei arrivata. Quando sono entrato dal portone dovevo far piano, ma il mio cuore probabilmente ti aveva svegliata. Batteva forte, incerto, emozionato. Come le mie braccia quando ti ho preso per la prima volta. Un vetro, una porcellana, inimitabilmente fragile. Ho mosso le mie dita,le ho fatte svolazzare sopra il tuo viso semi addormentato. Chissà se andremo d’accordo, mi ero chiesto. Ma ecco che – con un principio di forza che diceva tanto – hai afferrato un mio mezzo dito con una tua mano intera. Eri tu che mi tenevi, e non mi mollavi. Fai pure, ti prego. Ora sei più grande, ti nascondi e fai la linguaccia. Ma per me resterai sempre quel fortissimo mezzo dito della mia mano che non lascerò mai andare.

Non ho una canzone da inserire nella playlist, ma una testimonianza più diretta dell’ispirazione 😉

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