Stereotipi

Eh si, era andato tutto bene fino a quel momento. Due persone che si parlano, un uomo e una donna che hanno interessi comuni ma sono diversi l’uno dall’altra. Poi, quando casualmente ho detto la mia nazionalità, mi hai spiattellato una serie di stereotipi. Salvo dirmi che non avevo l’aria da playboy e non ero come gli altri. Non so se l’hai detto per salvarti in calcio d’angolo o perché avresti voluto che un po’ lo fossi. Sono lento in queste cose, mi imbarazzo. Lo dicono anche tutti i miei amici – dandomi botte in testa – quando le mie serate con ragazze finiscono con “ci siamo abbracciati”, “abbiamo dormito soltanto”, e così via. Cosa posso dirti, non so cosa dirti. Probabilmente sono un oriundo inconsapevole. Sono tornato a casa, ho pensato di fare una checklist su quanto rispecchiassi quell’elenco che mi avevi fatto. Ma quello che mi importava eri tu. Allora ti telefono, accendo lo stereo e prendo come scusa questa canzone per sentirti. E basta:

Di ego smisurati

“Non poteva fare con lui nulla di ciò che aveva fatto con me senza sentirsi una traditrice o una prostituta. Non poteva neanche imburrargli il pane. Se pensavo che poteva prendere la sigaretta che egli lasciava accesa nel portacenere e continuare a fumarla,mi sentivo impazzire.[…] Qualcosa doveva pur fare con lui: l’unica cosa che avrebbe potuto fare era cucinare, perché per me ha cucinato tanto di rado che non sarebbe necessariamente tradimento o finzione.” *
Mi era capitato di immaginarla immobile, per evitare che l’ombra dei suoi gesti si sovrapponesse a quelli passati in mia compagnia. E il mio ego si gonfiava, diventando un gommone gigantesco su cui imbarcavo illusioni. A volte si insinua il dubbio che, anche le mie parole senza senso, fungano da pompa per imbarcazioni dell’ego altrui. C’è comunque la certezza che, prima o poi, queste scialuppe inconsistenti si infrangeranno sugli scogli della realtà.

*Citazione tra virgolette tratta da “Opinioni di un clown” di H.Boll

Playlist aggiornata 😉

Auguri, cabine e ricariche

Mi ricordo quando si avvicinavano le feste ed ero più piccolo. I compagni di scuola si salutavano il giorno prima delle vacanze, maestre, docenti e così via tentavano di dare gli ultimi compiti mentre c’era già il caos per il relax. E puntualmente finivi per mancare qualche esercizio che,uno-due giorni prima del rientro, chiedevi a qualche compagno ritenuto tra i “bravi”. Col telefono fisso chiamavi gli amici del cuore e facevi gli auguri. Qualche altro lo incontravi per strada, o vi vedevate per mangiare dolciumi e giocare a tombola. Poi la scheda telefonica e le cabine, che per stare al passo coi tempi avevano anche gli sms a un certo punto. Ed ecco i cellulari e le ricariche che finivano in cinque minuti. E rido pensando agli sms che mandavo a persone selezionate, con parole tutteattaccate, per risparmiare spazio e soldi. Oggi che scriversi è “gratis” sono anche io vittima dei messaggi in serie per fare gli auguri. E guardo con nostalgia il telefono e la cabina della piazza vicino casa mia.

CARE AMICHE E CARI AMICI,
TANTI AUGURI DI BUONA PASQUA E BUONE VACANZE!UN ABBRACCIO E A PRESTO!

Il vostro Curi

VHS

Sono qui, seduto in cucina, a girarmi i pollici. Tu sei nell’altra stanza, credo seduta sul letto o forse stai organizzando l’armadio. Sto svolgendo questa attività come passatempo dopo quello che mi hai detto. Che temevo mi dicessi. Mi hai chiesto una pausa. Lo ammetto, le cose non stavano andando granché bene. Hai detto che ti serve tempo, per capire. Che dobbiamo stare lontani per un po’. Devo dire che sono rimasto confuso: pensavo la distanza fosse un problema e ora che ci siamo ricongiunti dopo tanto tempo, ne senti l’esigenza. Non penso che una relazione sia una videocassetta inserita nel videoregistratore dove puoi scegliere di mettere in pausa, tornare indietro, andare avanti velocemente e così via. In alcuni casi sarebbe utile e comodo, con un grande risparmio di errori e discussioni. Io non credo nelle pause. Perché a volte si finisce col premere stop e non play. E sento, anche se lo negheresti, che hai già pronta un’altra videocassetta.

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Ormai è fatta (Una per due)

“Secondo me l’ho notata prima io. Sta sorridendo più alle mie che alle sue battute. Questione di feeling, di attrazione immediata e irrazionale. Io sono un pò più romantico di lui. Lo so che lui è un pessimo ascoltatore, non è adatto. Mi ha dato il suo indirizzo. E’ fatta.Ma noi restiamo amici comunque, qualunque cosa succeda.”
Sapevo che i belli e dannati vincono sempre. Il suo romanticismo è stato ridicolo, per fortuna l’ho tirato fuori dall’imbarazzo. Ho avuto il suo numero, me l’ha scritto su un pezzo di carta. E’ fatta. Ma io e lui resteremo comunque amici, qualunque cosa succeda.
Si guardarono con aria interrogativa e parlarono sapendo di mentire.
– Niente di che, non fa per me – – Sì, neanche per me –
Non so se il silenzio avrebbe fatto alcuna differenza, ormai era fatta.
Lei aveva vinto due uomini, ma entrambi avevano perso un amico.

Playlist aggiornata! Vi consiglio l’ascolto, ha aiutato molto la stesura 😉

Pausa? (Anni universitari)

Stanze contigue, porte aperte. Non ci vedevamo, ma comunicavamo parlando a voce alta. Se uno rideva, l’altro chiedeva il motivo. E poi si rideva assieme. Eravamo compagni di classe. Ci scrivevamo messaggi quasi in contemporanea: “Pausa?”. Le pause in cortile erano momenti in cui si parlava di noi, di tutto e di niente, andare in questo o in quel pub. E così ti ho conosciuto, ed eri come un fratello. Quando la fine del corso si avvicinava, le nostre stanze erano diventate frontali e ci vedevamo. Niente più messaggi, ma sollevavamo la testa dal tavolo ogni quarto d’ora e, con la coda dell’occhio, ridevamo: “Pausa?”. Le pause, ora sotto la neve, si facevano malinconiche. I discorsi riguardavano progetti in altre città. Mi viene la tentazione ogni tanto, quando sono a lavoro, di scriverti, amico mio, o cercarti nella scrivania a fianco. E un sorriso nostalgico si impossessa del mio viso ora che, uscendo fuori, non trovo te appoggiato al muro ad aspettarmi.

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Compatibilità (rigetto)

C’è stato un tempo in cui non riuscivo a vedermi senza di te. Certo, allo stesso tempo ti vedevo bene con tante altre persone. E a volte ti vedevo meglio di quando stavi con me. Un paradosso forse, ma era come un pugnale nel petto. Una delle cose che ci faceva forza era la nostra affinità, l’impossibilità – escludendo questi momenti di paradosso – di combaciare così perfettamente con altre persone. Mi ha rassicurato, e ha rassicurato anche te, nei momenti di dubbio e quando il nostro cuore ha battuto un po’ più in fretta al tocco involontario con un’altra pelle. Col tempo questa certezza è diventata eccessiva, facendoci dimenticare che la nostra compatibilità aveva sempre e comunque bisogno di elementi quotidiani che fungessero da anti-rigetto. Ci siamo resi conto troppo tardi che i nostri corpi ci avevano reciprocamente espulsi per smetterla di negarci quella felicità che non provavamo ormai da chissà quanto.

Playlist aggiornata 😉 Canzone di cui consiglio l’ascolto! 🙂

Pa’ e Ma’

Ho mal sopportato il suono che facevi muovendo velocemente il cucchiaino la mattina presto per fare la crema del caffè. Ma da quando sono andato via, ogni volta che mi sveglio, ne ho nostalgia. Il rumore delle scarpe tue e di mamma all’ingresso mentre io, col mio comodo, mi alzavo e cercavo di “riprendermi” dallo shock del cucchiaino come se fossi stato in Vietnam e mi servisse un terapeuta per dimenticare quel frastuono. Dietro ogni grande uomo si dice ci sia sempre una grande donna. E tu sei dietro di lui per coprirgli le spalle, gli sei a fianco per sostenerlo e gli sei davanti quando i suoi discorsi non sono efficaci o vuoi farti abbracciare per prima. Non è mai facile ammettere di aver sbagliato, nessuno vuole sentirsi dire quel “Te l’avevo detto” che distrugge il tentativo di ogni figlio di reclamare il diritto all’errore. Ma aldilà di ogni pretesa e incomprensione, è sempre grande l’emozione di sentire la vostra voce al citofono quando ritorno.

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Jet lag mentale

Ricordo il mio volo di tanti anni fa. Quella strana sicurezza di partire mescolata alla totale assenza di cognizione di quello che stava per succedere. Appena ritornavo, la prima domanda che mi facevi era quando sarei ripartito. “Ho avuto la sensazione che passiamo più tempo a dire -arrivederci- che a vederci”*. Soffrivo di una sorta di jet lag mentale, nonostante l’orario invariato. E sembrava che anche tu ne soffrissi, pur restando ferma. Non c’era mai tempo sufficiente per riabituarsi all’altro. Tutta l’assenza che si provava nella distanza si trasformava in un osservarsi paralizzante. Per notare cambiamenti, per notificare i cambiamenti, ed eventualmente incolpare l’altro per quei cambiamenti. La paura del non riconoscersi, il non volerlo ammettere a volte. Perché se uno cambia e l’altro no, è un male. Ma nonostante tutto, sorrido ancora pensando a quei singoli istanti in cui ci ritrovavamo negli occhi dell’altro e sembrava che non ci fossimo mai separati.

Citazioni tra virgolette tratta da “L’appartamento spagnolo”

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La verità

La verità è che eravamo assortiti male fin dall’inizio. Lo dico con voce normale, senza gridare, ormai non serve. Lo dico a me stesso, a chiunque mi è intorno. La verità è che era tempo. Tempo perso, tempo di cambiare, nuvoloso da tempo. La verità. Te la dico guardandoti negli occhi, un po’ lucidi. La verità è che i litigi non erano più qualcosa che teneva vivo il nostro legame, ma un veleno che agiva lentamente. La verità, te la dico prendendoti la mano, è che per come eravamo fatti, anzi ero fatto io, la passione scaldava il cuore ma aveva fatto terra bruciata intorno e dentro di noi. Non era rimasto molto. Qualche frase scritta in pezzi di carta, luoghi comuni che ormai non volevamo più visitare. La verità, te lo dico girando un po’ lo sguardo, è che pensavo fossi tutto ma non lo eri. E lo so che era lo stesso per te. Ma la verità, che ora dico sottovoce nella mia mente, è che se mi chiedessi di ritornare io – forse – ritornerei.

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