Croste mentali

Era da un po’ che avevi spaccato la porta del mio quieto vivere e avevi tirato due schiaffi al mio comodo torpore. E qualche mese dopo mi hai spinto, facendomi di nuovo cadere dalla scala a chioccola delle mie ossessioni romantiche e struggenti. Mi sono fatto male, ero pieno di graffi e sbucciature. E son venute le croste. Non volevo realmente dimenticarti e così, mentre continuavo a medicarmi con disinfettanti di -ormai è passato-, quando nessuno guardava e non mi guardavo nemmeno io, mi grattavo. E un pò di sangue ogni tanto ritornava, e le cicatrici mi sono rimaste. Sei ritornata e ho fatto finta che nulla fosse successo. Non so se hai notato i miei segni che ho sempre sperato fossero momentaneamente indelebili, ma sei riuscita a ferirmi di nuovo negli stessi punti. E se sono ancora qui a scrivere di te è perché con le dita di una mano compongo e con quelle dell’altra continuo a impedire alla mia pelle di rigenerarsi e dimenticarti.

Playlist aggiornata, come sempre 😉

Corri amore

L’altro giorno eravamo uno accanto all’altra e, come è spesso accaduto, siamo arrivati al punto dove si è parlato per ore e si crea un certo silenzio. Ci sono diversi tipi di silenzio, e quello l’ho riconosciuto come “silenzio prima del bacio” o “silenzio del dài sto bacio (caratterizzato da una paralisi e un deglutire continuo, sudorazione incontrollata del cuoio capelluto e semi-controllata del resto del corpo)”. Ho deciso di interrompere il primo tipo, ma ti sei alzata di scatto. Stavo per inalberarmi per quel coraggio sfumato, ma mi hai detto  <Se mi ami, prendimi>. E ti sei messa a correre. Da tempo ti rincorrevo nella mia mente. Dimenticando l’asma, ho cominciato a correre. Dato che ti alleni con la Nazionale, ho pensato fosse per non ricevere quel bacio e stare con me.Non so se vi è capitato di avere un sottofondo mentre facevate qualcosa, ma nella mia testa è partita questa canzone: (come è finita la corsa? Mi ha ricambiato al primo incrocio)

Rispondersi

“Io sono la risposta che cerchi. Ti sento mentre fai domande al tuo conscio e inconscio, mentre cerchi di fare una selezione tra gli uomini che conosci. Io, sono io quello che dovresti giocare tra le tue carte. Sono qui, davanti a te, ma continui a guardare altrove. Lo so che io sono quello giusto, ti ho sentita elencare le qualità che un uomo deve avere, ciò che ti piace fare e i sogni che non riveli ad alta voce. Io ci sono, ci sarei sempre. Ti vorrei mandare a quel paese, ma lo farei solo se prima ci andassi io in modo da poter rendere anche quello un posto migliore per te. Non lo sai, io lo so, tu non vedi, io intanto dipingo tutto quanto con colori presi da mie tele ormai consunte. Continui a sfogliare margherite in cui io non compaio. Nella mia si alternano il tuo nome e cognome. Ho pensato così tanto alla tua felicità che ho completamente dimenticato che tu non mi rendi felice. E ammetto che è più facile pensare a me come tua risposta piuttosto che rispondermi che tu non sei la mia.”

La canzone di accompagnamento è cambiata, credo si adatti bene.

Congiuntivi(ti)

Il tempo è un’invenzione di persone incapaci di amare (Anonimo)

“Era mia abitudine parlare per ipotesi, per incertezze. I miei “forse” erano fatti di cemento armato, pilastri su cui costruire castelli di “magari” e “chissà”. Ho mascherato i miei dubbi con un falso ottimismo che nascondeva una grandissima fragilità. Mi sono ingannato da solo ogni volta che pensavo fosse quella giusta, così vicina a me come due nuvole viste da terra ma che hanno chilometri di distanza quando poi metti le ali e fluttui nella tua estasi. E così finivo per imperativizzare un emozione. Prospettive certe che in realtà erano costruite su gelatine di costrutti improbabili, mattoni imperfetti di condizionali e passati che tornavano. Così, ad ogni caduta, le mie labbra e la mia bocca asciutta venivano di nuovo colpite da congiuntiviti verbali. Ma poi, poi sei arrivata tu. E ogni congiuntivo con te è diventato presente che mi ha reso felice anche se non aveva futuro”

 

L’ultima sera (Salutarti)

“Doverti salutare l’ultima sera, dover riempire il vuoto tra i nostri occhi con dei puntini sospensivi mentre il mio cuore era pieno di malinconia e la mia mente di ricordi, è stato uno dei momenti più difficili. Stringere i pugni per essere più forte quando invece avrei voluto tenerti per mano. Essere insicuri sul fissare questo momento nella memoria perché potrebbe essere l’ultimo oppure lasciar spazio soltanto al passato. E guardo te, la tua porta, il campanello che sarà pieno di mie impronte digitali e di sussulti del mio cuore tutte le volte che aspettavo che mi aprissi. E le tue labbra che non hanno segni delle mie. La mia esitazione odora di adolescenza tardiva, le mani nelle tue tasche sembrano cercare le parole che non escono. Eccola: la difficoltà del non voler essere banali, la semplicità di intere giornate trascorse assieme che rischiano di essere inzuppate di cliché dell’ultim’ora di saluti. Chiudi gli occhi. Li chiudo anche io. E la mattina ti porta via con sé.”

Comunque vada

Comunque vada, sarà un successo. Questo si diceva Ian mentre i suoi occhi seguivano quella traiettoria invisibile che muove le pupille attirate dagli oggetti in movimento fuori dal finestrino di un treno. Era partito con uno zaino da campeggio che stonava con le sue abitudini da turista non eccessivamente low cost. Non ci aveva pensato due volte ad andare, perché ogni lasciata è persa. Comunque vada, sarà un successo. Perché, in superficie, se la bacia o meno, è uguale. Ma, in fondo, non é così. Attraversava regioni a lui sconosciute, su treni impregnati di dialetti impronunciabili. E i suoi occhi continuano a seguire scenari romantici. Comunque vada, sarà un successo. Ed eccola lì, fuori dal finestrino, mentre il treno rallenta. Gli occhi forse sono rimasti ancora sul treno a immaginare pianeti inesistenti.Ma il cuore è lì. “Sono davvero felice che tu sia venuto”. Che il cuore di lei dica sì o no alla fine di tutto,non importa. Comunque vada, sarebbe successo

Attese (numeri e dita)

“-E tu cosa ci fai qui?
-Ti aspettavo.
-Ma come diavolo facevi a sapere che sarei arrivata ora?
-Non lo sapevo. Mi sono seduto e mi son detto: “Ok, conto fino a dieci, se non arriva me ne vado.” e sei arrivata.
-E a che numero sei arrivato?
-Duemilasettecentonove, ma potevo continuare.” (Anonimo)

Nel contare il tempo ho consumato le mie dita. Le ho incrociate per avere più fortuna e girate perché non mi venisse la tentazione di trasformarle in pugni. Ho accarezzato i lineamenti impercettibili del tuo volto per trovarti nel caos. E così, inaspettatamente, hai riempito i vuoti tra le mie dita con i tuoi, e, spostando le nostre falangi le une verso le altre, ci siamo uniti in una cosa sola.

Fuso orario

“Sono stati tanti i pomeriggi che ho passato a studiare.E la passione per lo studio non è mai esistita.Il voler finire i compiti subito ce l’avevo sin da bambino, così potevo giocare . Poi è arrivata lei. Il mio obbligo di studiare almeno due ore diventò più pesante e la voglia di vederla riempiva ogni tappo mangiucchiato delle penne. Da piccolo, se i miei uscivano di casa, accendevo il pc e pregavo che non facesse troppo casino nel caso rientrassero inaspettatamente. Quando arrivò lei, e io ero teoricamente più grande, appena ero solo a casa spostavo le lancette degli orologi un’ora avanti perché al loro rientro potessi dire di aver studiato il tempo giusto. I miei non avevano orologi da polso e il cellulare non era la prima cosa che veniva in mente. Per almeno cinque anni ho vissuto sul fuso orario di Helsinki, di Instanbul, di Beirut. Ed era ancora più bello rivederla dopo essere stato così fantasticamente lontano, anche se solo per qualche ora.”

Canzone del player aggiornata 😉

Lettera per il cambiamento

“Scriverti in un momento in cui non credo abbia senso, acquista tutto il suo significato più profondo. Diciamo di essere cambiati quando non stiamo cambiando più, e forse questo fa più incazzare. Fa più incazzare questo del fatto che si possa realmente essere cambiati e le persone del passato, che ritornano sempre in qualche modo, non se ne accorgono. O non vogliono accorgersene. Allora eccomi, a dirti che sono cambiato. Sentire il bisogno di sottolinearlo fa capire che le onde che mi spingevano sono ferme, che quando ci abituiamo a questa brezza modificatrice poi non possiamo più farne a meno. Perché ci sentiamo impotenti, inutili. Fermi. E’ davvero inutile essere fermi? Penso che tirare fuori i remi senza aspettare il vento possa essere una soluzione. Non mi vedi cambiato, e non lo sarò mai per te probabilmente. Ma non importa perché non sei più il mio specchio da molto tempo.”

Solitamente ho messo canzoni straniere, ma non posso esimermi dal mettere questa con questo post.

Se tu sapessi (La lettera di Edmund)

Perché tutto acquisti un senso maggiore,prima leggete le lettere di Edmund:

Prima lettera      Seconda lettera      Terza lettera

Cara Jeanne,

per te questa lettera è la prima, ma se tu sapessi quante altre volte ti ho scritto, ho cancellato parole, e ho buttato tutto via, mi prenderesti sicuramente per pazzo. Se tu sapessi le parole in più che ho detto soltanto perchè le tue non fossero le ultime ma le mie potessero abbracciare qualsiasi conclusione di un tuo discorso. Se tu sapessi i passi in più che ho fatto per far sì che le tue impronte sul fango o sulla neve non fossero sole nell’affrontare il freddo.  Se tu sapessi quanto di te ho parlato soltanto perché sapevo che mi avrebbe sicuramente strappato un sorriso il semplice farlo. Se tu sapessi i tentativi del mio cervello di soffocare il mio cuore, fino ad arrendersi e diventare una cosa sola alla fine di quell’inutile lotta.

Se tu non sapessi tutte queste cose io non sarei qui a scriverti senza cancellare, come amavo fare quando tutto era possibile.

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