Attese (numeri e dita)

“-E tu cosa ci fai qui?
-Ti aspettavo.
-Ma come diavolo facevi a sapere che sarei arrivata ora?
-Non lo sapevo. Mi sono seduto e mi son detto: “Ok, conto fino a dieci, se non arriva me ne vado.” e sei arrivata.
-E a che numero sei arrivato?
-Duemilasettecentonove, ma potevo continuare.” (Anonimo)

Nel contare il tempo ho consumato le mie dita. Le ho incrociate per avere più fortuna e girate perché non mi venisse la tentazione di trasformarle in pugni. Ho accarezzato i lineamenti impercettibili del tuo volto per trovarti nel caos. E così, inaspettatamente, hai riempito i vuoti tra le mie dita con i tuoi, e, spostando le nostre falangi le une verso le altre, ci siamo uniti in una cosa sola.

L’amore ai tempi del 2.0

Scrivi.
Aspetti.
Pazienti.
Immagini.
Inizi a sbroccare.
Informi il destinatario che hai scritto.
Sbrocchi.
Comunichi il tuo essere sbroccato per l’attesa.
Blocchi reciproci di account.
Sbirciate reciproche con sblocchi di account della durata di un battito.

Torni a scrivere a penna. Ma lo tieni per te. E sbirci dalla tua finestra.
Il tuo amore 1.0 che, forse, fa meno male della versione aggiornata.

Fuso orario

“Sono stati tanti i pomeriggi che ho passato a studiare.E la passione per lo studio non è mai esistita.Il voler finire i compiti subito ce l’avevo sin da bambino, così potevo giocare . Poi è arrivata lei. Il mio obbligo di studiare almeno due ore diventò più pesante e la voglia di vederla riempiva ogni tappo mangiucchiato delle penne. Da piccolo, se i miei uscivano di casa, accendevo il pc e pregavo che non facesse troppo casino nel caso rientrassero inaspettatamente. Quando arrivò lei, e io ero teoricamente più grande, appena ero solo a casa spostavo le lancette degli orologi un’ora avanti perché al loro rientro potessi dire di aver studiato il tempo giusto. I miei non avevano orologi da polso e il cellulare non era la prima cosa che veniva in mente. Per almeno cinque anni ho vissuto sul fuso orario di Helsinki, di Instanbul, di Beirut. Ed era ancora più bello rivederla dopo essere stato così fantasticamente lontano, anche se solo per qualche ora.”

Canzone del player aggiornata 😉

Lettera per il cambiamento

“Scriverti in un momento in cui non credo abbia senso, acquista tutto il suo significato più profondo. Diciamo di essere cambiati quando non stiamo cambiando più, e forse questo fa più incazzare. Fa più incazzare questo del fatto che si possa realmente essere cambiati e le persone del passato, che ritornano sempre in qualche modo, non se ne accorgono. O non vogliono accorgersene. Allora eccomi, a dirti che sono cambiato. Sentire il bisogno di sottolinearlo fa capire che le onde che mi spingevano sono ferme, che quando ci abituiamo a questa brezza modificatrice poi non possiamo più farne a meno. Perché ci sentiamo impotenti, inutili. Fermi. E’ davvero inutile essere fermi? Penso che tirare fuori i remi senza aspettare il vento possa essere una soluzione. Non mi vedi cambiato, e non lo sarò mai per te probabilmente. Ma non importa perché non sei più il mio specchio da molto tempo.”

Solitamente ho messo canzoni straniere, ma non posso esimermi dal mettere questa con questo post.

Se tu sapessi (La lettera di Edmund)

Perché tutto acquisti un senso maggiore,prima leggete le lettere di Edmund:

Prima lettera      Seconda lettera      Terza lettera

Cara Jeanne,

per te questa lettera è la prima, ma se tu sapessi quante altre volte ti ho scritto, ho cancellato parole, e ho buttato tutto via, mi prenderesti sicuramente per pazzo. Se tu sapessi le parole in più che ho detto soltanto perchè le tue non fossero le ultime ma le mie potessero abbracciare qualsiasi conclusione di un tuo discorso. Se tu sapessi i passi in più che ho fatto per far sì che le tue impronte sul fango o sulla neve non fossero sole nell’affrontare il freddo.  Se tu sapessi quanto di te ho parlato soltanto perché sapevo che mi avrebbe sicuramente strappato un sorriso il semplice farlo. Se tu sapessi i tentativi del mio cervello di soffocare il mio cuore, fino ad arrendersi e diventare una cosa sola alla fine di quell’inutile lotta.

Se tu non sapessi tutte queste cose io non sarei qui a scriverti senza cancellare, come amavo fare quando tutto era possibile.

False capacità

Il puro e semplice allargamento di prospettiva capace di includere una grande quantità di elementi non è indicatore di visione di insieme, perchè potrebbe essere espressione di superficialità e considerare realtà in termini superficiali perdendone i dettagli. La flessibilità non è prodotto di una acritica disponibilità ad accogliere stimoli esterni, che è invece indice di conformismo. La rapidità decisionale può nascere sia dalla capacità di gestire l’ansia che dall’incapacità di gestirla, nel caso in cui è frutto del desiderio di disfarsi del problema. (M. B.)

Assomiglia ad una di quelle diapositive che ti trovi a lezione, di quelle che ti fano sperare che almeno una frase sia valsa l’attesa. Nella lezione sull’attesa mi è capitata questa diapositiva. Può apparire ovvia, ma ovvia un corno. Penso ad alcuni modelli che avevo preso ad esempio, e mi chiedo se dietro le loro parole in grassetto non ci fosse un carattere minuscolo meno evidente.

 

Potendo volere, io ti ho voluta

Il miglior modo per perdere qualcosa è volerla troppo

Volere è potere. Volere e potere. Potendo volere, io ho voluto. Voler starti vicino, vedere le stesse cose, respirare gli stessi odori e camminare negli stessi spazi, è diventato un sentimento. Dapprima rinnegato, poi accettato, poi vissuto, poi sofferto, svelato, ricelato, vissuto di nuovo, messo in superficie, esposto, distrutto, ora galleggia. Ci si arriva a chiedere egoisticamente perché, com’è possibile che facendo tutto il possibile non sono io. Non sei tu. Non siamo noi. Ci si dimentica sempre che essere in due significa che anche l’altra persona voglia quelle cose, rimanendo intrappolati nel “a chi non piacerebbe” o “è palese quello che faccio”. E così ti ho voluta. Non ho mai fissato un limite per volerti perché non ti ho mai avuta. Volevo e non ti avevo, e ti volevo ancora. Dicono che il tempo è la cura, io ho voluto molto tempo prima di parlarti e il tempo è perso. Adesso che inspiegabilmente ti voglio ancora, continuo a perderti consapevolmente.

Risparmio,inquinamento e ricordi

“Caro amico mio, era da un pò che non ci scrivevamo. So che hai avuto una scossa di recente, ma conoscendoti sono spinto a pensare che hai lasciato di proposito una finestra aperta. Gli spifferi fanno ammalare, e tenere accesi riscaldamenti nello stesso momento fa sprecare soldi ed è inutile. Perché tieni sempre accesa quella luce, la stessa luce, anche se è giorno e non ne hai bisogno? Continui a tenere acceso il motore della macchina anche quando sei fermo perché <vuoi essere pronto ad ogni svolta improvvisa>. Lasci il computer, e non solo, in stand-by perché credi sia più facile che premere off. E continui a lavare più volte al giorno gli stessi panni che vedi sempre sporchi, mettendo la massima potenza, quando potresti buttarli e comprarne di nuovi. Non lasciare che le acque reflue dei tuoi ricordi si gettino nell’oceano inesplorato del tuo futuro senza aver installato un depuratore nel tuo cuore e nella tua mente.”

Coincidenze parallele

Now you’re just somebody that I used to know, ho dovuto cambiare la canzone del player.

Quando chiudi una porta, prima che si apra qualsiasi altro accesso, bisogna fare dei passi e nello spostarti ti imbatti in un vortice coincidenze che ti trascina verso il vecchio indirizzo che stai abbandonando, ma tu copri la faccia col tuo cappotto, metti occhiali da sole e cuffie per non farti coinvolgere. Svegliarti la mattina con profumo di croissant, da una parte ti fa saltare di gioia dall’altro ti ricorda. Eccoti al pc armato delle migliori intenzioni, e così trovi che una posizione lavorativa interessante è nella sua città. Passi avanti. Poco dopo eccone un’altra ma, no non è possibile, l’indirizzo del quartier generale è il suo stesso cognome. Forse sono allucinazioni. Spegni il pc, accendi la radio. Ecco, la canzone che cantavate assieme. Dannazione. Dici tra te e te “C’est la vie”, ma è la sua lingua. Coincidenze, perchè siete coincisi per un lungo lasso di tempo senza toccarvi mai. Rette parallele che coincidono. Per oggi meglio abbandonarsi a questo.

 

Ma che cavolo (sogni e regia)

“Ci pensi chissà quanto. Qualcuno dice che il modo migliore per realizzare i sogni è svegliarsi. Alcuni sogni sono così straordinari che, quando ti capitano in modo inaspettato, non sai come fare. Svanito l’attimo, ti viene da dire “ma che cavolo!”. Essere colti impreparati da una cosa che si era immaginata milioni di volte può essere anche grandioso. Ma capita che si è talmente impreparati e si è così tanto abituati a sognare e farsi film, che anche in quel momento si perseveri nell’essere registi della propria mente. Ecco che allora quell’attimo lo continui a vivere nella tua mente anche se è reale. Sei sveglio, è davanti a te. Ma, conscio o meno, resti nel sogno mentale con gli occhi aperti. Impreparato. Quello che voglio dirti, amico mio, è che non si può essere mai veramente preparati per i sogni. Ma, se qualcosa può cambiare, allora spara al cameraman, licenziati dallo staff del film e smettila anche di essere attore o spettatore. Esci da quel cavolo di cinema e vivi. ”

La canzone nel player laterale è cambiata, adeguata per leggere questo post.

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