A duemila

Credimi,
ho provato a non andare a duemila dall’inizio.
Ma è un mio difetto di fabbrica
che non ho molta voglia di sistemare.
Anche se dovesse voler dire
rimanere intrappolato
in quella fiammata
mentre tu sei fuori
dal quel cerchio di fuoco
che mi guardi bruciare
con l’accendino
e la tanica in mano.

Cambio stagione

Ottobre piovoso
e i tuoni sovrastano
la musica del lettore mp3
e il battito del cuore.
Tu con le coperte
fino alla narice
lasciando intravedere
solo l’iride chiaro dei tuoi occhi.
Nient’altro.
Scoprirsi, mai.
La tua paura dell’amore
come quella per il temporale.

Playlist aggiornata, buon ascolto!

Beatitudini

Beati quelli che hanno un interruttore emotivo emozionale.
Beati quelli che sanno incolparsi da soli senza sentirsi colpevoli sul serio.
Beati quelli che hanno più scarpe che piedi da inserire.
Beati quelli che fanno innamorare senza innamorarsi, ed è colpa tua che hai capito male.
Beati quelli che immaginano ma restano coi piedi per terra come un tacchino.
Beati quelli che sanno essere infelici, se ne lamentano, ma perseverano felici.
Beati quelli che chiusa una porta si apre un portone, perché è evidente che hanno mazzi di chiavi che tu non hai.
Beati quelli che “ah ci fossero più persone come te”, ma non gli piaci lo stesso.
Beati quelli che ti dicono “è la vita” perché, tanto, non è la loro.
Beati quelli che non scrivono beatitudini perché pensano di essere beati.

Playlist aggiornata! La canzone ovviamente non è collegata al contenuto, ma ho scritto questo pezzo da “avvelenato” 😉

Magnetismo

Lo strano magnetismo tra caratteri totalmente diversi. La curiosità di sensazioni estranee fino a quel momento. L’esplorazione reciproca. Attrazione. Proprio come funzionano le calamite. Si dice che gli opposti si attraggono, io aggiungo che non per forza sono destinati a restare uniti nonostante quella potente forza che li congiunge. Forse è quel piccolo spazio di libertà che hanno i poli simili che permette loro di camminare fianco a fianco senza sofforcarsi troppo, per vedersi nell’insieme. E se si avvicinano troppo, ecco che cambiano percorso, si scontrano senza toccarsi mai. Sono destinati forse a non essere una cosa sola. Rischiano di meno. C’è chi invece, come me, vive di collisioni magnetiche. Questo per dirti che, nonostante il tuo non essere d’accordo su queste mie contorsioni mentali triple-carpiate, è stata la somma di tutte le cose che non c’entravano assolutamente con me che ti ha reso così unicamente speciale e interessante ai miei occhi.

Playlist aggiornata! Buon ascolto!

Macchinetta (quindi straparlo)

Mi sveglio la mattina, ci sei tu a fianco e non voglio far rumore ma ti rigiri e capisco che stai rientrando nel mondo dei vivi comunque. Ti accarezzo i capelli, ti sfioro la mano, con mezzo occhio scruto la tua sottoveste nera ma fermo i pensieri che chissà dove andrebbero. Poi inizio a parlare a macchinetta, non mi fermo, ma che diavolo ho potuto pensare la notte prima tanto da doverlo comunicare con tanta urgenza? E in più odio parlare la mattina e odio dover ascoltare chi parla. Sarà che la notte prima mi sono svegliato, emozionato e non mi sono mai veramente riaddormentato. Avvicino l’orecchio tra la tua narice e il tuo labbro superiore (punto che considero intimo perché per arrivarci bisogna fidarsi e fare un po’ di strada) e ti sento respirare. Mentre faccio tutto questo, mi ricordo che neanche tu sopporti che ti si parli la mattina, che neanche tu hai voglia di parlare e vuoi che il mondo si faccia gli affari tuoi mentre tu scuoti la tua anima e i tuoi sogni che si spargono tra le lenzuola e il cuscino. Mi chiedo come mai non hai protestato, come mai non mi hai cacciato fuori dal letto a calci. Mi chiedi, con la voce da sonno, come mai ho parlato così tanto dato che odio la mattina. E io non lo so, lo so forse, dovrei partire a macchinetta di nuovo per spiegarlo. Arrossisco senza far rumore, ma tu anche se hai gli occhi chiusi, hai le orecchie attente e senti la mia emozione. Raccogliamo assieme i tuoi e i miei sogni sparsi sul letto, li mescoliamo, chiudo gli occhi anche io. E lascio parlare solo il cuore. Lui sa. E anche tu.

Non chiedere

Non chiedete ad uno scrittore di scrivere per voi: lasciatevi il tempo di arrossire per la sorpresa di ricevere qualcosa e a lui la stessa possibilità. Non cercatelo se non volete che eventualmente passi delle notti in bianco. Non stupitevi se lui le passerà nè se non vi dirà che le ha passate. Non chiedetegli se quello che scrive è per voi. Nel suo universo c’è parecchio silenzio e parecchie cose non dette e forse nemmeno da dire. Non fatelo innamorare pensando che passi le giornate a conquistare il cuore fragile di chi legge, perché il cuore fragile forse potrebbe averlo lui. Non maleditelo se non corrisponde alle vostre aspettative, neanche lui a volte le attende per sè. Non maleditelo se non vi scrive cose d’amore, perché come per le cose d’amore che apprezzate anche per le altre risponde solo all’ispirazione. Non invidiate lo scrittore che scrive molto: preferirebbe di gran lunga vivere delle storie d’amore di cui narra piuttosto che sperarle narrandole.
(e per una volta lo scrittore, forse, sono io.)

Playlist aggiornata, buon ascolto!

Quasi

Mi avevi quasi fregato quando hai appoggiato la tua testa alla mia spalla e sembrava non volessi che io andassi via. Quando hai riso alle mie battute, mi sei stata così vicina che mi guardavo nei tuoi occhi e respiravo dalle tue narici ed era buono, ti giuro che me l’avevi quasi fatta. Quando hai aspettato con me, hai mangiato con me, mi hai raccontato di te, hai ascoltato e annuito con interesse ai miei racconti mentre rollavi l’ennesima sigaretta. Quanto ci stavo cascando quando sembrava non sapessimo cosa fare con le mani, con gli occhi, con tutto il nostro corpo e non sapevamo cosa dire. Mi hai quasi fregato. Ci ero quasi cascato, ero proprio sul punto di. Sul punto di innamorarmi. Pensa tu se ci avessi creduto veramente, se mi fossi innamorato veramente. Semmai fosse successo, se fossi stata così brava e io così come sono, starei qui a scriverne decidendo di dimenticarti con qualche frase sconnessa. Sembra quasi possibile. Quasi.

Playlist aggiornata 😉 Buon ascolto!

Sport estremi

Lei mi disse che voleva fare sport estremi, che cercava l’adrenalina. Buttarsi col paracadute, da un ponte facendo bungee jumping, fare le rapide in canoa. Io la ascoltavo impaurito al solo pensiero. Quando smise di parlare, notando l’ansia, mi chiese “E tu, hai mai fatto sport estremi?”. Ero consapevole della mia completa mancanza di voglia di morire cercandomela da altezze assurde, soprattutto date le mie vertigini. Per cui per me già guardare dal secondo piano di un palazzo potrebbe essere considerato alla stregua di attraversare quei ponti sospesi nel vuoto con le sbarre di legno minuscole e a centimetri di distanza. Pensavo: c’è forse qualcosa di più estremo del vuoto nello stomaco, la mancanza di appetito, la paura di un rifiuto, le mani sudate e l’adrenalina in corpo quando stai per dire qualcosa alla persona per cui hai una cotta? Visto il mio silenzio, mi richiese: “Allora?” E io, sorridendo, le risposi: “Innamorarmi. Questo è il mio sport estremo”. E lei sorrise.

Casa (più di dodici righe)

La casa dove abitavi è il luogo dove sei cresciuto ed è fatto dall’evoluzione dei posti dove prima riuscivi a nasconderti e ora no e quelli che non riuscivi a raggiungere, perché troppo alti e pericolosi, e ora ci arrivi con tuo grande orgoglio di conquista. Il letto a castello, la stanza divisa coi fratelli. Lo studio dove studiavi e facevi anche finta, la stanza dei tuoi dove ti rifugiavi quando avevi un brutto sogno o ti annoiavi. I bagni da occupare a scapito degli altri, da dove urlavi di portarti la carta igienica quando finiva. Le finestre dove ti affacciavi e da dove si affacciavano per darti indicazioni. Ottenere il tuo mazzo di chiavi per quell’universo familiare era importante e ricordo con quanta cura tenevo il mazzo legato al buco della cintura quando andavo in bicicletta da bambino o incastravo nel freno. La casa è fatta dalle persone che ci hanno abitato, ma come puoi dimenticare il corridoio che hai percorso a mille all’ora, le stanze dove entravi in punta di piedi di nascosto, facendo baccano, sbattendo porte. La porta del ripostiglio che usavi per segnare la tua altezza che ad un certo punto si è fermata e neanche stando in punta di piedi potevi più barare. La casa è la cucina dove hai potuto assaggiare di tutto, dove hai sporcato, sei stato imboccato e tornando da scuola tornavi tutto pronto. Il luogo che sceglievi al posto di mangiare fuori. Ma non solo per risparmiare, ma perché era casa. Dove hai fatto merenda tornando dal calcio.
La casa è quella che disegnavi da bambino coi tuoi amici ed esternamente erano tutte uguali: quadrati per il corpo, triangoli per i tetti, finestre regolari. Ma per te non era uguale, la casa era la tua. Intonaco, colore, numero civico che impari a memoria assieme al tuo nome e cognome perché è delle tue generalità.
Il profumo di casa, il profumo dei mobili, che hanno quell’aura di capello bianco come se stessero invecchiando con te, intrisi di ricordi che hanno proprio quell’odore e se chiudi gli occhi ti passa avanti tutto con uno scorrimento lento perché non vuoi che sparisca. Vorresti immergerti in uno di quei ricordi, nei primi passi, tornare indietro nel tempo.
La casa è questo e molto altro. Non posso in poche righe dire cosa sia la casa per me. Quella casa. La casa è fatta dalle persone, ma anche da queste cose materiali che ti ricordano l’immateriale.
Non chiamatemi superficiale per queste mie parole, a meno che non lo pensiate ancora dopo aver toccato la superficie della vostra casa e non riusciste a provare nulla.

Scale mobili

Quanto sono lente le scale mobili della stazione vicino casa mia. Lo noto rientrando a casa, quando le lascio scorrere e non sono di fretta come la mattina che le percorro alla velocità della luce per non perdere il treno. Innamoramenti lenti di sguardi che si incrociano. Si possono formulare interi pensieri di senso compiuto. Si cambia idea mille volte. Per questo, quando faccio una domanda appena sceso dal treno, aspetto di sentire la risposta prima di decidere se prendere le scale mobili o l’ascensore. Se la risposta non mi piace, prendo le prime e cerco di far cambiare idea. Se la risposta mi piace, ecco l’ascensore. E lei lo faceva apposta e si divertiva a darmi la risposta che non volevo. E io lo sapevo, e mi divertivo con lei. Abbiamo passato ore su quelle scale mobili a conoscerci, stuzzicarci. Amarci. E il tempo assieme era guadagnato, mai perso. Da quando è andata via, ormai, prendo l’ascensore e non faccio più domande. Neanche a me stesso.

Playlist aggiornata, buon ascolto! 😉

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