Un giorno

Un giorno riuscirò a dirti quanto mi piace perdermi in quella galassia di lentiggini sulle tue gote illuminate da quegli occhi. La notte di San Lorenzo nel mio quotidiano ammirarti senza bisogno di binocoli o telescopi. Avrò anche il coraggio di sussurrarti che amo percorrere le tue labbra mentre si aprono come un sipario pronto a far uscire lo spettacolo che è la tua voce. Ogni inizio del tuo parlare, dopo un periodo di dolce silenzio, è per me come l’emozione del debutto. Penso che dovrò anche confessarti che spesso, perdendomi in quel microcosmo di bellezza, ho tralasciato qualche parola. Ma spero che riuscirai a perdonarmi, qualora riuscissi a dirti queste cose, ovviamente con ordine cronologico invertito rispetto a come l’ho pensato. Ma sappi che, anche se tu mi facessi una ramanzina, io non farei altro che perdermi di nuovo in quella galassia, in quella notte di comete, ad aspettare l’apertura del sipario e cullarmi nella tua voce infuriata.

Playlist aggiornata, buon ascolto! 😉

Mi senti? – storie e distanze

“Provo a vedere se si prende la connessione del vicino” era una delle mie frasi più frequenti. Le ricariche da 10 euro che poi in realtà erano 8 perché c’era la tassa e allora dovevo prevedere quanti sms e quante chiamate potevo fare. Ti chiamo io, mi chiami tu, perché non mi hai richiamato? Perché non sei entusiasta di questa notizia che ti ho dato? Non avevi capito fosse importante? Abbassa il tono. Ma sono tranquillo sì. Pronto? Mi hai chiuso il telefono? Vai su MSN, metti la webcam che voglio vederti. Potresti almeno non fare niente mentre sei con me. Era solo una mia collega, dovevamo studiare. Ah pure tu studi con l’amico, ma lo dici per dispetto? Anche tu mi manchi, non litighiamo dai. Certo che voglio vederti, appena posso prendo il treno. L’altra volta non potevo dirtelo, c’era gente intorno. Ma non è che mi vergogno. Ora mi vedi? Ti piacciono questi capelli? L’immagine del pc si è bloccata. Mi senti? Anche se non mi senti, spero sempre tu mi possa capire.

Playlist aggiornata, buon ascolto!

Maledette promesse

Se voglio posso uscire dal giro. Così mi dicevi. E’ l’ultima, no spè, ne è rimasta ancora dai che son forte vattene a casa. Non fa male presa poca e in occasioni speciali. E ogni giorno era un momento speciale. L’esame, l’incontro, la stanchezza, la noia. Maledetta noia. E la stupidità. E smettila di trattarmi come un bambino. Mi facevi incazzare perché non c’era motivo, non trovavo il motivo. Lei mi chiedeva di te e io le dicevo ma non sei la sua ragazza, parla con lui. Mi dicevi grazie bellezza che non le hai detto niente. Poi mi guardavi con lo sguardo scavato, difficile ormai da mascherare. Ti prego, fallo per lei, fallo per te, escine. Ti aiuto. No, non mi serve a una mazza il tuo aiuto, pensi di essere migliore di me? mi dicevi piegandoti con il viso sul tavolo dove a Natale giocavamo a carte. Bei tempi. Domani smetto, te lo prometto. E’ l’ultima. E l’indomani avevi smesso. Come promesso. Con tutto, con tutti. Maledetta l’ultima. Maledette promesse.

Playlist aggiornata, buon ascolto

Preciso che su questo post non rilascerò risposte ai vostri commenti. Mi limiterò a leggervi con attenzione come sempre. E’ stato complesso scriverlo e fornire ulteriori parole a riflessioni personali sulla tematica mi farebbe sentire di troppo . Spero possiate capire e che scriviate comunque i vostri pensieri che apprezzo sempre. Un abbraccio, Curi

Labbra

Su quali labbra hai lasciato il sapore di mare, il sapore del sale dopo una nuotata, dopo che ti ho fatta cadere giù nel fondo per scherzo e poi hai acchiappato anche me dalle punte dei piedi e mi hai trascinato in quei fondali così cristallini. Su quali labbra hai lasciato il sapore del gelato alla vaniglia col cioccolato fuso che si squagliava quell’estate, colava ai bordi e recuperavi in scivolata per non perderne nemmeno un angolino. Su quale labbra hai lasciato il sapore di sangue dopo che ti eri morsa mentre mangiavi una pesca e hai chiuso gli occhi per il dolore, hai agitato le mani per il nervosismo e perché sapevi ti si sarebbero gonfiate. Su quali labbra hai lasciato il tuo sapore dopo una lunga dormita, schiudendole piano in un sorriso meravigliosamente bello che incorniciava il tuo volto e i tuoi occhi minuscoli e assonnati. Su quali labbra hai lasciato la tua anima. Sulle mie. Poco importano quelle dopo. Sappiamo che prima o poi dovrai venire a riprendertela.

Playlist aggiornata, buon ascolto! 😉

Troppo familiare

All’annuncio del numero del treno, il brivido di un flashback mi percorre tutta la schiena. Controllo il biglietto, per sedare il panico di non essere al posto giusto nel momento giusto. Un po’ quello che ti chiedi sempre. Quel vagone troppo familiare. Trovo il mio posto e mi siedo. Sembra che ci sia la mia forma in quel sedile. C’è un graffio in un angolo, proprio simile a quello che feci anni fa per ricordare quel momento. Dieci anni, eppure sembrava proprio il treno dove ci eravamo presi per mano senza volerlo e lasciati volendoci ancora. Una signora fa per sedersi “mi scusi è occupato”. Lei controlla il biglietto e ho ragione. Io l’avevo detto in preda all’emozione, irrazionalmente. Ma non avevo riservato. Controllo la mia prenotazione. Era vero. Avevo prenotato per due. Proprio come quella volta. Proprio come dieci anni fa. Proprio su quel treno. Ma senza di lei. Solo i miei ricordi accanto, in silenzio, che mi prendono per mano. La tua mano.

Cosa stavamo facendo

Ci siamo trovati e ritrovati. Promettendoci sempre che sarebbe stata l’ultima volta. Cosa stavamo facendo? Entravi, ti versavi dell’acqua frizzante mentre io fumavo. Ti svestivi, ti svestivo, mi svestivo e mi svestivi. Coprivamo la vergogna con il lenzuolo che sapeva di noi. Cosa stavamo facendo? E poi sorridevi e mi dicevi che dovevo smettere di fumare, e io ti chiedevo cosa ti importava. Non rispondevi. Ti dicevo di controllarti quel neo, mi chiedevi perché preoccuparsi. Non rispondevo. Ridevamo. Stavamo stesi più del previsto. Mi chiedo se lui ti aiuta mai a rivestirti. Forse tu vorresti chiedermi se lei mi aiuta con la cravatta. Cosa stavamo facendo? Vorrei chiederti se ti manco mentre sei a casa vostra, dandoti così il diritto di chiedermi se tu mi manchi a casa nostra.
Sì. Non me lo chiedi. Cosa stavamo facendo.Cercavamo di essere felici con le persone giuste. Nel modo sbagliato.

Playlist aggiornata, buon ascolto mi raccomando 😉

Regole non scritte

Quanto ti sei sentito a disagio quando, dopo esservi salutati a fine serata, scopri che dovete andare verso la stessa direzione della città e potreste fare la strada assieme ma tu fai finta di aspettare qualcosa e lo fai solo perché sarebbe strano? Chi lo ha deciso che sarebbe stato inopportuno camminarle a fianco fino alla fine, chi ti ha detto che lei non ti ha cercato con la coda dell’occhio sperando fosse lei quella che attendevi? Quando ti sei sentito dire che la giornata era stata così pesante che se avesse potuto sarebbe andata a dormire in quel momento, ed erano solo le otto di sera, quanto ti sei sentito di troppo e avresti preferito fosse un invito a condividere il cuscino ad un orario improbabile piuttosto che un invito a sparire? Chi ha detto che non volesse davvero la tua presenza e aspettasse che ti facessi avanti? Le regole non scritte, che non scrive nessuno, ma scrivi tu stesso nella tua testa per giustificarti ogni volta che non hai il coraggio di fare qualcosa.

Un ringraziamento ad A. / Playlist aggiornata, buon ascolto!

Fotografie

Sarà che non mi reputo bravo a fare foto. A lei invece piace. Quando ci siamo visti io volevo fare degli scatti di noi due in uno degli svariati momenti assieme, da soli, vicini a vari panorami entusiasmanti o meno. Anche di nascosto. Ma non l’ho fatto. Ci ho pensato, ma mi sembrava sempre di sminuire quel momento. E se poi il momento successivo fosse stato più importante? Non potevo fare una foto ogni due secondi, perché sarebbe andata così. La realtà è che, sorprendendomi, neanche lei ha fatto fotografie. Ma se le avesse fatte, io avrei considerato quel momento speciale. Mi sarei paragonato a un Colosseo o un bel tramonto che non voleva dimenticare. Ma, ancora più bello, sarebbe pensare che lei non ha fatto nemmeno una foto perché la pensava come me. Ché ogni attimo era importante. E viverlo con gli occhi propri in quelli dell’altro era meglio di un obiettivo e di un qualsiasi filtro per conservare le emozioni che provavamo in quel momento.

Playlist aggiornata, buon ascolto!

Attese – Miracolo (oltre le dodici righe)

Ricordo bene le volte che l’ho aspettata sotto casa sua. Arrivavo in orario pur sapendo che sarei rimasto lì. Mi metteva ansia, un po’ di nervosismo e le scrivevo di muoversi. Quando apriva il portone le avrei chiesto di rifarlo mille volte perché vederla uscire dal niente era come un miracolo. Mi è tornata in mente la prima volta che doveva venire a casa mia. Ed ero sempre io a dover aspettare. Volevo che tutto fosse perfetto, anche se dicono che è difficile e suona strano vedere un uomo con la casa troppo in ordine. Sembrerebbe da psicopatico. Ma nel dubbio, meglio apparire uno psicopatico ordinato che uno disadattato. Sentivo i suoi passi mentre ancora era a casa sua: chilometri di battiti fino al mio portone. E pulivo angoli remoti del letto mentre lei si infilava il vestito. Buttavo cibi scaduti mentre lei cercava di arrivare alla cerniera che le accarezzava la schiena. Ah, quanto avrei preferito essere lì. Avevo trovato un vecchio maglione caduto in disgrazia dietro l’armadio. Non volevo esplorare oltre. Una casa perfetta, ci avevo impiegato poco. Come poco ci avrebbe impiegato lei ad arrivare. Era in ritardo di cinque minuti. L’ansia aumentava, soprattutto dopo quella fatica. Dieci, venti. Mezz’ora. Suona il citofono. Infarto. “Chi è?” “Aspetti qualcun’altra?” . Non rispondo nemmeno, mi specchio nei miei occhiali mentre la sento salire le scale. Alito sulla mia mano, che ancora odora di Viakal, ma è troppo tardi. Eccola sta per apparire sul pianerottolo. Chiudo il mio portone. Aspetto che bussi. Bussa. Guardo lo spioncino, lei lo deve aver sentito perchè saluta. Lo chiudo. Lo riapro e la vedo innervosirsi un po’. Sorrido, penso che sia quasi lo specchio delle mie attese. Apro il portone. E’ bellissima. “Che ordine. Sei mica un serial killer?”. Panico. “Mi piacciono gli uomini ordinati”. Il miracolo.

Distanza amichevole

Me ne stavo seduto alla finestra aspettando. Il sole spaccava le pietre, e lei era amica mia. In fondo al cuore sapevo di provare qualcosa per lei, ma non era mai il momento giusto. Perché il momento giusto, razionalmente, non c’è mai. Io, irrazionale di natura, coi sentimenti provavo a ragionare. E me ne stavo seduto alla finestra ad aspettare che piovesse. Era primavera inoltrata e le avevo chiesto di uscire oggi. Sapevo che doveva piovere, e forse era il momento giusto. Camminavamo sempre ad una distanza che io definivo amichevole, la distanza che non permette fraintendimenti. Oggi però ero felice, perché avrebbe piovuto.Con in tasca l’ombrello andai sotto casa sua.Quando uscì dal portone era cominciato l’acquazzone ma era scesa senza ombrello.Forse anche lei sperava che piovesse. E,per non bagnarsi,mi prese il braccio e appoggiò la testa camminando.Era quello il momento giusto. Quando smettemmo di rispettare quella distanza amichevole.

Playlist aggiornata, non perdetevela mi raccomando! Buon ascolto 😉

Voci precedenti più vecchie Prossimi Articoli più recenti