Croste mentali

Era da un po’ che avevi spaccato la porta del mio quieto vivere e avevi tirato due schiaffi al mio comodo torpore. E qualche mese dopo mi hai spinto, facendomi di nuovo cadere dalla scala a chioccola delle mie ossessioni romantiche e struggenti. Mi sono fatto male, ero pieno di graffi e sbucciature. E son venute le croste. Non volevo realmente dimenticarti e così, mentre continuavo a medicarmi con disinfettanti di -ormai è passato-, quando nessuno guardava e non mi guardavo nemmeno io, mi grattavo. E un pò di sangue ogni tanto ritornava, e le cicatrici mi sono rimaste. Sei ritornata e ho fatto finta che nulla fosse successo. Non so se hai notato i miei segni che ho sempre sperato fossero momentaneamente indelebili, ma sei riuscita a ferirmi di nuovo negli stessi punti. E se sono ancora qui a scrivere di te è perché con le dita di una mano compongo e con quelle dell’altra continuo a impedire alla mia pelle di rigenerarsi e dimenticarti.

Playlist aggiornata, come sempre 😉

Edmund e i frammenti perduti di Jeanne (I)

Era finito il tirocinio per molti suoi amici, ma Edmund sarebbe rimasto ancora lì. Sentiva i suoi passi svuotarsi di quel terreno fatto di routine. Non era ancora riuscito a dimenticare colei a cui aveva destinato tante lettere strappate. Andò a salutare Marta, coinquilina di Jeanne. Stava preparando i bagagli e lo fece accomodare nella stanza a fianco, proprio di Jeanne. Seduto sul letto si interrogava se la camera conservasse qualche sospiro per tutti i baci mancati e le frasi senza un punto. Notò che il cestino non era vuoto e, controllando che Marta non ritornasse, diede un’occhiata a quel miscuglio di cartacce come se stesse aprendo uno scrigno. Per lui non era una spazzatura qualsiasi. C’erano tante carte strappate e, su un pezzetto, lesse un nome. Il suo. Aprì lo zaino pieno di cultura e lo riempì di curiosità e battiti accelerati di cuore. Non poteva ricostruire il suo cuore spezzato, ma poteva ricomporre quello di carta di Jeanne.

Edmund e Jeanne sono i personaggi della serie di lettere di Edmund. Per rinfrescarvi la memoria, o conoscerli, date uno sguardo, in ordine come disposte di seguito:
Prima lettera
Seconda lettera
Terza lettera
La lettera di Edmund

Corri amore

L’altro giorno eravamo uno accanto all’altra e, come è spesso accaduto, siamo arrivati al punto dove si è parlato per ore e si crea un certo silenzio. Ci sono diversi tipi di silenzio, e quello l’ho riconosciuto come “silenzio prima del bacio” o “silenzio del dài sto bacio (caratterizzato da una paralisi e un deglutire continuo, sudorazione incontrollata del cuoio capelluto e semi-controllata del resto del corpo)”. Ho deciso di interrompere il primo tipo, ma ti sei alzata di scatto. Stavo per inalberarmi per quel coraggio sfumato, ma mi hai detto  <Se mi ami, prendimi>. E ti sei messa a correre. Da tempo ti rincorrevo nella mia mente. Dimenticando l’asma, ho cominciato a correre. Dato che ti alleni con la Nazionale, ho pensato fosse per non ricevere quel bacio e stare con me.Non so se vi è capitato di avere un sottofondo mentre facevate qualcosa, ma nella mia testa è partita questa canzone: (come è finita la corsa? Mi ha ricambiato al primo incrocio)

Postumi

“Ero un pò brillo, disteso sul letto ad assorbire i postumi di una quasi sbornia e la rabbia per un tuo rifiuto. Il che mi ha fatto pensare a come sono arrivato a quel punto. Mi sono innamorato di te, senza pensarci. Ho avuto così tanta paura di perderti se mi fossi dichiarato, che mi sono convinto che rimanere amici sarebbe stata la soluzione. Ho finito per innamorarmi della nostra amicizia. Un amore destinato a esplodere. E così accadde. Forse dovevo restare solo, appoggiato al cuscino a guardare un tetto senza stelle per me. Invece mi hai seguito. E stavolta, sempre per non perderti, ho accettato di cominciare a dimenticarti con il tuo corpo accanto al mio, distesi su un letto a fissare il nostro tetto senza stelle. Non so se pure tu hai avuto la paura o la consapevolezza che ci stavamo perdendo per sempre stavolta, ma mi piace pensare che avresti voluto tenermi per mano mentre eravamo così incredibilmente vicini l’uno all’altra da respirarci l’anima.”

E finalmente sono riuscito a inserire come sottofondo una canzone della mia band preferita!

Rispondersi

“Io sono la risposta che cerchi. Ti sento mentre fai domande al tuo conscio e inconscio, mentre cerchi di fare una selezione tra gli uomini che conosci. Io, sono io quello che dovresti giocare tra le tue carte. Sono qui, davanti a te, ma continui a guardare altrove. Lo so che io sono quello giusto, ti ho sentita elencare le qualità che un uomo deve avere, ciò che ti piace fare e i sogni che non riveli ad alta voce. Io ci sono, ci sarei sempre. Ti vorrei mandare a quel paese, ma lo farei solo se prima ci andassi io in modo da poter rendere anche quello un posto migliore per te. Non lo sai, io lo so, tu non vedi, io intanto dipingo tutto quanto con colori presi da mie tele ormai consunte. Continui a sfogliare margherite in cui io non compaio. Nella mia si alternano il tuo nome e cognome. Ho pensato così tanto alla tua felicità che ho completamente dimenticato che tu non mi rendi felice. E ammetto che è più facile pensare a me come tua risposta piuttosto che rispondermi che tu non sei la mia.”

La canzone di accompagnamento è cambiata, credo si adatti bene.

Tavolo a fianco

“Ricordo quella sera al pub. E’ come se stessi scrivendo queste righe mentre sono al tavolo a fianco e vi osservo. E mi osservo. Ti osservo. Ci osservo. Riesco a vedere i paraocchi giganteschi e una parete di ovatta attorno al mio cuore. Vedo la luce spenta dei tuoi occhi, i gesti meccanici delle tue dita e un’intesa svanita. E lo vedo dal tavolo a fianco. Fai il suo nome, forse a caso ma forse no, mentre mi parli della tua vita, che avevi già separato dalla mia senza che io me ne accorgessi. E noto che la parete ha un sussulto e il paraocchi si assottiglia. Io, che conosco il futuro dal mio tavolo a fianco, vorrei fermare quel principio di menzogna. Tu menti a me come io mento a me stesso. La verità è nell’aria, ma è chiara solo dal tavolo a fianco. Mi passo vicino e ho la tentazione di fermarmi. Ma in questo tavolo a fianco della mia vita, che ogni tanto ripercorro, posso solo essere spettatore, ordinare una birra ed emozionarmi ancora come se la vivessi per la prima volta.”

(una nuova canzone in cima alla playlist è stata aggiunta, buon ascolto!)

Congiuntivi(ti)

Il tempo è un’invenzione di persone incapaci di amare (Anonimo)

“Era mia abitudine parlare per ipotesi, per incertezze. I miei “forse” erano fatti di cemento armato, pilastri su cui costruire castelli di “magari” e “chissà”. Ho mascherato i miei dubbi con un falso ottimismo che nascondeva una grandissima fragilità. Mi sono ingannato da solo ogni volta che pensavo fosse quella giusta, così vicina a me come due nuvole viste da terra ma che hanno chilometri di distanza quando poi metti le ali e fluttui nella tua estasi. E così finivo per imperativizzare un emozione. Prospettive certe che in realtà erano costruite su gelatine di costrutti improbabili, mattoni imperfetti di condizionali e passati che tornavano. Così, ad ogni caduta, le mie labbra e la mia bocca asciutta venivano di nuovo colpite da congiuntiviti verbali. Ma poi, poi sei arrivata tu. E ogni congiuntivo con te è diventato presente che mi ha reso felice anche se non aveva futuro”

 

L’ultima sera (Salutarti)

“Doverti salutare l’ultima sera, dover riempire il vuoto tra i nostri occhi con dei puntini sospensivi mentre il mio cuore era pieno di malinconia e la mia mente di ricordi, è stato uno dei momenti più difficili. Stringere i pugni per essere più forte quando invece avrei voluto tenerti per mano. Essere insicuri sul fissare questo momento nella memoria perché potrebbe essere l’ultimo oppure lasciar spazio soltanto al passato. E guardo te, la tua porta, il campanello che sarà pieno di mie impronte digitali e di sussulti del mio cuore tutte le volte che aspettavo che mi aprissi. E le tue labbra che non hanno segni delle mie. La mia esitazione odora di adolescenza tardiva, le mani nelle tue tasche sembrano cercare le parole che non escono. Eccola: la difficoltà del non voler essere banali, la semplicità di intere giornate trascorse assieme che rischiano di essere inzuppate di cliché dell’ultim’ora di saluti. Chiudi gli occhi. Li chiudo anche io. E la mattina ti porta via con sé.”

Cuore estradato (Ridi)

Mi dissero che per farla innamorare dovevo farla ridere, ma ogni volta che ride mi innamoro io. (T. Ferraris)

A Ed sembrava difficile far ridere quando arrivò in terra straniera. Eppure, quella che riteneva una caratteristica difficilmente esportabile oltre la dogana della timidezza intercontinentale, divenne un suo punto di forza. E in mezzo alle battute di gruppo, la vide. E lei rise. E rise i giorni dopo. E le settimane e i mesi. Ed non si stancava mai di vedere le fossette ai lati della guancia che furtivamente facevano capolino al suo sorriso. Il cuore di Ed aveva preso il volo senza passaporto. Ma le regole dei sorrisi possono aver significati diversi. Al suo cuore espatriato e galeotto in terre sconosciute, venne negato il permesso di soggiorno. L’ambasciata delle sue illusioni aveva definitivamente chiuso. Il sorriso innamorato che voleva ricevere, lo aveva invece regalato. Al prezzo di un volo non di sola andata.

Comunque vada

Comunque vada, sarà un successo. Questo si diceva Ian mentre i suoi occhi seguivano quella traiettoria invisibile che muove le pupille attirate dagli oggetti in movimento fuori dal finestrino di un treno. Era partito con uno zaino da campeggio che stonava con le sue abitudini da turista non eccessivamente low cost. Non ci aveva pensato due volte ad andare, perché ogni lasciata è persa. Comunque vada, sarà un successo. Perché, in superficie, se la bacia o meno, è uguale. Ma, in fondo, non é così. Attraversava regioni a lui sconosciute, su treni impregnati di dialetti impronunciabili. E i suoi occhi continuano a seguire scenari romantici. Comunque vada, sarà un successo. Ed eccola lì, fuori dal finestrino, mentre il treno rallenta. Gli occhi forse sono rimasti ancora sul treno a immaginare pianeti inesistenti.Ma il cuore è lì. “Sono davvero felice che tu sia venuto”. Che il cuore di lei dica sì o no alla fine di tutto,non importa. Comunque vada, sarebbe successo

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