Fede e (co)scienza – Dichiarazione

Secondo la scienza il mio naso, quello di tutti, riesce a ricordare circa 50000 profumi diversi. Posso dirti che il tuo è l’unico che in quell’immensità riconosco anche da raffreddatto. L’occhio umano può distinguere circa 10 milioni di colori differenti. Sai bene che sono scarso nel riconoscere un turchese da un azzurrino, ma so perfettamente ogni minima sfumatura racchiusa nella tua iride. Il 10% delle nostre giornate lo spendiamo sbattendo le palpebre. Starei con gli occhi aperti e li farei lacrimare piuttosto che perdere quella percentuale di tempo in cui potrei guardarti mentre stai sognando. Dice la scienza che il battito del cuore si allinea a ritmo della musica che ascolti. Neanche un concerto rock riuscirebbe a modificare l’equilibrio che ormai ho raggiunto con le tue pulsazioni. Circa il 65% del corpo umano è composto da acqua. Quel 35% che posso dedicare a te mi sembra poco, ma posso sudare un po’ di più per aumentarlo. Abbi fede nella mia coscienza.

Playlist aggiornata, canzone dei primi anni ’90! 😉

Messaggio in segreteria

Da quando si era trasferita in un’altra città, il nostro quotidiano era il telefono. O, se non ci sentivamo, i messaggi in segreteria. Una volta ne registrò uno dove semplicemente diceva “Ti amo”. Di solito li cancellavo subito dopo, altrimenti si sarebbe riempita la cassetta. Ma, il giorno dopo quel messaggio, mi lasciò. Così, ad ogni mio rientro dal lavoro, lo riascoltavo: le mie orecchie erano un cimitero di suoni del passato. Ne ero diventato dipendente. La cassetta si riempiva di messaggi, ma io tornavo indietro sempre a quello. Del presente o del futuro, non me ne fregava più niente. Un giorno la ritrovai al portone di casa. Ero sorpreso. Mi supplicò di tornare con lei, che mi aveva lasciato tanti messaggi e io non avevo risposto. Ma io non li avevo sentiti. E non la stavo ascoltando. Mentre parlava, aprii la porta e la chiusi fuori. Mi versai del whiskey e ascoltai di nuovo quelle due parole. Perché del presente o del futuro, non me ne fregava più niente.

Playlist aggiornata 😉

Braccia forzatamente conserte

Guardo le punte delle mie scarpe nere. Non posso toccarle, posso fare solo alcuni movimenti poco pratici. Non posso toccare niente. Un tempo potevo. Potevo toccare anche te. Potevo dirti tutto. E ti dicevo di tutto. Un giorno mi hai detto che era finita, che era per me. Perché ero troppo. Ero eccessivo. Sono con le braccia conserte perché secondo te ho insitito troppo. Maniche più lunghe delle mie braccia, braccia conserte. Vedo le teste delle persone da un vetro sulla porta, e prima di vederle le immagino dai passi. Per te era troppo. Da manicomio. E li hai chiamati. Io volevo darti me stesso, ma quando non ti sei fermata allora ho dovuto farlo io. Quando mi hanno visto sorridere hanno creduto che fossi pazzo, ma io ero sereno. Non hanno capito che così non ti saresti potuta dare a un altro e nessun altro poteva essere minimamente vicino a ciò che ero io. Ho le braccia forzatamente conserte, ma il cuore e la mente sono libere. Forse più di prima.

Playlist aggiornata 😉 Buon ascolto

Monetina

Mi piaceva suonare e cantare da solo. In compagnia soltanto una volta con l’ex coinquilina, ora trasferitasi. Consapevole della mia tonalità e velocità, rifiutavo quelle degli altri. Un giorno sentii una voce dal piano di sopra canticchiare sui miei accordi. Che fastidio. Ma mi abituai. O forse avevo modellato le mie dita alla sua voce. Quando sentivo i suoi passi, cominciavo a suonare. Se batteva un colpetto sapevo che non le piaceva o non la conosceva. E inserivo monetine di speranza in questo jukebox mentale fino a quando non la risentivo. Quando sbagliavo sapevo che sorrideva, pur essendo al piano di sopra. E quando lei sbagliava le accarezzavo il volto, pur essendo al piano di sotto. Accadde che il padrone di casa mi comunicò che la camera accanto era stata affittata. Speravo fosse qualcuno muto. Il giorno del trasloco mi rinchiusi e iniziai a suonare, porgendo l’orecchio al tetto. Niente. Panico. Ma, ad un tratto, ecco dalla stanza a fianco un colpetto. Monetina.

Playlist aggiornata! Un bel duetto ci stava – per i curiosi la suono/canto davvero (non qui ovviamente) 😉

Godot

In questa terra di mezzo, surreale e senza tempo, ci siamo incontrati. Ci siamo guardati. Abbiamo parlato del più e del meno, lui diceva quanto fossi cambiato. Di quanta barba avessi in più e io invece di quanto bambino sembrava lui. Di quanta strada doveva fare per arrivare dove ora ero io. Ci siamo ritrovati qui, nessuno dei due se lo immaginava. Stavamo aspettando lei, chi per una ragione chi per un’altra. Uno per delle scuse, l’altro per delle motivazioni. Che poi comunque erano scuse. Entrambi straconvinti di non aver bisogno di lei, che questa era una formalità. Ci guardavamo e occupavamo il tempo parlando del niente. Sapevamo che non sarebbe venuta. In questo specchio temporale, pensavo a quanto fossi cambiato ma su di lei ero rimasto come allora. E sentivo la sua angoscia nel guardarmi e vedere che nulla era cambiato dopo anni. “Beh, finiamola qui” “Sono d’accordo,basta così” [La amano ancora]

Conclusione liberamente ispirata ad “Aspettando Godot” di Samuel Beckett. Dateci un occhio 😉

Playlist aggiornata! 🙂

Non ancora, ti prego.

Guardo la finestra alla mia sinistra, il cielo è chiaro. Muovo le mie pupille, almeno questo stretching me lo concedo. Potrei sollevare montagne coi miei occhi dopo due anni di allenamento continuo. E’ questa la mia libertà. Quanto mi prude il polpaccio. Ma nessuno mi sente. Le carezze di mia madre che pettina il volto un tempo pieno di imitazioni. Ma lei, non viene a trovarmi da tanto. Due anni che mi prude il cuore, che vorrei dirle tante cose, ma mi è stato impedito quella notte dopo averla accompagnata. La velocità del mio cuore, quella dell’auto. Guardavo la porta alla mia destra. Mi dava forza e speranza. Mamma lo sa, oggi sto guardando solo a sinistra. Forse ha capito che mi sono arreso. Il rumore della macchina è il mio iPod in repeat. Una carota. Un vegetale. Che battuta. Ma nessuno mi sente. Arrivano tanti amici oggi. Spegneranno l’iPod. Eccoci. Un momento, per favore. Ma è lei alla porta? E’ lei. Un attimo, un attimo solo, devo parlarle. Non ancora, ti prego. Piatto.

Playlist aggiornata 😉 Buon ascolto

Un po’ di tutto.

Tolti gli occhiali da sole, alzato il collo e volto lo sguardo verso l’universo circostante, aveva sempre il timore di cercare lei nei volti delle altre. Nei modi delle altre. Nella vita delle altre. E aveva addirittura paura di rimanere incastrato nel paragone infinito con lei. Si era messo assieme ad una ragazza, una tra le tante, e aveva iniziato a conviverci. A dividere i suoi 60 minuti, 24 ore e 365 giorni. Aveva fatto entrare la vita di una delle altre nella sua. Così completamente diversa da lei. Lei amava il mare, l’altra la montagna. Lui un po’ di tutto. Lei amava cucinare a casa, l’altra andare al ristorante. Lui un po’ di tutto. Lei amava ascoltare musica classica, l’altra musica pop. Lui un po’ di tutto. Lei amava viaggiare, l’altra amava fare passeggiate in città. Lui un po’ di tutto. Lei amava il the, l’altra il caffè. Lui un po’ di tutto. Lei aveva amato lui, l’altra ama lui. Lui, un po’ di tutto. O forse tutto. Di lei.

Playlist aggiornata 😉 Buon ascolto – ha ripreso a funzionare!

Cotta

Quando ho iniziato ad avere una cotta per te, non me ne sono reso conto. I miei impulsi hanno una lentezza incredibile nel passare dalla parte irrazionale del mio cervello agli altri organi per agire, restando parcheggiati in un limbo di felicità e leggerezza che si trova da qualche parte nella mia corteccia. Mentre continuavo ad avere una cotta per te, non ho proprio pensato di chiederti qualcosa di più. Mi bastava averti vicino, e cuocere lentamente nel mio brodo di falsa sufficienza emotiva. Una cottura che pensavo fosse indolore. Questa cotta che ho fomentato ogni volta che mi lanciavi uno sguardo o semplicemente respiravi, anche se continuavo a dirmi che non era niente. Non so se sei stata tu la vera fiamma o se è stata un’autocombustione mentale. Tra impulsi rallentati, brodi primordiali di amore e sentimenti confusi, mi sono lasciato bruciare lasciando il fumo di un amore consumato esternamente ma immacolato nel profondo.

Playlist aggiornata 😉 Per problemi tecnici non la aggiorna lateralmente la trovate qui: https://www.youtube.com/watch?v=4EbTH9na-Pw&list=PLwmGgzpk3LR7CGi0BEjMQTWLbk3AMRAkp

Video presentazione 7 Febbraio al “Mangiaparole”

Cari tutti,
so che ne avete abbastanza di video dove sono protagonista – infatti è uno strumento che non credo di proporre in futuro a meno di utilizzo puramente letterario o necessità. Penso contrasti un po’ con l’essenza di questo blog, ma data la presenza del libro correlato, ho fatto delle “forzature” che son rimaste interne essendo quelle pagine fondate sulle basi di questo blog.

Ecco dunque che, per l’ennesima volta, ho deciso di fare un’eccezione e rendervi partecipi della prima presentazione del libro “Dodicirighe” che c’è stata il 7 Febbraio scorso al caffè letterario “Mangiaparole” a Roma.

Essendo stato il mio “battesimo del fuoco” nel mondo delle presentazioni, ed essendo voi lettori del blog i primi a sopportare i miei scritti, ho pensato che potesse essere un modo per rendervi partecipi di ciò che è stato. Perché, per tornare al concetto di prima, la condivisione è uno dei cardini di questo spazio.

Perdonate la qualità, ma in fondo sono le parole quello che conta 😉

Vi auguro buona visione e… siate buoni/e, in fondo era la prima vera uscita pubblica dal vivo/non virtuale 🙂
Il vostro Curi

Video

Lettera mentale per una partenza

“Era qualche mese fa quando l’amore si presentò alla mia porta. Un giorno come un altro. Con un vento, leggero sulle gote. Eri tu. Nell’istante in cui ti vidi, capii tutto: mi soffiavi i capelli dagli occhi con amore e mi sfioravi le mani. E non sapevo dirti di no. Non volevo dirti di no. Quando ad un tuo complimento facevo finta di niente, era il mio desiderio nascosto di sentirtelo ripetere. Ripenso a queste cose adesso che partirai. E io ho capito già tutto. Ti prego, lascia uno spazio dove sognarmi. E se ti sentirai solo, sappi che anche io mi sentirò così. E allora le nostre solitudini saranno il modo per essere vicini. Parti pure se vuoi, ti supporto. No, non voglio. Penso queste cose mentre saluti i nostri amici. E quando toccherà a me so già che non dirò nulla. Ma spalancherò i miei occhi lucidi e spero che riuscirai a guardarli nel profondo, abbastanza per capire anche tu tutte queste cose. Ma, aspetta. Mi sfiori la mano. Hai bussato di nuovo. Hai capito. Puoi partire, ci sarò.”

Playlist aggiornata, buon ascolto 😉

Voci precedenti più vecchie Prossimi Articoli più recenti