Macchinetta (quindi straparlo)

Mi sveglio la mattina, ci sei tu a fianco e non voglio far rumore ma ti rigiri e capisco che stai rientrando nel mondo dei vivi comunque. Ti accarezzo i capelli, ti sfioro la mano, con mezzo occhio scruto la tua sottoveste nera ma fermo i pensieri che chissà dove andrebbero. Poi inizio a parlare a macchinetta, non mi fermo, ma che diavolo ho potuto pensare la notte prima tanto da doverlo comunicare con tanta urgenza? E in più odio parlare la mattina e odio dover ascoltare chi parla. Sarà che la notte prima mi sono svegliato, emozionato e non mi sono mai veramente riaddormentato. Avvicino l’orecchio tra la tua narice e il tuo labbro superiore (punto che considero intimo perché per arrivarci bisogna fidarsi e fare un po’ di strada) e ti sento respirare. Mentre faccio tutto questo, mi ricordo che neanche tu sopporti che ti si parli la mattina, che neanche tu hai voglia di parlare e vuoi che il mondo si faccia gli affari tuoi mentre tu scuoti la tua anima e i tuoi sogni che si spargono tra le lenzuola e il cuscino. Mi chiedo come mai non hai protestato, come mai non mi hai cacciato fuori dal letto a calci. Mi chiedi, con la voce da sonno, come mai ho parlato così tanto dato che odio la mattina. E io non lo so, lo so forse, dovrei partire a macchinetta di nuovo per spiegarlo. Arrossisco senza far rumore, ma tu anche se hai gli occhi chiusi, hai le orecchie attente e senti la mia emozione. Raccogliamo assieme i tuoi e i miei sogni sparsi sul letto, li mescoliamo, chiudo gli occhi anche io. E lascio parlare solo il cuore. Lui sa. E anche tu.

Non chiedere

Non chiedete ad uno scrittore di scrivere per voi: lasciatevi il tempo di arrossire per la sorpresa di ricevere qualcosa e a lui la stessa possibilità. Non cercatelo se non volete che eventualmente passi delle notti in bianco. Non stupitevi se lui le passerà nè se non vi dirà che le ha passate. Non chiedetegli se quello che scrive è per voi. Nel suo universo c’è parecchio silenzio e parecchie cose non dette e forse nemmeno da dire. Non fatelo innamorare pensando che passi le giornate a conquistare il cuore fragile di chi legge, perché il cuore fragile forse potrebbe averlo lui. Non maleditelo se non corrisponde alle vostre aspettative, neanche lui a volte le attende per sè. Non maleditelo se non vi scrive cose d’amore, perché come per le cose d’amore che apprezzate anche per le altre risponde solo all’ispirazione. Non invidiate lo scrittore che scrive molto: preferirebbe di gran lunga vivere delle storie d’amore di cui narra piuttosto che sperarle narrandole.
(e per una volta lo scrittore, forse, sono io.)

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Quasi

Mi avevi quasi fregato quando hai appoggiato la tua testa alla mia spalla e sembrava non volessi che io andassi via. Quando hai riso alle mie battute, mi sei stata così vicina che mi guardavo nei tuoi occhi e respiravo dalle tue narici ed era buono, ti giuro che me l’avevi quasi fatta. Quando hai aspettato con me, hai mangiato con me, mi hai raccontato di te, hai ascoltato e annuito con interesse ai miei racconti mentre rollavi l’ennesima sigaretta. Quanto ci stavo cascando quando sembrava non sapessimo cosa fare con le mani, con gli occhi, con tutto il nostro corpo e non sapevamo cosa dire. Mi hai quasi fregato. Ci ero quasi cascato, ero proprio sul punto di. Sul punto di innamorarmi. Pensa tu se ci avessi creduto veramente, se mi fossi innamorato veramente. Semmai fosse successo, se fossi stata così brava e io così come sono, starei qui a scriverne decidendo di dimenticarti con qualche frase sconnessa. Sembra quasi possibile. Quasi.

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Sport estremi

Lei mi disse che voleva fare sport estremi, che cercava l’adrenalina. Buttarsi col paracadute, da un ponte facendo bungee jumping, fare le rapide in canoa. Io la ascoltavo impaurito al solo pensiero. Quando smise di parlare, notando l’ansia, mi chiese “E tu, hai mai fatto sport estremi?”. Ero consapevole della mia completa mancanza di voglia di morire cercandomela da altezze assurde, soprattutto date le mie vertigini. Per cui per me già guardare dal secondo piano di un palazzo potrebbe essere considerato alla stregua di attraversare quei ponti sospesi nel vuoto con le sbarre di legno minuscole e a centimetri di distanza. Pensavo: c’è forse qualcosa di più estremo del vuoto nello stomaco, la mancanza di appetito, la paura di un rifiuto, le mani sudate e l’adrenalina in corpo quando stai per dire qualcosa alla persona per cui hai una cotta? Visto il mio silenzio, mi richiese: “Allora?” E io, sorridendo, le risposi: “Innamorarmi. Questo è il mio sport estremo”. E lei sorrise.

Casa (più di dodici righe)

La casa dove abitavi è il luogo dove sei cresciuto ed è fatto dall’evoluzione dei posti dove prima riuscivi a nasconderti e ora no e quelli che non riuscivi a raggiungere, perché troppo alti e pericolosi, e ora ci arrivi con tuo grande orgoglio di conquista. Il letto a castello, la stanza divisa coi fratelli. Lo studio dove studiavi e facevi anche finta, la stanza dei tuoi dove ti rifugiavi quando avevi un brutto sogno o ti annoiavi. I bagni da occupare a scapito degli altri, da dove urlavi di portarti la carta igienica quando finiva. Le finestre dove ti affacciavi e da dove si affacciavano per darti indicazioni. Ottenere il tuo mazzo di chiavi per quell’universo familiare era importante e ricordo con quanta cura tenevo il mazzo legato al buco della cintura quando andavo in bicicletta da bambino o incastravo nel freno. La casa è fatta dalle persone che ci hanno abitato, ma come puoi dimenticare il corridoio che hai percorso a mille all’ora, le stanze dove entravi in punta di piedi di nascosto, facendo baccano, sbattendo porte. La porta del ripostiglio che usavi per segnare la tua altezza che ad un certo punto si è fermata e neanche stando in punta di piedi potevi più barare. La casa è la cucina dove hai potuto assaggiare di tutto, dove hai sporcato, sei stato imboccato e tornando da scuola tornavi tutto pronto. Il luogo che sceglievi al posto di mangiare fuori. Ma non solo per risparmiare, ma perché era casa. Dove hai fatto merenda tornando dal calcio.
La casa è quella che disegnavi da bambino coi tuoi amici ed esternamente erano tutte uguali: quadrati per il corpo, triangoli per i tetti, finestre regolari. Ma per te non era uguale, la casa era la tua. Intonaco, colore, numero civico che impari a memoria assieme al tuo nome e cognome perché è delle tue generalità.
Il profumo di casa, il profumo dei mobili, che hanno quell’aura di capello bianco come se stessero invecchiando con te, intrisi di ricordi che hanno proprio quell’odore e se chiudi gli occhi ti passa avanti tutto con uno scorrimento lento perché non vuoi che sparisca. Vorresti immergerti in uno di quei ricordi, nei primi passi, tornare indietro nel tempo.
La casa è questo e molto altro. Non posso in poche righe dire cosa sia la casa per me. Quella casa. La casa è fatta dalle persone, ma anche da queste cose materiali che ti ricordano l’immateriale.
Non chiamatemi superficiale per queste mie parole, a meno che non lo pensiate ancora dopo aver toccato la superficie della vostra casa e non riusciste a provare nulla.

Scale mobili

Quanto sono lente le scale mobili della stazione vicino casa mia. Lo noto rientrando a casa, quando le lascio scorrere e non sono di fretta come la mattina che le percorro alla velocità della luce per non perdere il treno. Innamoramenti lenti di sguardi che si incrociano. Si possono formulare interi pensieri di senso compiuto. Si cambia idea mille volte. Per questo, quando faccio una domanda appena sceso dal treno, aspetto di sentire la risposta prima di decidere se prendere le scale mobili o l’ascensore. Se la risposta non mi piace, prendo le prime e cerco di far cambiare idea. Se la risposta mi piace, ecco l’ascensore. E lei lo faceva apposta e si divertiva a darmi la risposta che non volevo. E io lo sapevo, e mi divertivo con lei. Abbiamo passato ore su quelle scale mobili a conoscerci, stuzzicarci. Amarci. E il tempo assieme era guadagnato, mai perso. Da quando è andata via, ormai, prendo l’ascensore e non faccio più domande. Neanche a me stesso.

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Incurata

Rivederti incurata dopo tanto tempo mi ha trasmesso sentimenti contrastanti. Non so se è stato più goffo un tuo eventuale tentativo di ripresentarti nei miei pensieri deboli, dove io ti ricordavo esattamente diversa, oppure il mio tentativo di far finta di niente mentre mettevo la mano sopra la tua per testarmi. Ma poi ho pesato che sapevi che mi avesti incontrato quella sera. Allora la cosa mi ha turbato di nuovo. Mi sono ricordato che sapevi bene che mi piacevi senza fronzoli. Non ricordo alcuna tua uscita senza un minimo di qualcosa . “Solo un pochino qui dai”, me lo dicevi sempre. E io annuivo, in fondo per me era un complimento dirti che eri bella al naturale. Questa sera che ti ho rivista dopo tanto tempo non c’è trucco, ma forse un po’ di inganno verso me stesso mentre provo questi due sentimenti contrastanti: la tristezza per averti vista appassita ma anche un po’ di soddisfazione perché non ci sono io accanto a te da poter incolpare per questo.

Mare e tuffi

Non è il tuffo, che mi spaventa. La prima volta che sprofondai senza volerlo fu quando mi scoppiò uno dei braccioli che avevo, facendomi fare una piroetta e restando con mezzo braccio e la mano a galleggiare a mo di boa e l’altra metà del corpo alla mercè del Mar Mediterraneo. Io gli occhi sott’acqua non li so aprire, brucia troppo. Il mare preferisco berlo dalla tua pelle quando esci dopo una nuotata e io ti aspetto sulla battigia perché mi prendo un sacco di tempo aspettando che l’acqua diventi a temperatura ambiente – come se un cameriere fittizio potesse offrirmela tra le opzioni. Cosa che non avviene mai. Bisogna immergersi, inutile aspettare. Ma gli occhi continuo a non volerli aprire, preferisco guardare il mare sottoforma di gocce che scivolano su di te. E l’acqua continuo a berla dalla tua pelle. Non è il tuffo, che mi spaventa. E così, per non bruciarmi e non affogare, resto sulla tua superficie.

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Il bigliettino (dieci anni dalla maturità)

A scuola mi piaceva quella che stava al banco davanti. Mai detta una parola. Sai quando gli ormoni a un certo punto ti fanno trovare quei dieci secondi di coraggio? Ecco mi vennero durante un compito in classe. Io e il mio tempismo. “pss,ehi!” Finge di non sentirmi. Le tocco il gomito (wow il gomito di quella che mi piace! ma me ne renderò conto dopo circa 3 mesi). Si volta, ho un bigliettino in mano lei mi fa no con gli occhi, schifata. “No ma non voglio copiare!” La chiamo di nuovo, il docente se ne accorge e mi manda fuori. “Ma io…” Il bigliettino resta sul mio banco assieme alle mie speranze. Lei lo prende (proprio ora). Ecco io non ero in aula, però mi immagino che abbia sorriso e fatto qualcosa di sconsiderato per farsi mandare fuori. Apre la porta e ora la vedo sorridermi. Se non altro potevo interpretarlo come un sì a quanto avevo scritto sul foglietto che mi sbandierava. E fu la prima volta che uscii con lei. Almeno, io la continuo a considerare così.
– ecco il bigliettino:
20160209_001432

Oggi “celebro” i 10 anni dal mio diploma con questo pezzo “scolastico”. Woh!

Citofono

Sono qui a sottolineare l’importanza fondamentale del citofono. Del tuo citofono. Lo vedevo da lontano, dalla curva a gomito e mi intimidiva come se mi stesse giudicando e si schifava per il sudore dopo la salita ripidissima. Mi avvicinavo piano, salivo i gradini e dovevo rispondere alla domanda cruciale: “Chi è?” E chi sono io? Non lo so, sono solo un ragazzo che cerca sua figlia, che vorrebbe uscire con sua figlia, vorrebbe starci per parecchio tempo, ma per adesso mi basterebbe stare per un paio d’ore, per farle capire chi sono e capirlo anche io e capire lei. Sono forse solo un messaggero, non si arrabbi la prego, vorrei porgerle un messaggio. C’è sua figlia per caso? Ci sei? Sei tu? Ti va di scendere, spero che non hai cambiato idea. Sono anche sudato, perdonami. Era una vita che non ti aspettavo, ma eccoti qui e mi va benissimo così. Attendo. Sento dei passi. E così guardo il citofono, che non mi intimorisce come prima, e spero di rivederlo presto.

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