Scale mobili

Quanto sono lente le scale mobili della stazione vicino casa mia. Lo noto rientrando a casa, quando le lascio scorrere e non sono di fretta come la mattina che le percorro alla velocità della luce per non perdere il treno. Innamoramenti lenti di sguardi che si incrociano. Si possono formulare interi pensieri di senso compiuto. Si cambia idea mille volte. Per questo, quando faccio una domanda appena sceso dal treno, aspetto di sentire la risposta prima di decidere se prendere le scale mobili o l’ascensore. Se la risposta non mi piace, prendo le prime e cerco di far cambiare idea. Se la risposta mi piace, ecco l’ascensore. E lei lo faceva apposta e si divertiva a darmi la risposta che non volevo. E io lo sapevo, e mi divertivo con lei. Abbiamo passato ore su quelle scale mobili a conoscerci, stuzzicarci. Amarci. E il tempo assieme era guadagnato, mai perso. Da quando è andata via, ormai, prendo l’ascensore e non faccio più domande. Neanche a me stesso.

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Appunti da bar e anacardi

La fibrillazione di quando la ragazza che ti piace ti chiede, con un sorriso fatto di malizia e consapevolezza che a te non dispiace in quell’unica situazione e che di solito ti farebbe innervosire, ecco ti chiede se c’è qualcuna nella tua vita. Poi continua a bere, come se la risposta non le importasse, si sposta i capelli dalla cannuccia perché sa che le guardi le labbra e ti guarda con la coda dell’occhio. E forse non le importa davvero, e tu vorresti farla crepare di una eventuale gelosia e dire che c’è, ce ne sono molte.Oppure no, vorresti dirle la verità, che è lei con quel suo sorriso malizioso e quella consapevolezza che non ti snerva, è lei quella che in quel momento della tua vita occupa i tuoi pensieri.E con questo mega preambolo descrittivo della situazione perfetta per uscire vittorioso, balbetti un suono che nemmeno so riprodurre. “Uuh-hh” “Come dici?” “No, niente mi sono affogato con quell’anacardo.” Fine della serata.

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Incurata

Rivederti incurata dopo tanto tempo mi ha trasmesso sentimenti contrastanti. Non so se è stato più goffo un tuo eventuale tentativo di ripresentarti nei miei pensieri deboli, dove io ti ricordavo esattamente diversa, oppure il mio tentativo di far finta di niente mentre mettevo la mano sopra la tua per testarmi. Ma poi ho pesato che sapevi che mi avesti incontrato quella sera. Allora la cosa mi ha turbato di nuovo. Mi sono ricordato che sapevi bene che mi piacevi senza fronzoli. Non ricordo alcuna tua uscita senza un minimo di qualcosa . “Solo un pochino qui dai”, me lo dicevi sempre. E io annuivo, in fondo per me era un complimento dirti che eri bella al naturale. Questa sera che ti ho rivista dopo tanto tempo non c’è trucco, ma forse un po’ di inganno verso me stesso mentre provo questi due sentimenti contrastanti: la tristezza per averti vista appassita ma anche un po’ di soddisfazione perché non ci sono io accanto a te da poter incolpare per questo.

Mare e tuffi

Non è il tuffo, che mi spaventa. La prima volta che sprofondai senza volerlo fu quando mi scoppiò uno dei braccioli che avevo, facendomi fare una piroetta e restando con mezzo braccio e la mano a galleggiare a mo di boa e l’altra metà del corpo alla mercè del Mar Mediterraneo. Io gli occhi sott’acqua non li so aprire, brucia troppo. Il mare preferisco berlo dalla tua pelle quando esci dopo una nuotata e io ti aspetto sulla battigia perché mi prendo un sacco di tempo aspettando che l’acqua diventi a temperatura ambiente – come se un cameriere fittizio potesse offrirmela tra le opzioni. Cosa che non avviene mai. Bisogna immergersi, inutile aspettare. Ma gli occhi continuo a non volerli aprire, preferisco guardare il mare sottoforma di gocce che scivolano su di te. E l’acqua continuo a berla dalla tua pelle. Non è il tuffo, che mi spaventa. E così, per non bruciarmi e non affogare, resto sulla tua superficie.

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Il bigliettino (dieci anni dalla maturità)

A scuola mi piaceva quella che stava al banco davanti. Mai detta una parola. Sai quando gli ormoni a un certo punto ti fanno trovare quei dieci secondi di coraggio? Ecco mi vennero durante un compito in classe. Io e il mio tempismo. “pss,ehi!” Finge di non sentirmi. Le tocco il gomito (wow il gomito di quella che mi piace! ma me ne renderò conto dopo circa 3 mesi). Si volta, ho un bigliettino in mano lei mi fa no con gli occhi, schifata. “No ma non voglio copiare!” La chiamo di nuovo, il docente se ne accorge e mi manda fuori. “Ma io…” Il bigliettino resta sul mio banco assieme alle mie speranze. Lei lo prende (proprio ora). Ecco io non ero in aula, però mi immagino che abbia sorriso e fatto qualcosa di sconsiderato per farsi mandare fuori. Apre la porta e ora la vedo sorridermi. Se non altro potevo interpretarlo come un sì a quanto avevo scritto sul foglietto che mi sbandierava. E fu la prima volta che uscii con lei. Almeno, io la continuo a considerare così.
– ecco il bigliettino:
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Oggi “celebro” i 10 anni dal mio diploma con questo pezzo “scolastico”. Woh!

Citofono

Sono qui a sottolineare l’importanza fondamentale del citofono. Del tuo citofono. Lo vedevo da lontano, dalla curva a gomito e mi intimidiva come se mi stesse giudicando e si schifava per il sudore dopo la salita ripidissima. Mi avvicinavo piano, salivo i gradini e dovevo rispondere alla domanda cruciale: “Chi è?” E chi sono io? Non lo so, sono solo un ragazzo che cerca sua figlia, che vorrebbe uscire con sua figlia, vorrebbe starci per parecchio tempo, ma per adesso mi basterebbe stare per un paio d’ore, per farle capire chi sono e capirlo anche io e capire lei. Sono forse solo un messaggero, non si arrabbi la prego, vorrei porgerle un messaggio. C’è sua figlia per caso? Ci sei? Sei tu? Ti va di scendere, spero che non hai cambiato idea. Sono anche sudato, perdonami. Era una vita che non ti aspettavo, ma eccoti qui e mi va benissimo così. Attendo. Sento dei passi. E così guardo il citofono, che non mi intimorisce come prima, e spero di rivederlo presto.

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Un giorno

Un giorno riuscirò a dirti quanto mi piace perdermi in quella galassia di lentiggini sulle tue gote illuminate da quegli occhi. La notte di San Lorenzo nel mio quotidiano ammirarti senza bisogno di binocoli o telescopi. Avrò anche il coraggio di sussurrarti che amo percorrere le tue labbra mentre si aprono come un sipario pronto a far uscire lo spettacolo che è la tua voce. Ogni inizio del tuo parlare, dopo un periodo di dolce silenzio, è per me come l’emozione del debutto. Penso che dovrò anche confessarti che spesso, perdendomi in quel microcosmo di bellezza, ho tralasciato qualche parola. Ma spero che riuscirai a perdonarmi, qualora riuscissi a dirti queste cose, ovviamente con ordine cronologico invertito rispetto a come l’ho pensato. Ma sappi che, anche se tu mi facessi una ramanzina, io non farei altro che perdermi di nuovo in quella galassia, in quella notte di comete, ad aspettare l’apertura del sipario e cullarmi nella tua voce infuriata.

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Auguri

Potevo far finta non fosse già passata la mezzanotte. O che fosse iniziato un giorno qualsiasi e io, come sempre, mi trovavo sveglio. Potevo e non sarebbe sembrato strano a nessuno. Nemmeno a lei. Forse questo era il pensiero che più tartassava la mia mente. Essere un augurio come tanti altri. E’ passata da poco la mezzanotte e vorrei farti gli auguri di compleanno, non per dovere di essere fra i primi. Perché mi capita di farlo anche con altri. Ma perché so che fai il compleanno ed è costume fare gli auguri. Potrei anche non farteli. Ma poi, ecco, ore e ore pensando a cosa scriverti. Fossi stata un’amica qualsiasi, quanto avrei voluto lo fossi. Forse è la prima volta che lo dico. Mattina? Ore pasti? Sera? E’ mezzanotte e mezza, del giorno dopo. E penso di farteli ora. Come tempismo per far finta di niente, non è il migliore. Come fai tu a farmi sempre gli auguri ad un orario qualsiasi, che qualsiasi per me non lo è mai? “Ehi, ciao!Auguroni, scusa il ritardo!” Invio. Che stupido.

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Mi senti? – storie e distanze

“Provo a vedere se si prende la connessione del vicino” era una delle mie frasi più frequenti. Le ricariche da 10 euro che poi in realtà erano 8 perché c’era la tassa e allora dovevo prevedere quanti sms e quante chiamate potevo fare. Ti chiamo io, mi chiami tu, perché non mi hai richiamato? Perché non sei entusiasta di questa notizia che ti ho dato? Non avevi capito fosse importante? Abbassa il tono. Ma sono tranquillo sì. Pronto? Mi hai chiuso il telefono? Vai su MSN, metti la webcam che voglio vederti. Potresti almeno non fare niente mentre sei con me. Era solo una mia collega, dovevamo studiare. Ah pure tu studi con l’amico, ma lo dici per dispetto? Anche tu mi manchi, non litighiamo dai. Certo che voglio vederti, appena posso prendo il treno. L’altra volta non potevo dirtelo, c’era gente intorno. Ma non è che mi vergogno. Ora mi vedi? Ti piacciono questi capelli? L’immagine del pc si è bloccata. Mi senti? Anche se non mi senti, spero sempre tu mi possa capire.

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Maledette promesse

Se voglio posso uscire dal giro. Così mi dicevi. E’ l’ultima, no spè, ne è rimasta ancora dai che son forte vattene a casa. Non fa male presa poca e in occasioni speciali. E ogni giorno era un momento speciale. L’esame, l’incontro, la stanchezza, la noia. Maledetta noia. E la stupidità. E smettila di trattarmi come un bambino. Mi facevi incazzare perché non c’era motivo, non trovavo il motivo. Lei mi chiedeva di te e io le dicevo ma non sei la sua ragazza, parla con lui. Mi dicevi grazie bellezza che non le hai detto niente. Poi mi guardavi con lo sguardo scavato, difficile ormai da mascherare. Ti prego, fallo per lei, fallo per te, escine. Ti aiuto. No, non mi serve a una mazza il tuo aiuto, pensi di essere migliore di me? mi dicevi piegandoti con il viso sul tavolo dove a Natale giocavamo a carte. Bei tempi. Domani smetto, te lo prometto. E’ l’ultima. E l’indomani avevi smesso. Come promesso. Con tutto, con tutti. Maledetta l’ultima. Maledette promesse.

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Preciso che su questo post non rilascerò risposte ai vostri commenti. Mi limiterò a leggervi con attenzione come sempre. E’ stato complesso scriverlo e fornire ulteriori parole a riflessioni personali sulla tematica mi farebbe sentire di troppo . Spero possiate capire e che scriviate comunque i vostri pensieri che apprezzo sempre. Un abbraccio, Curi

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