Beata ignoranza – Wiki

Che poi io a questa manifestazione nemmeno volevo andarci. Però ci andava lei, come potevo rifiutare. Cioè, lei nemmeno sapeva che io ci andavo. Mi ero informato sull’argomento, avevo letto qualche articolo e Wikipedia alla meno peggio. Avevo messo nello zaino delle combinazioni di accessori che potessero andare bene e li avrei indossati una volta al punto d’incontro, per abbinarli a lei. Lei era diventata come quei dolori acuti che durano più di quanto pensi dovrebbero: non ricordi com’è la vita prima che fossero comparsi. E non ricordavo come stavo prima di incontrarla. Ma lei non volevo che sparisse. Dicevano che ero esagerato, una cotta da studenti. Ma io ero uno studente, e reclamavo questo diritto. Ci fosse stata una manifestazione, sarei andato. Più consapevole di oggi. Eccola in mezzo al caos. Mi metto il berretto verde con la stella. “Ciao” “Chi diavolo sei? Ah ma hai il cappello, sei dei nostri! Stammi vicino!”. Beata ignoranza.

Playlist aggiornata, buon ascolto 😉 è proprio qui sulla destra eh!

Legno massiccio – toc toc

Sono dieci anni che non ci vediamo. Dopo tutto questo tempo eccomi al tuo portone. Devo bussare. Un tocco deciso, da uomo con uno status. Senza rimorsi per come è finita. O un tocco delicato, come quando sfioravo i tuoi capelli. Forse penserai che sono emozionato. Penseresti bene. Ma non voglio che tu lo sappia. Una cosa a metà, posso riuscirci. Quante volte bussare? Una volta, ma se poi non sentissi? Due volte potresti pensare che sono impaziente. E penseresti bene. Ma non voglio che tu lo sappia. Una e mezza, posso farcela. Che distanza dal portone? Troppo vicino è da stalker, troppo lontano è formale. Guardo le scarpe e calcolo una distanza media tra loro e la maniglia. Alzo la testa e trovo il portone aperto. Hai già visto tutto dall’occhiello della porta. Stai sorridendo. Vorrei chiederti come sapevi che ero lì ma mi prendi la mano, che di certo preferisce la tua pelle al legno massiccio, e lascio scivolare le mie paranoie sullo zerbino beige del tuo ingresso.

Playlist aggiornata. Buon ascolto! ora ce l’avete proprio qua di fianco 😉

Hai presente? – Segnalibro

Hai presente quando ti ho vista aspettare l’autobus su quel muretto e sono inciampato per l’emozione? Hai presente quando hai alzato lo sguardo dal tuo libro, hai perso il segnalibro, e sei venuta ad aiutarmi? Hai presente quando mi hai chiesto se stavo bene e io ho visto che anche tu eri arrossita? Hai presente quando mi sono sollevato in piedi dolorante – ma tu questo non lo sai – e ho detto che era tutto a posto? Hai presente quando il mondo si è fermato ma l’autobus ci è passato davanti? Hai presente quando ce ne siamo accorti ma non abbiamo avuto il coraggio di dire niente perché era bello e basta? Hai presente quando, in silenzio, ci siamo seduti su quel muretto? Hai presente quando hai riaperto il libro dall’inizio, incurante del fatto che prima che mi incontrassi fossi già a più di metà? Hai presente quando sono passati altri autobus e noi siamo ancora qui? Spero tu abbia presente tutto questo, perché io vorrei che avesse un futuro.

Tratto da una storia forse immaginaria, ma di un muretto certamente vero.
Playlist aggiornata, buon ascolto 😉

Insostituibile

La tua paura del buio mi faceva tenerezza. Il tenerti sotto il mio braccio nel letto, mentre io ti baciavo la fronte, mi faceva sentire una lampadina. E mi sentivo insostituibile. Quando mi chiamavi dalla cucina per pulire il filtro del lavandino perché ti faceva impressione toccare la sporcizia rimasta incastrata, mi faceva tenerezza. Mi sentivo resistente ai batteri. Ed insostituibile. All’uscita della spesa non riuscivi a portare due casse d’acqua, ma non volevi dare tutto il peso a me. Allora, pur facendoci male, tenevamo per la stessa corda di plastica le sei bottiglie. Le tenevo solo io in realtà, e mi facevi tenerezza. E tu mi sorridevi. Mi sentivo forte. Ed insostituibile. Ora mi chiedo se lui ha più watt di me quando ti protegge dalla notte. Se ha un sistema immunitario più potente del mio quando pulisce il filtro dopo i pasti. Se porta le casse dell’acqua da solo mentre tu lo guardi. Se tu sorridi. Non c’è più tenerezza. E non sono insostituibile.

Playlist aggiornata con due minuti che vale la pena ascoltare 😉

Fede e (co)scienza – Dichiarazione

Secondo la scienza il mio naso, quello di tutti, riesce a ricordare circa 50000 profumi diversi. Posso dirti che il tuo è l’unico che in quell’immensità riconosco anche da raffreddatto. L’occhio umano può distinguere circa 10 milioni di colori differenti. Sai bene che sono scarso nel riconoscere un turchese da un azzurrino, ma so perfettamente ogni minima sfumatura racchiusa nella tua iride. Il 10% delle nostre giornate lo spendiamo sbattendo le palpebre. Starei con gli occhi aperti e li farei lacrimare piuttosto che perdere quella percentuale di tempo in cui potrei guardarti mentre stai sognando. Dice la scienza che il battito del cuore si allinea a ritmo della musica che ascolti. Neanche un concerto rock riuscirebbe a modificare l’equilibrio che ormai ho raggiunto con le tue pulsazioni. Circa il 65% del corpo umano è composto da acqua. Quel 35% che posso dedicare a te mi sembra poco, ma posso sudare un po’ di più per aumentarlo. Abbi fede nella mia coscienza.

Playlist aggiornata, canzone dei primi anni ’90! 😉

Messaggio in segreteria

Da quando si era trasferita in un’altra città, il nostro quotidiano era il telefono. O, se non ci sentivamo, i messaggi in segreteria. Una volta ne registrò uno dove semplicemente diceva “Ti amo”. Di solito li cancellavo subito dopo, altrimenti si sarebbe riempita la cassetta. Ma, il giorno dopo quel messaggio, mi lasciò. Così, ad ogni mio rientro dal lavoro, lo riascoltavo: le mie orecchie erano un cimitero di suoni del passato. Ne ero diventato dipendente. La cassetta si riempiva di messaggi, ma io tornavo indietro sempre a quello. Del presente o del futuro, non me ne fregava più niente. Un giorno la ritrovai al portone di casa. Ero sorpreso. Mi supplicò di tornare con lei, che mi aveva lasciato tanti messaggi e io non avevo risposto. Ma io non li avevo sentiti. E non la stavo ascoltando. Mentre parlava, aprii la porta e la chiusi fuori. Mi versai del whiskey e ascoltai di nuovo quelle due parole. Perché del presente o del futuro, non me ne fregava più niente.

Playlist aggiornata 😉

Braccia forzatamente conserte

Guardo le punte delle mie scarpe nere. Non posso toccarle, posso fare solo alcuni movimenti poco pratici. Non posso toccare niente. Un tempo potevo. Potevo toccare anche te. Potevo dirti tutto. E ti dicevo di tutto. Un giorno mi hai detto che era finita, che era per me. Perché ero troppo. Ero eccessivo. Sono con le braccia conserte perché secondo te ho insitito troppo. Maniche più lunghe delle mie braccia, braccia conserte. Vedo le teste delle persone da un vetro sulla porta, e prima di vederle le immagino dai passi. Per te era troppo. Da manicomio. E li hai chiamati. Io volevo darti me stesso, ma quando non ti sei fermata allora ho dovuto farlo io. Quando mi hanno visto sorridere hanno creduto che fossi pazzo, ma io ero sereno. Non hanno capito che così non ti saresti potuta dare a un altro e nessun altro poteva essere minimamente vicino a ciò che ero io. Ho le braccia forzatamente conserte, ma il cuore e la mente sono libere. Forse più di prima.

Playlist aggiornata 😉 Buon ascolto

Monetina

Mi piaceva suonare e cantare da solo. In compagnia soltanto una volta con l’ex coinquilina, ora trasferitasi. Consapevole della mia tonalità e velocità, rifiutavo quelle degli altri. Un giorno sentii una voce dal piano di sopra canticchiare sui miei accordi. Che fastidio. Ma mi abituai. O forse avevo modellato le mie dita alla sua voce. Quando sentivo i suoi passi, cominciavo a suonare. Se batteva un colpetto sapevo che non le piaceva o non la conosceva. E inserivo monetine di speranza in questo jukebox mentale fino a quando non la risentivo. Quando sbagliavo sapevo che sorrideva, pur essendo al piano di sopra. E quando lei sbagliava le accarezzavo il volto, pur essendo al piano di sotto. Accadde che il padrone di casa mi comunicò che la camera accanto era stata affittata. Speravo fosse qualcuno muto. Il giorno del trasloco mi rinchiusi e iniziai a suonare, porgendo l’orecchio al tetto. Niente. Panico. Ma, ad un tratto, ecco dalla stanza a fianco un colpetto. Monetina.

Playlist aggiornata! Un bel duetto ci stava – per i curiosi la suono/canto davvero (non qui ovviamente) 😉

Godot

In questa terra di mezzo, surreale e senza tempo, ci siamo incontrati. Ci siamo guardati. Abbiamo parlato del più e del meno, lui diceva quanto fossi cambiato. Di quanta barba avessi in più e io invece di quanto bambino sembrava lui. Di quanta strada doveva fare per arrivare dove ora ero io. Ci siamo ritrovati qui, nessuno dei due se lo immaginava. Stavamo aspettando lei, chi per una ragione chi per un’altra. Uno per delle scuse, l’altro per delle motivazioni. Che poi comunque erano scuse. Entrambi straconvinti di non aver bisogno di lei, che questa era una formalità. Ci guardavamo e occupavamo il tempo parlando del niente. Sapevamo che non sarebbe venuta. In questo specchio temporale, pensavo a quanto fossi cambiato ma su di lei ero rimasto come allora. E sentivo la sua angoscia nel guardarmi e vedere che nulla era cambiato dopo anni. “Beh, finiamola qui” “Sono d’accordo,basta così” [La amano ancora]

Conclusione liberamente ispirata ad “Aspettando Godot” di Samuel Beckett. Dateci un occhio 😉

Playlist aggiornata! 🙂

Non ancora, ti prego.

Guardo la finestra alla mia sinistra, il cielo è chiaro. Muovo le mie pupille, almeno questo stretching me lo concedo. Potrei sollevare montagne coi miei occhi dopo due anni di allenamento continuo. E’ questa la mia libertà. Quanto mi prude il polpaccio. Ma nessuno mi sente. Le carezze di mia madre che pettina il volto un tempo pieno di imitazioni. Ma lei, non viene a trovarmi da tanto. Due anni che mi prude il cuore, che vorrei dirle tante cose, ma mi è stato impedito quella notte dopo averla accompagnata. La velocità del mio cuore, quella dell’auto. Guardavo la porta alla mia destra. Mi dava forza e speranza. Mamma lo sa, oggi sto guardando solo a sinistra. Forse ha capito che mi sono arreso. Il rumore della macchina è il mio iPod in repeat. Una carota. Un vegetale. Che battuta. Ma nessuno mi sente. Arrivano tanti amici oggi. Spegneranno l’iPod. Eccoci. Un momento, per favore. Ma è lei alla porta? E’ lei. Un attimo, un attimo solo, devo parlarle. Non ancora, ti prego. Piatto.

Playlist aggiornata 😉 Buon ascolto

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