E finalmente te lo dico

Ogni tanto mi arrabbio, così senza motivo, anzi no il motivo c’è: uno stupido contatto fisico, un sorriso che non è per me, una risata a una battuta che non è la mia. Mio, mia. Ma io non ti possiedo, non sei di nessuno. Eppure mi scaldo facilmente. Non darebbe fastidio anche a te se finalmente trovassi ciò che ti manca e lo vedessi attaccato, maldestramente, a un’altra parte? Sento che ci apparteniamo. Vorrei poter camminare, mano nella mano, e sapere che anche se le tue risate non sono per me, io posso averne più degli altri. Non te l’ho detto prima, non sapevo come dirtelo. Pietrificato da quei tuoi occhi e da queste sensazioni e questi pensieri strani. Sono terrorizzato da questi castelli di sabbia costruiti tra me e te, che possono essere spazzati via dal fraintendere un tuo gesto. Mi spaventi, mi attiri, mi completi, non c’è da rifletterci. E finalmente te lo dico: io ti voglio.
“A cosa stai pensando?” “Niente, solite cose”

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Ebeti fraterni – nuova dimensione

Eravamo cresciuti come fratelli, ci siamo persi negli anni universitari. Ci incontravamo in una dimensione parallela, ancora bambini che giochiamo a pallone o alla Playstation. Ma finalmente ti avrei rivisto dopo mesi. Mi dai appuntamento al bar vicino casa. Ti scorgo da lontano: sei sbarbato e dimagrito. Diverso dall’ultima volta, man mano che mi avvicino percepisco qualcosa: il tuo cuore che batte veloce. Sento odore di dopobarba. Non può essere il tuo, non lo hai mai usato. Mi sorridi e riconosco quel sorriso: è quello di chi ha una notizia che ti travolgerà. Ricorda il mio di qualche anno fa, che insultavi fraternamente come “da ebete”. Provo invidia ed emozione: la prima perché ho capito, la seconda perché ti voglio bene. Il tuo cuore accelera e il mio lo segue con fatica. L’invidia è troppo lenta. La nostalgia macchia il mio caffè, ma in un attimo me la bevo – Sì,lo so,sono io l’ebete stavolta. Si chiama Emma! – E così ha inizio una nuova dimensione.

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Fuso orario

“Sono stati tanti i pomeriggi che ho passato a studiare.E la passione per lo studio non è mai esistita.Il voler finire i compiti subito ce l’avevo sin da bambino, così potevo giocare . Poi è arrivata lei. Il mio obbligo di studiare almeno due ore diventò più pesante e la voglia di vederla riempiva ogni tappo mangiucchiato delle penne. Da piccolo, se i miei uscivano di casa, accendevo il pc e pregavo che non facesse troppo casino nel caso rientrassero inaspettatamente. Quando arrivò lei, e io ero teoricamente più grande, appena ero solo a casa spostavo le lancette degli orologi un’ora avanti perché al loro rientro potessi dire di aver studiato il tempo giusto. I miei non avevano orologi da polso e il cellulare non era la prima cosa che veniva in mente. Per almeno cinque anni ho vissuto sul fuso orario di Helsinki, di Instanbul, di Beirut. Ed era ancora più bello rivederla dopo essere stato così fantasticamente lontano, anche se solo per qualche ora.”

Canzone del player aggiornata 😉

Ma che cavolo (sogni e regia)

“Ci pensi chissà quanto. Qualcuno dice che il modo migliore per realizzare i sogni è svegliarsi. Alcuni sogni sono così straordinari che, quando ti capitano in modo inaspettato, non sai come fare. Svanito l’attimo, ti viene da dire “ma che cavolo!”. Essere colti impreparati da una cosa che si era immaginata milioni di volte può essere anche grandioso. Ma capita che si è talmente impreparati e si è così tanto abituati a sognare e farsi film, che anche in quel momento si perseveri nell’essere registi della propria mente. Ecco che allora quell’attimo lo continui a vivere nella tua mente anche se è reale. Sei sveglio, è davanti a te. Ma, conscio o meno, resti nel sogno mentale con gli occhi aperti. Impreparato. Quello che voglio dirti, amico mio, è che non si può essere mai veramente preparati per i sogni. Ma, se qualcosa può cambiare, allora spara al cameraman, licenziati dallo staff del film e smettila anche di essere attore o spettatore. Esci da quel cavolo di cinema e vivi. ”

La canzone nel player laterale è cambiata, adeguata per leggere questo post.

Molla(r)ci (Parte prima)

“Caro amico mio, su questo non posso essere obiettivo. E’ contrario ai diritti del mollato. Ho avuto tante esperienze e sono stato lasciato nei modi più disparati. Un filo comune è che “lo faccio anche per te”. Altro filo comune è che l’altro dice “ci siamo lasciati” invece è che lui/lei ha lasciato. Un dettaglio che conta, e la tua controparte lo sa più di te.Penso a chi, vedendoti in forma, si autocompiace per il favore. Quelle/i che  si son rimesse/i, proprio nella pausa da relazione che necessitavano, senza parole. “Non troverai nessuno/a come me”. Ma speriamo di no,così dura.  “Non sei più lo stesso”, tuonano le persone che stanno cambiando e cercano di appiopparlo all’altro. “Non sei tu, sono io”, ah si?  Ma c’è una cosa, amico mio, che mi preme dirti: non aver paura di non essere più amato. I confronti son normali, ma ricorda sempre che non si può essere amati allo stesso modo. Non incartarti troppo col passato: scarta il presente e gustati il futuro.” [continua…]

Caro amico del duemiladodicirighe

“Caro amico mio, quest’anno si sta concludendo. A me non piace fare bilanci, ma inesorabilmente – tra mezzanotte e mezzanotte e due minuti – la mia mente ricapitola un anno in un minuto e immagina quello nuovo nell’altro. In passato ero portato a dare un giudizio all’anno in base al numero dei momenti buoni, poi sono passato alla qualità. Recentemente ho scoperto un’altra via: l’intensità. L’ho misurata per la gioia, la tristezza e le rivincite. L’intensità dei battiti del cuore. Prima fermo e poi impazzito, lo sappiamo. Ma è stato un bell’anno amico mio. Per certe cose tutto rimane come non è mai stato.  Non ho suggerimenti specifici, amico mio.  Non so se di quello che abbiamo seminato raccoglieremo qualcosa adesso o se raccoglieremo qualcosa che non volevamo o non ci aspettavamo.Posso solo dartene uno generico per augurarti un buon 2013:                      il modo mgliore per predire il futuro è costruirselo (oltre che inventarselo)”

WordPress mi ha fatto un regalo riassuntivo, e io ve lo linko – rinnovando tanti auguri a tutti voi di buona costruzione:https://dodicirighe.wordpress.com/2012/annual-report/

Cliché

Caro amico mio, sapevo che mi avresti scritto ancora sull’amore. Pensavo fossi stato chiaro, ma so che è un argomento ricorrente nella vita e non si può sfuggire. Sarò duro. Mi chiedi sui cliché dell’amore. Ci sono. Le cavolate sull’essere diverso, sul non andare nello stesso modo di altri. Convincersene è un reato. Non è il buono a vincere, non è vero che i soldi non contano, che la bellezza interiore conquista e quella esteriore può non esserci. Non è vero che non faresti tutto per qualcuno che ami, o che quando sei stato mollato non hai riprovato almeno una volta a rimettertici assieme. Non è vero che quando ci si molla lo si fa per essere liberi totalmente, ma per riempirsi di qualcun altro. Se si fa qualcosa “per noi”, lo si fa per sè perchè è inclusa nel noi. Non è vero che esistiamo solo noi per la nostra metà, ma ce ne sono altre in giro, probabilmente più compatibili ma non individuate.  L’amore è per sempre, ma non sempre per la stessa persona.

Taxi driver

Joshua aveva un motto <Conosci te stesso attraverso il mondo>. Viaggiava. Mai relazioni. Ma Joshua si era innamorato. Di una tassista. Quella che, dopo la prima volta casuale, aveva cercato sempre di beccare all’aeroporto quando rientrava alla base. Natasha non si truccava per il lavoro. Ma, dopo quella prima volta casuale, cambiò. E lui la guardava nello specchietto, e con una smorfia giudicava i cambiamenti del make-up. Lei lo notava, e sorrideva, prendendo nota mentalmente. Erano appuntamenti riflessi in 15cm di vetro, che per loro aveva la stessa atmosfera del lume di candela. Non si erano mai guardati direttamente. E Natasha aveva questa strana fantasia: che un giorno le chiedesse di scegliere un posto dove conoscersi davvero.  Quel giorno arrivò: “Buongiorno, allora… la porto a casa?” Lui sorrise nello specchietto: “Mostrami la tua casa. Non il posto in cui vivi, ma quello a cui appartieni*”. E lei, voltandosi, spense il tassametro e partì.

*citazione tradotta dall’originale inglese della canzone dei Toad the wet sprocket – Something to say

Follia

“Anche io, caro amico mio, ho avuto momenti di esitazione tra una cosa sensata e una follia. L’esitazione uccide l’azione molto spesso, e diventi un cuore sedentario, più che solitario. Ho avuto molte storie, ma in una o due ho fatto veramente delle pazzie. La mia definizione di pazzia per amore? Qualcosa che ho fatto senza pensarci. Senza pensare a come, senza pensare alle conseguenze, ma soltanto avendo in mente lei. Lo sai anche tu, il grande errore è farsi la domanda se vale la pena fare quella pazzia. Ancor prima di aver messo il punto interrogativo perde di significato, ed è un piano. La differenza tra una pazzia e un piano folle è che la prima è realizzabile, il secondo, beh non funziona perchè tu stesso non vuoi. Non significa abbandonare il cervello e seguire solo il cuore. Non devi seguire nessuno. Quante volte, seppur pentendoti, hai sorriso pensando a una follia? Quante volte hai sorriso pensando a quando non hai commesso una follia perchè assurda? “

Missing

“Caro amico mio, l’ultima volta che mi hai scritto mi parlavi di persone – una in particolare ma non la sola – che non si fanno sentire, che non sembrano interessate a un rapporto. Casualmente oggi leggevo sul giornale che ci sono migliaia di denunce di persone scomparse e soltanto una piccola percentuale è stata ritrovata.Mi sono chiesto: tra questi, quanti non vogliono essere ritrovati? Quanti non vogliono essere cercati? Ti chiederai dove voglio arrivare, o forse lo sai anche tu. Quante di queste persone che rincorri vogliono essere trovate? Quante addirittura non vogliono neanche essere cercate? Se sei disposto a usare molte energie col rischio di non trovare o di essere respinto, o peggio ancora di non trovare quello che cercavi, allora amico mio sei sulla giusta strada. Ci sono persone che si nascondono così bene solamente per capire se sei disposto a sforzarti. Ma fai attenzione a ciò che cerchi: potresti veramente trovarlo.”

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