Rumore silenzioso

A volte la migliore musica è il silenzio

E’ proprio così. Era passato tanto tempo dall’ultima volta che l’aveva vista. Non aveva un fisico particolare. “E’  un tipo”. Qualche giorno fa gli fu chiesto cosa la rendesse speciale. Si fermò a pensare. Pensò prima alle sue storie precedenti, a cosa rendeva speciali le donne che lo avevano attratto. Fisicamente trovò un tratto comune tra tutte loro e lei, ma c’era una cosa che più di altre la metteva in alto. Suona banale probabilmente a chi non l’ha vissuto, ma rispose con un “Non era mai noioso stare in silenzio assieme. Non c’era bisogno di riempire quel non-parlare. Il non guardarsi non è per imbarazzo. Non parlo di ognuno-si-fa-gli-affari-suoi, ma di una complicità di sottofondo che non necessita di casse per essere amplificata. Anche il silenzio ha la sua voce, le nostre voci. E ci ascoltiamo senza far rumore. Questo rende lei così speciale.”

Caro amico del duemiladodicirighe

“Caro amico mio, quest’anno si sta concludendo. A me non piace fare bilanci, ma inesorabilmente – tra mezzanotte e mezzanotte e due minuti – la mia mente ricapitola un anno in un minuto e immagina quello nuovo nell’altro. In passato ero portato a dare un giudizio all’anno in base al numero dei momenti buoni, poi sono passato alla qualità. Recentemente ho scoperto un’altra via: l’intensità. L’ho misurata per la gioia, la tristezza e le rivincite. L’intensità dei battiti del cuore. Prima fermo e poi impazzito, lo sappiamo. Ma è stato un bell’anno amico mio. Per certe cose tutto rimane come non è mai stato.  Non ho suggerimenti specifici, amico mio.  Non so se di quello che abbiamo seminato raccoglieremo qualcosa adesso o se raccoglieremo qualcosa che non volevamo o non ci aspettavamo.Posso solo dartene uno generico per augurarti un buon 2013:                      il modo mgliore per predire il futuro è costruirselo (oltre che inventarselo)”

WordPress mi ha fatto un regalo riassuntivo, e io ve lo linko – rinnovando tanti auguri a tutti voi di buona costruzione:https://dodicirighe.wordpress.com/2012/annual-report/

Mille ringraziamenti e ricapitoliamo – sforando le dodicirighe

Per puro divertimento ho usato parole dei miei post scritti finora per creare collegamenti ipertestuali agli articoli . (link, per farla breve!). Lo so che siete internauti professionisti, ma per togliere ogni dubbio cliccate sulle parole sottolineate. Se vi siete persi qualcosa, non avete scuse!

Quando questo blog è nato, nelle prime dodici righe c’era la voglia di raccontare. Non diminuita affatto dopo le 400 visite. Sul perché di questo format c’è stata subito chiarezza da parte dell’ autore.  Non tutte le situazioni sono state vissute in prima persona, non tutte le cose che scrivo effettivamente le vedo in quel modo. Come dodici righe di discorsi surreali lette davanti a un caffè , la mia faccia alla fine dei post è un misto di sollievo e perplessità. Usare il forse nelle frasi aiuterebbe a essere diplomatici, ma quando scrivo mi schiero dalla parte delle mie percezioni. Uno dei miei obiettivi è stimolare ricordi nella mente del lettore, che magari può impersonarsi in Mark, Edward o Edmund e le sue lettere. ( II e III ). Come in un film, si può iniziare un’avventura in un taxi o lasciarsi sotto una pioggia battente e strappalacrime. Spendere cento pezzi e usare tutti i mezzi per un amore non corrisposto è una follia. Ma le persone sono spesso calamite tra loro e , seguendo cliché, ascoltano le loro farfalle nello stomaco. Non ho risposte sulla durata dell’amore, a volte mi sento così perso che non mi troverei nemmeno se cercassi su Google. Il risultato sarebbe missing answer.  Ho scritto seguendo l’istinto, la mente e il cuore. Ricordando che il cuore conosce ragioni che la ragione, in fondo, conosce da sempre. 

Cliché

Caro amico mio, sapevo che mi avresti scritto ancora sull’amore. Pensavo fossi stato chiaro, ma so che è un argomento ricorrente nella vita e non si può sfuggire. Sarò duro. Mi chiedi sui cliché dell’amore. Ci sono. Le cavolate sull’essere diverso, sul non andare nello stesso modo di altri. Convincersene è un reato. Non è il buono a vincere, non è vero che i soldi non contano, che la bellezza interiore conquista e quella esteriore può non esserci. Non è vero che non faresti tutto per qualcuno che ami, o che quando sei stato mollato non hai riprovato almeno una volta a rimettertici assieme. Non è vero che quando ci si molla lo si fa per essere liberi totalmente, ma per riempirsi di qualcun altro. Se si fa qualcosa “per noi”, lo si fa per sè perchè è inclusa nel noi. Non è vero che esistiamo solo noi per la nostra metà, ma ce ne sono altre in giro, probabilmente più compatibili ma non individuate.  L’amore è per sempre, ma non sempre per la stessa persona.

Cento pezzi

Paul aveva speso quei 100 pezzi (non importa la valuta) perchè voleva andare in un posto. Quello dove avrebbe sconfitto i fantasmi del passato e del “forse”: il luogo dove lei abitava. Ci aveva impiegato settimane a decidersi e, come qualcuno scrisse a proposito di una follia su cui poi si riflette, una volta spesi quei soldi e ottenuto il pezzo di carta che gli avrebbe permesso di spostarsi, quello che gli pareva un gesto romanticamente eclatante si era trasformato in una fesseria. Ecco la follia cosciente che si tramuta nella realtà che non si vuole. Decise di non partire, ma non c’era nessuna tristezza nella sua scelta. Si era davvero liberato dei fantasmi del suo passato. Forse aveva solo bisogno di avere la reale possibilità di incontrarli, e quel biglietto non convalidato gliel’aveva data. Erano i 100 pezzi miglior spesi, e utilizzati a suo dire, della sua vita. Si sentiva libero dalle catene senza aver utilizzato le chiavi che aveva comprato per aprirle. Era lui la chiave.

Taxi driver

Joshua aveva un motto <Conosci te stesso attraverso il mondo>. Viaggiava. Mai relazioni. Ma Joshua si era innamorato. Di una tassista. Quella che, dopo la prima volta casuale, aveva cercato sempre di beccare all’aeroporto quando rientrava alla base. Natasha non si truccava per il lavoro. Ma, dopo quella prima volta casuale, cambiò. E lui la guardava nello specchietto, e con una smorfia giudicava i cambiamenti del make-up. Lei lo notava, e sorrideva, prendendo nota mentalmente. Erano appuntamenti riflessi in 15cm di vetro, che per loro aveva la stessa atmosfera del lume di candela. Non si erano mai guardati direttamente. E Natasha aveva questa strana fantasia: che un giorno le chiedesse di scegliere un posto dove conoscersi davvero.  Quel giorno arrivò: “Buongiorno, allora… la porto a casa?” Lui sorrise nello specchietto: “Mostrami la tua casa. Non il posto in cui vivi, ma quello a cui appartieni*”. E lei, voltandosi, spense il tassametro e partì.

*citazione tradotta dall’originale inglese della canzone dei Toad the wet sprocket – Something to say

Mezzi

Era indeciso. Come sempre. Non si trattava della scelta tra un “si” o un “no”. Non era la scelta del vestito, del profumo, nemmeno delle parole. La scelta difficile era come: come raggiungerla? Sembra una domanda stupida al giorno d’oggi: rapporto qualità/prezzo, statistiche sulla sicurezza e feedback di altri clienti. Ma per lui non era così. Esclusa la nave, la scelta era tra aereo o treno. “In aereo arriverei subito e non vedo l’ora di rivederla, il finestrino è così piccolo che non c’è abbastanza spazio per fantasticare; col treno ci impiegherei un pò di più, ma avrei il tempo di ambientarmi all’idea di rivederla, ricordare i bei momenti, immaginarci in uno di quei paesaggi che passano davanti ai miei occhi.Potrei prenotare il ritorno in aereo così, se va male o se va bene, non avrei il tempo di dannarmi o avere nostalgia. O forse la velocità è solo un palliativo temporaneo e avrei bisogno del treno per dimenticare o assaporare, a seconda dell’esito. Che fare?”

Mente, occhi, cuore e ragione.

Albert aveva atteso tanto. Il suo cervello non voleva risposte. Ma la mente, mente.
Arrivò a fare idiozie: darsi delle scadenze. “Se non mi risponde entro tre giorni, è finita”. Ma arrivato il giorno, tutto slittava per giustificazioni anche surreali: “saranno arrivati gli alieni dalle sue parti”, “non avranno inventato la penna”, “si è tagliata tutte le dita della mano”.
Ma in fondo la cosa che gli faceva più male non era l’assenza di parole stampate che suggerissero un suo interesse, ma l’aver compreso a distanza di tempo che l’aveva dipinta con gli occhi che non aveva più avuto da molto.Gli occhi lucidi, gli occhi dello sguardo “da pesce lesso”.  Gli occhi che non voleva più avere.
Gli occhi del cuore.

Il cuore conosce ragioni che la ragione, in fondo, conosce da sempre.

Pioggia

Era sotto l’ombrello di un autunno piovoso che era nata quella strana sensazione. Lei, ingenua, si lasciava scostare i capelli dagli occhi e accarezzare le mani. Lui, ingenuo, percorreva con le dita i contorni del suo viso come un pittore senza sapere che stava dipingendo qualcosa di importante.

Dopo anni si ritrovavano sotto la pioggia, una pioggia diversa, pesante e tagliente.
“So cosa vuoi fare”, disse, “fallo e basta”.
“Come puoi saperlo?”

“Dicevi sempre che <l’uomo che ama davvero una donna non le dice di non piangere, ma sostiene le sue lacrime offrendo la sua spalla e la sua mano>. Per questo so cosa significa incontrarci in questo giorno di pioggia questa volta”

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