Non guardarmi

Non guardarmi mentre mi sto innamorando. E’ come quando tiravo un calcio di rigore: in allenamento li facevo tutti e poi con l’audience che faceva il tifo e osservava speranzosa, sbagliavo sempre. Non guardarmi, per me è come quando facevo gli esercizi: a casa potevo scrivere cavolate e cancellare senza che nessuno mi dicesse nulla, ma alla lavagna davanti ai compagni e agli insegnanti, non era lo stesso. Girati dall’altra parte, mi sembra di essere alla prima con la band, dopo tutte quelle prove perfette, che poi manca la voce e sbaglio accordi perché la gente è lì che aspetta qualcosa. Non guardarmi mentre blatero e blatero e blatero ancora dopo che ti avevo detto di essere una persona sintetica e rischi di rimanere incastrata nelle mie parole. Non guardarmi mentre mi sto innamorando. Però, ascoltami, se guardandomi mentre mi sto innamorando ti dovessi innamorare di me, allora ti prego fissami e scolpiscimi nei tuoi occhi senza fermarti mai.

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Grandi amici

Mi incolpavi spesso di essere geloso senza motivo. Mi ricordo quando lo incontrammo una volta e ti ho chiesto chi fosse quel tizio e come mai quell’affetto immenso tra voi e mi hai rimproverato dicendo che era solo un amico. Ho incassato, in silenzio. Al tuo compleanno stava per arrivare la mezzanotte, eccola, ma ti arriva un messaggio. Accidenti quanto è rapida tua sorella, ah no è lui, vabè scusa poteva aspettare… e mi hai detto che era solo un amico. Ho incassato anche qui, pur pensando fosse un tempismo eccessivo. Suonano al portone, sei tu zuppa, ti chiedo come mai non mi hai chiamato che ti venivo a prendere e hai detto che ti ha portato lui. E mi hai detto che era solo un amico. Ho incassato il colpo, anche se al limite. Potrai capire quanto non mi abbia stupito scoprire che tu avessi aperto da tempo il portone del tuo cuore a questo grande amico quando lo avevi già chiuso per me senza dirmi niente. Che fortuna avere degli amici come i tuoi.

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Laser

Oh finalmente le gocce anestetiche fanno effetto. Sto gironzolando nella sala d’attesa, non vedo l’ora. Poi questa diventerà una battuta e non potrò usarla come scusa. Dopo tanti anni a scegliere la montatura, a fare prove per non far lasciare il segno sul setto nasale. Poi con la faccia piccola che mi trovo non potevo avere qualcosa di gigantesco e le lenti mi avrebbero coperto un po’ gli occhi chiari, elemento per conquistare. Liquidi per le lentine, sabbia, ecc. Insomma un bel po’ di noia. Ma oggi tutto cambia. Basta dover togliere gli occhiali quando lei mi bacia oppure pulirli dopo che si appannano per l’emozione e farla ridere. Mhm. Ride. Basta farla giocare facendoli sollevare quando pigia la base delle stecche. Lei ride quando lo fa. Mhm. Ride. Basta prestarglieli per sembrare una filosofa e ridere perché si è accecata. Mhm. Ride. Forse non ho tutta questa fretta di fare il laser. La ringrazio dottore, ci vediamo il mese prossimo per il solito controllo.

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Supereroi e horror

Ah il primo film al cinema. Ricordo quella volta che gli amici mi invitarono a vedere un horror al cinema. Ora, io non amo gli horror. Mi diverto a vedere gli altri spaventarsi, ma se sono io un po’ meno. Ma tant’è che ci andai perchè sapevo che c’era lei. Sbaragliai la concorrenza e mi misi a sederle accanto e mi chiese se poteva tenermi la mano e nelle scene crude stringermela. Richiesta bizzarra, ma non ho mica protestato. Volevo fare il supereroe e dissi di sì. Il film non penso che lei lo vide proprio, con gli occhi rannicchiati in un angolo della sua faccia. Io ero con l’occhio semiaperto (quello che lei poteva vedere) e l’altro chiuso. All’uscita del cinema avevamo le mani gonfie e pulsanti per quanto le avevamo strette. Lei si scusò, era in imbarazzo, ma io volevo tenerla ancora per mano. E la invitai al cinema un’altra volta senza dire niente sul titolo. Fu il film più romantico da vivere per due ore mano nella mano con lei. Ah, ovviamente, scelsi un horror.

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Prima chiamata

Non c’era mica Whatsapp, non potevi nasconderti con messaggi vocali o social media. Dovevi telefonare. Certo c’era il cellulare, non parliamo di epoche preistoriche. Ma, ecco, le dovevo telefonare. Essendo senza credito, dovevo chiamarla a casa dal fisso (altrimenti pagavo di più). Era la prima telefonata, dopo esserci mandati email. Che tempi. Mi ero allenato sul tono di voce: avevo paura che, con la gola secca, mi sarebbe venuto fuori un tono troppo squillante da scolaretta emozionata. Insomma mi sono esercitato un po’. Avevo un foglio vicino al telefono con schema in base a chi avrebbe risposto: madre (-> suscitare istinto protettivo), padre(-> mio istinto di sopravvivenza), fratelli/sorelle (-> simpatia), nonni (->gridare per farsi sentire). Ovviamente rispose lei, e io buttai giù il telefono perché nel mio schema non era previsto. Così, quando ripenso alla nostra prima telefonata, ricordo solo il suo “pronto” e il mio non esserlo per niente.

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La sera in cui

Mi manca la sera in cui non ho concluso niente. Eri li davanti a me che mi chiedevi cosa volevo, io volevo chiederti cosa volevi tu e nessuno dei due sapeva cosa voleva l’altro e forse nemmeno sapevamo cosa volevamo da noi stessi. Mi manca la sera in cui non ho concluso niente. E anche se tornassi indietro nel tempo e sapessi già che la prima volta non avevo concluso niente so che andrebbe nello stesso modo. Perché, in fondo, sono sempre la stessa persona che si lascia guardare senza rispondere e guarda te per avere risposte. Perché, come ora, anche ai tempi sapevo cosa volevo. E non ho comunque concluso niente. E perché, nonostante tutto, sorrido sempre ripensando alla sera in cui non ho concluso niente. Come sto sorridendo ora che te lo sto raccontando. E stai sorridendo anche tu mentre mi guardi, ma senza farmi domande stavolta. Chissà se mi mancherà anche questa sera in cui non so se concluderò qualcosa. Forse sì.

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Volante

Sono qui al volante dell’auto parcheggiata. So come si accende, come si cambiano le marce. So che si sorpassa a sinistra e non si usa il clacson impropriamente. Che alle strisce pedonali bisogna fermarsi, so che si passa col verde e si sta fermi col rosso. Lei sapeva benissimo queste cose, anzi mi richiamava sempre quando cambiavo canzone all’autoradio o la fissavo per degli istanti che la sua ansia facevano sembrare minuti interi che potevano costare caro. E quel giorno in cui guidavo, quella frazione di secondo in cui mi sono testardamente voltato per farle un complimento, è costata una vita intera. E oggi non ho il coraggio di guardare lo specchietto, il lunotto, l’autoradio. I miei occhi non hanno tergicristalli. E non ho il coraggio di guardare il sedile vuoto accanto al mio, che era il mio vero punto di riferimento per andare avanti per chilometri. Scendo dall’auto, metto l’antifurto, e dimentico il codice della strada per ricordarmi soltanto di lei.

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Tra orecchio e base del collo (Più di dodici)

La luce penetrava dalla finestra accarezzandole quel punto che io amo baciarle, tra orecchio e base del collo. E quel punto è solo mio: se qualcuno lo guarda anche di sfuggita io non ne sono felice. Ma quel raggio non mi faceva invidia e non disturbava i suoi occhi, decisi perciò di farlo entrare nel nostro mondo. Quella maglietta che le arrivava poco sotto le ginocchia, di un tessuto molto leggero, si appoggiava leggera sui suoi seni e i suoi fianchi, lasciando intravedere qualcosa tra cui l’ombelico sul quale poggiavo sempre il bottone rotto del mio giaccone quando aveva la pancia scoperta e io stavo uscendo. La guardavo dormire, con un respiro così sottile che le prime volte stavo sveglio tutta la notte perché pensavo fosse morta. E senza sapere nulla, sapevo che avrei voluto morire prima di lei eventualmente. Non sapevo cosa sarebbe successo in quella giornata, e nella mia vita da single degli anni A.L (Avanti Lei, così li definivo, così come D.L. per quelli dopo) mi svegliavo tardi e mi coricavo tardi perché ero convinto che potessero accadere meno casini nelle ore notturne. Ma ora mi sveglio prima, poco prima di lei, e mi prendo questi dieci secondi per capirla e capire me stesso. Poi, per errore o meno, sposta sempre la sua mano sul mio petto, apre gli occhi e mi chiede scusa e spera (falsamente) di non avermi svegliato. Ha la voce di chi è andata chissà dove nei suoi sogni, gli occhi di chi vorrebbe dormire sempre, e non vuole che la bacio perché “so di chiuso”. Mi fa impazzire d’amore questa cosa, e penso al sole che si fa più convinto e ti illumina bene, ti rende così bella e io non resisto più che ti dico che non me ne frega niente, ed è colpa tua che sei così e ti bacio con la mia bocca che non è granchè nemmeno lei. Ma te ne freghi pure tu. Allora sei perdonata per avermi falsamente svegliato, ti guardo spogliarti e guardarmi con la coda dell’occhio perché vuoi essere guardata ma vuoi anche coprirti lasciando quello spazio tra orecchio e base del collo, e lo fai con dolcezza. Allora mi prendo altri dieci secondi, ti guardo ancora e so che posso stare bene anche nelle ore diurne. E apro le persiane.

Sono più di dodici righe, ma oggi mi predo questa libertà sanvalentiniana 😉 Buon ascolto della playlist!

Sfaccettature

Quante sfaccettature di noi ci perdiamo. Forse la persona della nostra vita è quella che, con delicatezza, senza fiori accessori, senza piatti d’argento per servirceli, senza scopa e paletta per raccogliere o stracci per lavar via, è quella che ce le porge piano piano. Che ce le sussurra, che ce le ricorda, che un po’ ne ha timore a volte ma lo fa comunque. E noi ci sconvolgiamo. Perché ci sembra impossibile ricordare chi siamo senza essere investiti da un treno di emozioni, senza calci o pugni. E, invece, possono esserci delle mani delicate che ci porgono questi frammenti, a volte così taglienti, che ti vien voglia di dire “chi te lo ha fatto fare che ti tagli!”. O così fragili che nemmeno tu volevi venissero trovati. E in quel taglio c’è tutto l’amore. In quella fragilità ci siamo noi. E ora c’è la persona della nostra vita. Che non è un treno o un colpo di fulmine, ma una mano delicata che non ha paura di tagliarsi con i frammenti fragili delle tue sfaccettature.

Per chi avesse voglia, mi farebbe piacere una vostra recensione sul libro in Amazon. Anche poche parole, sincere, anche per stroncare se non vi è piaciuto! Potete trovare il link qui: Dodicirighe su Amazon

Playlist aggiornata con un omaggio al recentemente scomparso Black. Buon ascolto 😉

L’inizio

L’inizio di una cotta è quando, dopo ore a scriversi, tu saluti di fretta e non leggi come l’altro ti ha salutato fino al mattino dopo e sogni tutta la notte cosa cavolo ha potuto dirti, ti svegli prima del solito semmai sei riuscito a dormire veramente perché hai fissato lo schermo senza toccarlo per prova di forza, leggi e inizi la giornata sapendo come e con chi vorrai concluderla un’altra volta. L’inizio di una cotta è quando, sempre dopo esservi scritti per ore, la vedi in carne ed ossa e provi a nasconderti dietro un palo della luce, dietro al tuo amico più alto e lei ti guarda perché cerca di capire la tua paura. Poi appena va via le scrivi perché sai di aver fatto una figuraccia. Ma lei sorride mentre prova a decifrarti, e tu non lo sai perché ti sei nascosto. L’inizio di una cotta è provare ad essere migliori di ciò che siamo o provare a fregarcene quando invece cerchiamo solo di scorgere in quello sguardo dell’altro qualcosa che ci faccia capire che non siamo i soli in questa follia.

Playlist aggiornata, buon ascolto 😉

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