Prima chiamata

Non c’era mica Whatsapp, non potevi nasconderti con messaggi vocali o social media. Dovevi telefonare. Certo c’era il cellulare, non parliamo di epoche preistoriche. Ma, ecco, le dovevo telefonare. Essendo senza credito, dovevo chiamarla a casa dal fisso (altrimenti pagavo di più). Era la prima telefonata, dopo esserci mandati email. Che tempi. Mi ero allenato sul tono di voce: avevo paura che, con la gola secca, mi sarebbe venuto fuori un tono troppo squillante da scolaretta emozionata. Insomma mi sono esercitato un po’. Avevo un foglio vicino al telefono con schema in base a chi avrebbe risposto: madre (-> suscitare istinto protettivo), padre(-> mio istinto di sopravvivenza), fratelli/sorelle (-> simpatia), nonni (->gridare per farsi sentire). Ovviamente rispose lei, e io buttai giù il telefono perché nel mio schema non era previsto. Così, quando ripenso alla nostra prima telefonata, ricordo solo il suo “pronto” e il mio non esserlo per niente.

Playlist aggiornata! Buon ascolto 😉

La sera in cui

Mi manca la sera in cui non ho concluso niente. Eri li davanti a me che mi chiedevi cosa volevo, io volevo chiederti cosa volevi tu e nessuno dei due sapeva cosa voleva l’altro e forse nemmeno sapevamo cosa volevamo da noi stessi. Mi manca la sera in cui non ho concluso niente. E anche se tornassi indietro nel tempo e sapessi già che la prima volta non avevo concluso niente so che andrebbe nello stesso modo. Perché, in fondo, sono sempre la stessa persona che si lascia guardare senza rispondere e guarda te per avere risposte. Perché, come ora, anche ai tempi sapevo cosa volevo. E non ho comunque concluso niente. E perché, nonostante tutto, sorrido sempre ripensando alla sera in cui non ho concluso niente. Come sto sorridendo ora che te lo sto raccontando. E stai sorridendo anche tu mentre mi guardi, ma senza farmi domande stavolta. Chissà se mi mancherà anche questa sera in cui non so se concluderò qualcosa. Forse sì.

Playlist aggiornata 😉

Volante

Sono qui al volante dell’auto parcheggiata. So come si accende, come si cambiano le marce. So che si sorpassa a sinistra e non si usa il clacson impropriamente. Che alle strisce pedonali bisogna fermarsi, so che si passa col verde e si sta fermi col rosso. Lei sapeva benissimo queste cose, anzi mi richiamava sempre quando cambiavo canzone all’autoradio o la fissavo per degli istanti che la sua ansia facevano sembrare minuti interi che potevano costare caro. E quel giorno in cui guidavo, quella frazione di secondo in cui mi sono testardamente voltato per farle un complimento, è costata una vita intera. E oggi non ho il coraggio di guardare lo specchietto, il lunotto, l’autoradio. I miei occhi non hanno tergicristalli. E non ho il coraggio di guardare il sedile vuoto accanto al mio, che era il mio vero punto di riferimento per andare avanti per chilometri. Scendo dall’auto, metto l’antifurto, e dimentico il codice della strada per ricordarmi soltanto di lei.

Playlist aggiornata 🙂

Tra orecchio e base del collo (Più di dodici)

La luce penetrava dalla finestra accarezzandole quel punto che io amo baciarle, tra orecchio e base del collo. E quel punto è solo mio: se qualcuno lo guarda anche di sfuggita io non ne sono felice. Ma quel raggio non mi faceva invidia e non disturbava i suoi occhi, decisi perciò di farlo entrare nel nostro mondo. Quella maglietta che le arrivava poco sotto le ginocchia, di un tessuto molto leggero, si appoggiava leggera sui suoi seni e i suoi fianchi, lasciando intravedere qualcosa tra cui l’ombelico sul quale poggiavo sempre il bottone rotto del mio giaccone quando aveva la pancia scoperta e io stavo uscendo. La guardavo dormire, con un respiro così sottile che le prime volte stavo sveglio tutta la notte perché pensavo fosse morta. E senza sapere nulla, sapevo che avrei voluto morire prima di lei eventualmente. Non sapevo cosa sarebbe successo in quella giornata, e nella mia vita da single degli anni A.L (Avanti Lei, così li definivo, così come D.L. per quelli dopo) mi svegliavo tardi e mi coricavo tardi perché ero convinto che potessero accadere meno casini nelle ore notturne. Ma ora mi sveglio prima, poco prima di lei, e mi prendo questi dieci secondi per capirla e capire me stesso. Poi, per errore o meno, sposta sempre la sua mano sul mio petto, apre gli occhi e mi chiede scusa e spera (falsamente) di non avermi svegliato. Ha la voce di chi è andata chissà dove nei suoi sogni, gli occhi di chi vorrebbe dormire sempre, e non vuole che la bacio perché “so di chiuso”. Mi fa impazzire d’amore questa cosa, e penso al sole che si fa più convinto e ti illumina bene, ti rende così bella e io non resisto più che ti dico che non me ne frega niente, ed è colpa tua che sei così e ti bacio con la mia bocca che non è granchè nemmeno lei. Ma te ne freghi pure tu. Allora sei perdonata per avermi falsamente svegliato, ti guardo spogliarti e guardarmi con la coda dell’occhio perché vuoi essere guardata ma vuoi anche coprirti lasciando quello spazio tra orecchio e base del collo, e lo fai con dolcezza. Allora mi prendo altri dieci secondi, ti guardo ancora e so che posso stare bene anche nelle ore diurne. E apro le persiane.

Sono più di dodici righe, ma oggi mi predo questa libertà sanvalentiniana 😉 Buon ascolto della playlist!

Sfaccettature

Quante sfaccettature di noi ci perdiamo. Forse la persona della nostra vita è quella che, con delicatezza, senza fiori accessori, senza piatti d’argento per servirceli, senza scopa e paletta per raccogliere o stracci per lavar via, è quella che ce le porge piano piano. Che ce le sussurra, che ce le ricorda, che un po’ ne ha timore a volte ma lo fa comunque. E noi ci sconvolgiamo. Perché ci sembra impossibile ricordare chi siamo senza essere investiti da un treno di emozioni, senza calci o pugni. E, invece, possono esserci delle mani delicate che ci porgono questi frammenti, a volte così taglienti, che ti vien voglia di dire “chi te lo ha fatto fare che ti tagli!”. O così fragili che nemmeno tu volevi venissero trovati. E in quel taglio c’è tutto l’amore. In quella fragilità ci siamo noi. E ora c’è la persona della nostra vita. Che non è un treno o un colpo di fulmine, ma una mano delicata che non ha paura di tagliarsi con i frammenti fragili delle tue sfaccettature.

Per chi avesse voglia, mi farebbe piacere una vostra recensione sul libro in Amazon. Anche poche parole, sincere, anche per stroncare se non vi è piaciuto! Potete trovare il link qui: Dodicirighe su Amazon

Playlist aggiornata con un omaggio al recentemente scomparso Black. Buon ascolto 😉

L’inizio

L’inizio di una cotta è quando, dopo ore a scriversi, tu saluti di fretta e non leggi come l’altro ti ha salutato fino al mattino dopo e sogni tutta la notte cosa cavolo ha potuto dirti, ti svegli prima del solito semmai sei riuscito a dormire veramente perché hai fissato lo schermo senza toccarlo per prova di forza, leggi e inizi la giornata sapendo come e con chi vorrai concluderla un’altra volta. L’inizio di una cotta è quando, sempre dopo esservi scritti per ore, la vedi in carne ed ossa e provi a nasconderti dietro un palo della luce, dietro al tuo amico più alto e lei ti guarda perché cerca di capire la tua paura. Poi appena va via le scrivi perché sai di aver fatto una figuraccia. Ma lei sorride mentre prova a decifrarti, e tu non lo sai perché ti sei nascosto. L’inizio di una cotta è provare ad essere migliori di ciò che siamo o provare a fregarcene quando invece cerchiamo solo di scorgere in quello sguardo dell’altro qualcosa che ci faccia capire che non siamo i soli in questa follia.

Playlist aggiornata, buon ascolto 😉

Come quando

Come quando stai guardando un film coi genitori, e senti che sta per arrivare: una scena un po’ spinta. E allora guardi altrove, fai domande di qualsiasi tipo ad alta voce, ti alzi e prendi un bicchiere d’acqua, ti viene lo stimolo di aprire l’elenco del telefono vicino a te. Come quando ascolti una canzone, sai che sta arrivando un pezzo in cui c’è una parolaccia e sei con persone che non conosci allora aspetti che magari le dicano loro e ti unisci al coro, perché vuoi essere educato. O nessuno le dice, si fa quel <mmhhmmm> di quando non sai cosa dice il cantante ma lo sapete tutti benissimo. Ecco, quella volta in cui avevamo smesso di parlare, avevo quel sentore e sono sicuro lo avessi anche tu. Il momento in cui “devi” baciarla. Ché sennò dovrai guardare altrove o cantare <mmhhmmm> per far passare quell’occasione persa. Ti guarda le labbra, stai per morire:  “sai mi sembra come quando sei coi genitori e c’è una scena spinta”, <mmhhmmm>.  E lei ti bacia.

Semaforo e codice

Quando il semaforo è arancione non mi muovo dal marciapiede per non rischiare di essere investito nel trovarmi in mezzo alla strada se diventa rosso. Ché magari correre o tornare indietro è fatale. E allora forse in amore capita la stessa cosa: passo solamente se è verde, ma un verde che so essere duraturo. Poi magari attraverso correndo comunque, ma mi sento sicuro. Se è arancione allora non inizio nemmeno, non voglio rischiare di essere fermato nel mezzo di tutto e sentirmi in pericolo di non poter andare avanti nè tornare indietro. Ma, a dire il vero, in amore, sono state più le volte che ho attraversato col rosso anche se era evidente che dovevo star fermo. Ma la soddisfazione di iniziare ad attraversare col rosso e veder scattare il verde quando meno te lo aspetti, è più di quella del correre con l’arancione. Tra codice della strada e codice dell’amore, ho sicuramente infranto più volte il secondo. Semmai un codice di questo tipo sia mai esistito.

Questa storia è stata scritta proprio mentre aspettavo di attraverare ad un semaforo e c’era in cuffia questa canzone di meno di un minuto 😉 Playlist aggiornata, buon ascolto!

Sigarette e libertà

Dove sarà la mia libertà? Sarà sufficiente vedere la tua mentre abbracci il mondo? Però, avrai forse i miei occhi. Non uscirei dicendo di andare a comprare le sigarette per paura di non voler più tornare a casa, come facevano una volta, o solo nei film. Però, quando lei sarà occupata ci sarai tu a farmi compagnia. Quante spese in più ci saranno, a quante rinunciare. Però, quando mi chiamerai per la prima volta, esploderò. Ho tutta la vita davanti e non voglio che tu ti metta in mezzo. Avere lei accanto permetteva comunque di camminare, ma non posso farcela anche con te. Però, avrai il mio cognome. Se soffrirai tu, soffrirà lei, se soffrirà lei soffrirò io, se soffrirò io, soffrirà lei e soffrirai tu. Però, quando sorriderai, avrai un po’ del suo sorriso che amo tanto. Squilla il telefono, mi chiamano che è ora. Esco, c’è il tabacchino. Passo davanti, mi fermo. Vado. Ed eccole tra le mie dita: sottili, leggere, le passo sulle mie labbra. E, le bacio. Ti bacio.

Questo pezzo mi è venuto in mente ascolando questa canzone aggiunta alla playlist (anche se l’immagine è la stessa, cliccando play ci sono le canzoni aggiornate di volta in volta). Non sembrava il mio genere, ma ha portato a qualcosa 🙂 Buon ascolto! Ve la metto anche qui sotto

Ne valeva la pena? (18righe)

Ne valeva la pena? Perché quando macino chilometri e chilometri anche solo per vederla alla stazione, per prendere un caffè o sapendo che deve prendere un volo e cerco una coincidenza per stare in aeroporto nello stesso momento, qualcuno lo può reputare fuori di testa. Chilometri per un caffè, per respirarla, per farla sentire importante, adducendo impegni immaginari o decisamente procrastinabili o annullabili. Ma lei no. Non è un impegno, non è procrastinabile. Figuriamoci annullabile, anche se ci hai pensato. Anche solo un caffè, che io non bevo. E agli amici racconti edulcorando, a mozziconi, per non farti insultare “Sai, con l’occasione che ero lì (a chilometri di distanza e altri continenti)…”E l’occasione della vita era lei. Racconti di incroci fortuiti cercati al dettaglio, quando vorresti nettamente dire “Sì, sono andato per lei”. E a chi capisce prima che tu possa parlare, viene subito il timore che tu lo abbia persino detto alla diretta interessata perché, oh, non si fa mica. E non lo hai detto, adducendo i motivi inesistenti di cui sopra. Quando invece le avresti voluto dire, prendendole la mano o forse no perché ti suda da morire: “Sì, sono venuto per te”. E vedere nei suoi occhi quell’attimo di panico, le labbra staccarsi dalla tazzina, uno starnuto per deviare il discorso, il suo respiro e, se sei fortunato, con una punta di coraggio e malizia chiederti se ne era valsa davvero la pena e tu, rimanendo nel tuo silenzio, l’avresti baciata con un sì.

Spero che aver scritto più delle usuali dodici righe ne sia valsa la pena, un modo per iniziare questo 2016. Playlist aggiornata 😉 buon ascolto!

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