Sportiva

So che sei una ragazza sportiva, ma io preferisco avere il cuore a mille perché mi chiami piuttosto che per una corsa sul tapis roulant. I crampi, quelli mi piacerebbe averli perché ci siamo seduti con le gambe incrociate a guardar le stelle e non riusciamo più a sbrogliarle. Il dolore ai polpastrelli, lo accetterei senza problemi se fosse perché ho suonato la chitarra facendo il barrè con canzoni assurde per impressionarti, non perché sono rimasto appeso alla sbarra. La tartaruga, quella potrebbe anche arrivare dopo ore di flessioni, ma io preferisco regalartela e scegliere assieme un nome e darle da mangiare. Per anni mi sono allenato, ho applicato e dimenticato il fair play, ma l’amore non è uno sport e per quanto possa avere qualche tattica in mente, per quanto abbia cerotti pronti per l’uso, preferisco continuare ad essere totalmente impreparato e farmi venire i crampi e perdere il respiro stando fermo davanti ai tuoi occhi.

Playlist aggiornata 😉 Buon ascolto!

Grandi amici

Mi incolpavi spesso di essere geloso senza motivo. Mi ricordo quando lo incontrammo una volta e ti ho chiesto chi fosse quel tizio e come mai quell’affetto immenso tra voi e mi hai rimproverato dicendo che era solo un amico. Ho incassato, in silenzio. Al tuo compleanno stava per arrivare la mezzanotte, eccola, ma ti arriva un messaggio. Accidenti quanto è rapida tua sorella, ah no è lui, vabè scusa poteva aspettare… e mi hai detto che era solo un amico. Ho incassato anche qui, pur pensando fosse un tempismo eccessivo. Suonano al portone, sei tu zuppa, ti chiedo come mai non mi hai chiamato che ti venivo a prendere e hai detto che ti ha portato lui. E mi hai detto che era solo un amico. Ho incassato il colpo, anche se al limite. Potrai capire quanto non mi abbia stupito scoprire che tu avessi aperto da tempo il portone del tuo cuore a questo grande amico quando lo avevi già chiuso per me senza dirmi niente. Che fortuna avere degli amici come i tuoi.

Playlist aggiornata. Buon ascolto 😉

Supereroi e horror

Ah il primo film al cinema. Ricordo quella volta che gli amici mi invitarono a vedere un horror al cinema. Ora, io non amo gli horror. Mi diverto a vedere gli altri spaventarsi, ma se sono io un po’ meno. Ma tant’è che ci andai perchè sapevo che c’era lei. Sbaragliai la concorrenza e mi misi a sederle accanto e mi chiese se poteva tenermi la mano e nelle scene crude stringermela. Richiesta bizzarra, ma non ho mica protestato. Volevo fare il supereroe e dissi di sì. Il film non penso che lei lo vide proprio, con gli occhi rannicchiati in un angolo della sua faccia. Io ero con l’occhio semiaperto (quello che lei poteva vedere) e l’altro chiuso. All’uscita del cinema avevamo le mani gonfie e pulsanti per quanto le avevamo strette. Lei si scusò, era in imbarazzo, ma io volevo tenerla ancora per mano. E la invitai al cinema un’altra volta senza dire niente sul titolo. Fu il film più romantico da vivere per due ore mano nella mano con lei. Ah, ovviamente, scelsi un horror.

Playlist aggiornata, buon ascolto 😉

La sera in cui

Mi manca la sera in cui non ho concluso niente. Eri li davanti a me che mi chiedevi cosa volevo, io volevo chiederti cosa volevi tu e nessuno dei due sapeva cosa voleva l’altro e forse nemmeno sapevamo cosa volevamo da noi stessi. Mi manca la sera in cui non ho concluso niente. E anche se tornassi indietro nel tempo e sapessi già che la prima volta non avevo concluso niente so che andrebbe nello stesso modo. Perché, in fondo, sono sempre la stessa persona che si lascia guardare senza rispondere e guarda te per avere risposte. Perché, come ora, anche ai tempi sapevo cosa volevo. E non ho comunque concluso niente. E perché, nonostante tutto, sorrido sempre ripensando alla sera in cui non ho concluso niente. Come sto sorridendo ora che te lo sto raccontando. E stai sorridendo anche tu mentre mi guardi, ma senza farmi domande stavolta. Chissà se mi mancherà anche questa sera in cui non so se concluderò qualcosa. Forse sì.

Playlist aggiornata 😉

Tra orecchio e base del collo (Più di dodici)

La luce penetrava dalla finestra accarezzandole quel punto che io amo baciarle, tra orecchio e base del collo. E quel punto è solo mio: se qualcuno lo guarda anche di sfuggita io non ne sono felice. Ma quel raggio non mi faceva invidia e non disturbava i suoi occhi, decisi perciò di farlo entrare nel nostro mondo. Quella maglietta che le arrivava poco sotto le ginocchia, di un tessuto molto leggero, si appoggiava leggera sui suoi seni e i suoi fianchi, lasciando intravedere qualcosa tra cui l’ombelico sul quale poggiavo sempre il bottone rotto del mio giaccone quando aveva la pancia scoperta e io stavo uscendo. La guardavo dormire, con un respiro così sottile che le prime volte stavo sveglio tutta la notte perché pensavo fosse morta. E senza sapere nulla, sapevo che avrei voluto morire prima di lei eventualmente. Non sapevo cosa sarebbe successo in quella giornata, e nella mia vita da single degli anni A.L (Avanti Lei, così li definivo, così come D.L. per quelli dopo) mi svegliavo tardi e mi coricavo tardi perché ero convinto che potessero accadere meno casini nelle ore notturne. Ma ora mi sveglio prima, poco prima di lei, e mi prendo questi dieci secondi per capirla e capire me stesso. Poi, per errore o meno, sposta sempre la sua mano sul mio petto, apre gli occhi e mi chiede scusa e spera (falsamente) di non avermi svegliato. Ha la voce di chi è andata chissà dove nei suoi sogni, gli occhi di chi vorrebbe dormire sempre, e non vuole che la bacio perché “so di chiuso”. Mi fa impazzire d’amore questa cosa, e penso al sole che si fa più convinto e ti illumina bene, ti rende così bella e io non resisto più che ti dico che non me ne frega niente, ed è colpa tua che sei così e ti bacio con la mia bocca che non è granchè nemmeno lei. Ma te ne freghi pure tu. Allora sei perdonata per avermi falsamente svegliato, ti guardo spogliarti e guardarmi con la coda dell’occhio perché vuoi essere guardata ma vuoi anche coprirti lasciando quello spazio tra orecchio e base del collo, e lo fai con dolcezza. Allora mi prendo altri dieci secondi, ti guardo ancora e so che posso stare bene anche nelle ore diurne. E apro le persiane.

Sono più di dodici righe, ma oggi mi predo questa libertà sanvalentiniana 😉 Buon ascolto della playlist!

L’inizio

L’inizio di una cotta è quando, dopo ore a scriversi, tu saluti di fretta e non leggi come l’altro ti ha salutato fino al mattino dopo e sogni tutta la notte cosa cavolo ha potuto dirti, ti svegli prima del solito semmai sei riuscito a dormire veramente perché hai fissato lo schermo senza toccarlo per prova di forza, leggi e inizi la giornata sapendo come e con chi vorrai concluderla un’altra volta. L’inizio di una cotta è quando, sempre dopo esservi scritti per ore, la vedi in carne ed ossa e provi a nasconderti dietro un palo della luce, dietro al tuo amico più alto e lei ti guarda perché cerca di capire la tua paura. Poi appena va via le scrivi perché sai di aver fatto una figuraccia. Ma lei sorride mentre prova a decifrarti, e tu non lo sai perché ti sei nascosto. L’inizio di una cotta è provare ad essere migliori di ciò che siamo o provare a fregarcene quando invece cerchiamo solo di scorgere in quello sguardo dell’altro qualcosa che ci faccia capire che non siamo i soli in questa follia.

Playlist aggiornata, buon ascolto 😉

Come quando

Come quando stai guardando un film coi genitori, e senti che sta per arrivare: una scena un po’ spinta. E allora guardi altrove, fai domande di qualsiasi tipo ad alta voce, ti alzi e prendi un bicchiere d’acqua, ti viene lo stimolo di aprire l’elenco del telefono vicino a te. Come quando ascolti una canzone, sai che sta arrivando un pezzo in cui c’è una parolaccia e sei con persone che non conosci allora aspetti che magari le dicano loro e ti unisci al coro, perché vuoi essere educato. O nessuno le dice, si fa quel <mmhhmmm> di quando non sai cosa dice il cantante ma lo sapete tutti benissimo. Ecco, quella volta in cui avevamo smesso di parlare, avevo quel sentore e sono sicuro lo avessi anche tu. Il momento in cui “devi” baciarla. Ché sennò dovrai guardare altrove o cantare <mmhhmmm> per far passare quell’occasione persa. Ti guarda le labbra, stai per morire:  “sai mi sembra come quando sei coi genitori e c’è una scena spinta”, <mmhhmmm>.  E lei ti bacia.

Ne valeva la pena? (18righe)

Ne valeva la pena? Perché quando macino chilometri e chilometri anche solo per vederla alla stazione, per prendere un caffè o sapendo che deve prendere un volo e cerco una coincidenza per stare in aeroporto nello stesso momento, qualcuno lo può reputare fuori di testa. Chilometri per un caffè, per respirarla, per farla sentire importante, adducendo impegni immaginari o decisamente procrastinabili o annullabili. Ma lei no. Non è un impegno, non è procrastinabile. Figuriamoci annullabile, anche se ci hai pensato. Anche solo un caffè, che io non bevo. E agli amici racconti edulcorando, a mozziconi, per non farti insultare “Sai, con l’occasione che ero lì (a chilometri di distanza e altri continenti)…”E l’occasione della vita era lei. Racconti di incroci fortuiti cercati al dettaglio, quando vorresti nettamente dire “Sì, sono andato per lei”. E a chi capisce prima che tu possa parlare, viene subito il timore che tu lo abbia persino detto alla diretta interessata perché, oh, non si fa mica. E non lo hai detto, adducendo i motivi inesistenti di cui sopra. Quando invece le avresti voluto dire, prendendole la mano o forse no perché ti suda da morire: “Sì, sono venuto per te”. E vedere nei suoi occhi quell’attimo di panico, le labbra staccarsi dalla tazzina, uno starnuto per deviare il discorso, il suo respiro e, se sei fortunato, con una punta di coraggio e malizia chiederti se ne era valsa davvero la pena e tu, rimanendo nel tuo silenzio, l’avresti baciata con un sì.

Spero che aver scritto più delle usuali dodici righe ne sia valsa la pena, un modo per iniziare questo 2016. Playlist aggiornata 😉 buon ascolto!

Mi innamoro, una riga per volta (riassunto di un romantico senza speranza nel 2015)

Ti guardo
Mi piaci
Faccio finta che non mi interessi
Aspetto
Ora è il momento
Mi innamoro
Ora è il momento
Aspetto
Faccio finta che non mi interessi
Mi piaci
Ti guardo

(sei andata via)

Con questo post, che potrei scherzosamente chiamare riassuntivo del “romantico senza speranza”, vi faccio tantissimi auguri di una buona conclusione del 2015 e un fantastico inizio – e prosecuzione del 2016. Voglio cogliere l’occasione per ringraziare tutti quelli che si sono sorbiti le mie presentazioni, questo anno passato è stato l’esordio di Curi davanti a persone in carne ed ossa che lo sentivano parlare di quello che era nato come un piccolo spazio sul web e si è trasformato in un luogo e poi in un libro. Grazie a tutti gli amici, ai blogger, agli sconosciuti, a chi è stato di passaggio, agli amori di passaggio, alle cotte, alle meteore, alle bruciature e scottature, agli abbandoni e ai ritorni, a chi mi ha ispirato a chi è stato ispirato, a chi mi ha scritto in privato e chi pubblicamente, a chi non ha creduto in me e a chi lo ha fatto anche in silenzio, a chi mi ha mentito a chi mi ha detto la cruda verità, agli amici nemici e nemici amici, alle persone che non ho capito e non voglio capire, al mettermi nei panni altrui sbagliando taglia, ad una città ancora da scoprire, ai messaggi vocali, alle spunte di whatsapp e gli accessi che fai finta di non controllare, alle volte che desideri essere speciale e non lo sei, a chi vuole essere speciale e tu non gli dai sazio, a chi non mi ha capito e chi continua a non capirmi e mi segue comunque, ai treni dove ho scritto, all’ispirazione notturna, ai progetti che sembrano incompleti, ai baci rubati che sono più belli di quelli legali, ai no che mi sono andato a prendere con consapevolezza, alla testardaggine, allo straparlare. Ecco un po’ di quel tutto che diventa unico.
Grazie a questo 2015 che è stato veramente un anno a cui devo tantissimo.

Di cotolette, paninelli, sangue slavo e pastina scotta (nonni)

La noce moscata sulla mensola accanto alla porta. La mano che ti davo per camminare, che probabilmente eri tu a guidarmi. Il sangue slavo nelle mie vene che ogni tanto tiro fuori per farmi figo. Le camminate chilometriche che si concludevano col paninello all’olio. Gli occhiali da vista e i capelloni bianchi. Foto in cui sorridi e io pure. La cotoletta di pollo inimitabile. Io che porto il tuo nome, e viceversa. Partite a carte. Lettura del giornale davanti alla tv telefunken anni 80. Il passero seppellito nel giardino in mia assenza. La pastina scotta. Il carretto coi dadi colorati. L’ultima volta assieme. L’invidia per chi oggi può chiamare i propri al cellulare. Io però ricordo quel fisso, che per comporre i numeri dovevi girare la ruota. Di gente senza importanza ricordo ancora la voce. Mi sento in colpa, cari nonni, sto dimenticando la vostra. Ma spero mi perdonerete grazie a tutti questi e altri ricordi che porto sempre con me e rivivono nei racconti dei vostri figli.

La canzone, apparentemente fuori tema, è stata scelta perché mi ricorda un mio maldestro tentativo di suonarla con la chitarra da adolescente facendo un duetto con mia nonna che cantava. Per cui, accettatela 😉 Buon ascolto!

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