Il 7-8-9 novembre, cioè il prossimo weekend, ci sarà la rassegna della Microeditoria (maggiori info su http://www.microeditoria.it/) a Chiari, in provincia di Brescia.
Sabato 8 Novembre, di pomeriggio tra le tre e mezza (escluso ritardi del treno, dato che vengo da Roma) fino alle sei-sette credo, sarò allo stand del mio editore SensoInverso (starò anche un po’ in giro, per cui non ve la prendete se non mi beccate…).
Tutti e tre i giorni ci saranno copie del libro “Dodicirighe” che potrete sfogliare e decidere di acquistare se volete o portare la vostra copia e vi farò una dedica, ma soltanto sabato 8 ci sarò io in persona a prendere insulti o qualsiasi tipo di commento 🙂
E’ un’occasione per incontrarci di persona, conoscerci e scambiare due chiacchiere.
Oltre a dirvi che è un’ottima iniziativa “per far crescere la felicità interno lordo” è anche un modo per andare oltre lo schermo e guardarci negli occhi 😉
Spero possiate farcela. Sennò spargete la voce!
Io ci sarò! Voi ci sarete? 🙂
Se sarò abbastanza in grado di farlo, cercherò di esservi “Live” su Twitter/Facebook con aggiornamenti vari, usando gli hashtag #curi #dodicirighe #microeditoria14
Anche in questo caso il post va oltre la sua lunghezza usuale. Anche in questo caso era stato originariamente postato su un altro blog che ora non c’è più. Anche in questo caso, spero che mi perdonerete e vi auguro buona lettura e buon ascolto della playlist! 😉
Non era una cosa che avrei mai fatto in precedenza.
Mi sono sporto da pendii costieri e da punti che superano idealmente il primo piano di un palazzo – mio limite per le vertigini di cui soffro sin dalla nascita.
Ma non ho avuto paura. Non so se per la conformazione fisica del territorio o per la conformazione mentale della situazione.
“Cosa provi quando hai le vertigini?”, mi hai chiesto sapendo del mio terrore che tu non comprendevi.
“Immaginala come una forza che mi spinge verso il punto che guardo, mi si paralizzano le gambe e mi batte il forte il cuore”. Inutile dire che era la stessa cosa che provavo ogni volta che mi guardavi negli occhi.
Sembrava una scena da film, in cui la risposta a una domanda banale cela una verità più profonda, imbarazzante da dire. Un pò adolescenziale forse. Potrebbe suonare male pensarti come il mio precipizio, ma se ricordo quanto sia stato meraviglioso affacciarmi nel tuo mondo e negli abissi della tua vita, allora il paragone non è troppo azzardato.
E’ passato tanto tempo ormai, probabilmente non ci vedremo mai più.
Ma nel profondo del mio cuore ti sarò sempre riconoscente per avermi fatto provare emozioni che credevo impossibili e avermi spinto oltre le mie paure, anche se non lo saprai mai e mi ricorderai come il ragazzo che non va oltre il primo piano.
Questo post era stato pubblicato su un altro blog dal nome “A più mani” che, purtroppo, non c’è più. Il testo va oltre le dodici righe usuali, ma penso mi perdonerete – come accade quando sforo – perché un numero diverso non poteva averne. Qualcuno lo conoscerà già, altri no. In più stavolta c’è la canzone nella playlist, e vi auguro buona lettura e buon ascolto 😉
“La lettera che non ti ho mai scritto ha il sapore dei baci mai dati. Delle parole rimaste in gola.
Se sono qui, con la mia penna in mano, è perché dopo tanti anni per le mie dita non era stato sufficiente sfiorare la tua pelle o toglierti il cioccolato dal lato destro delle tue labbra. Per anni avrebbero voluto di più. Avrebbero voluto sfiorarti i capelli, spostarli dal tuo viso. Ma poi. Questo era il mio vero problema: cosa avrei fatto dopo. Mi sono trascinato per tanto tempo per cercare la situazione perfetta per agire. La battuta giusta da fare. I centimetri giusti per non sbagliare. E non ho fatto niente. Ho continuato a pulirti il viso se ti sporcavi, a ingoiare parole affogando tra la paura, la vigliaccheria e l’incertezza del poi.
Ho provato a scriverti tante volte, perché sono più bravo nel silenzio. Ma poi – ecco che ritorna – mi domandavo cosa avresti potuto rispondermi.
Ora sono qui a chiedermi se tutte le volte che avevo i capelli davanti agli occhi anche tu avresti voluto spostarmeli ma ti chiedevi del poi. Se le macchie della giacca che mi pulivi erano un po’ come le tue labbra per me. Ti scrivo adesso perché so che non potrai rispondermi. Perché fino all’ultimo la paura mi ha comandato. Perché procrastinare era quasi affascinante. Perché quando ho letto il manifesto e ho ricevuto la telefonata di tuo fratello in lacrime ho smesso di chiedere. Perché non c’era più un poi, ed è stato maledettamente più facile scriverti.
La lettera che non ho mai scritto avrei voluto avesse una diversa conclusione. Ma ho capito troppo tardi che al cuor non si domanda.
Sarò sempre a un passo da te e spero che anche tu non sarai troppo distante da me.
Ebbene sì… (Un grazie enorme a Silvia che ha avuto la pazienza di riprendermi e aiutarmi col video!!) – lo trovate anche in alto nel nuovo menu “Il libro”, ad imperitura memoria di questo mio immenso imbarazzo ma anche enorme emozione 😉
Per ulteriori info, sulla destra del vostro schermo c’è la sezione riguardante il libro con dettagli. O potete sempre scrivermi a dodicirighe@gmail.com
Grazie a tutti voi per il supporto e spero che vorrete accompagnarmi in questa avventura!
Questa è la storia di quanto ero fiero del mio letto a due piazze. Dopo tanti anni in letti singoli, in stanze condivise dove stare in silenzio per non disturbare. Potevo accendere la luce a mio piacimento di notte. In questo letto ho dormito in orizzontale, diagonale, verticale, a stella marina. L’ho occupato col mio zaino, bruciato con la batteria del mio computer che sembrava decollare per il suono che faceva quando si surriscaldava. I due cuscini li usavo per stare più comodo. Il vuoto accanto a me durante la notte non mi metteva a disagio, era solo più spazio per me. Nonostante avessi una preferenza per il lato destro del letto, che aveva preso la mia forma, continuavo a sentire mia anche l’altra. E lo era. Come tutta la stanza. La storia ha voluto che mia sorella mi implorasse di ospitarti, per l’inverno che stava arrivando e non avevi dove andare. In nessun universo lo avrei mai fatto. Ma la storia e l’universo vollero che tu comunque bussassi alla mia porta.
Eccomi ancora qui, cari amici. Ventiquattro mesi, dodici righe, due anni (alcuni numeri legati alla mia età, per i fanatici delle coincidenze di questo tipo). Così avevo esordito quel pomeriggio di Agosto, davanti ad un pc, in canottiera senza maniche, pantaloncini e con in mano un cuore che viveva strani giorni.
Mi vengono in mente tutti i momenti in cui ho timore di aver perso l’ispirazione, quando non scrivo e i giorni senza niente diventano più del “solito”. Poi mi rendo conto che non esiste un “solito”, che il vuoto mi ispira ed è mio amico, che per come sono fatto scrivo quando mi viene e basta. E la paura va via.
Sono passati due anni dall’inizio di questo blog. I lettori sono aumentati, qualcuno è andato via (ad es. Masticone dove sei??), qualcuno è rimasto. Sono contento che ci sia un’interazione tra di noi, che non sia solo un mio esprimermi e basta.
Grazie a tutti gli amici blogger!
Ci sono persone che non ho mai ringraziato, e persone che ho già ringraziato. Persone legate a questo blog, o legate alla mia vita di tastierista di emozioni (strumento non musicale ma informatico, nda). Non è una lista esaustiva, come sempre, ma io vado comunque. Ed eccomi qua.
Vorrei ringraziare J., senza la quale questo blog non sarebbe nato. E che continua a non saperlo. Ringrazio A., per avermi regalato l’agendina dove ho cominciato a scrivere senza sapere che sarebbero state dodici righe. Ringrazio Mousaios-Tardoromantico, mio primo blogger di riferimento di decenni fa che mi ha aiutato a capire come il web potesse regalare emozioni e a cui devo molto. Ringrazio i SOAD che mi aiutarono a scegliere il titolo del mio primo blog. Ringrazio M., unico lettore a cui permettevo di entrare nel mio blog privato, compagno quasi quotidiano. Ringrazio L. per esserci sempre. Ringrazio D., per avermi ispirato qualche racconto di passaggio e che comunque continua ad abitare nelle mie terminazioni nervose. Ringrazio V., per aver fatto parte dei miei pensieri adolescenziali. Ringrazio E., per avermi purtroppo fatto fare il cattivo. Ringrazio G., perché ero un bambino. Ringrazio N., per la scossa che mi ha dato. Ringrazio M., perché ha fatto nascere e morire tante cose, causa e conseguenza di tanto. Ringrazio la mia famiglia, per tutto. Ringrazio Guccini per avermi insegnato a trasformare le parole in immagini. Ringrazio Boll per il suo “Opinioni di un clown” che mi ha fatto compiere il passo e per avermi insegnato l’amore struggente. Ringrazio “Seta” di Baricco per l’amore delicato che mi ha insegnato a comunicare e lo stile. Ringrazio i miei amici che mi leggono (le iniziali sarebbero troppe qui) e tutti quelli che non conosco e continuano a farlo. Ringrazio coloro che mi ispirano senza saperlo, quelli che non mi sopportano e mi aiutano a migliorare o peggiorare.
Questo sono io a due anni dall’inizio del blog. Questi siete voi. Questi siamo noi. E spero che continueremo in questo scambio di emozioni e spero di continuare a regalarvi un piccolo brivido o un semplice tic quando leggete le mie righe.
Concludo con una frase del Guccio che mi accompagna spesso: “E quel vizio che ti ucciderà non sarà fumare e bere, ma qualcosa che ti porti dentro cioè vivere, vivere e poi, e poi vivere”.
E aggiungo, in fondo al post e nella playlist, una canzone che vorrei dedicare. Senza aggiungere destinatari precisi.
Questo post – per i maniaci del conteggio – non è di dodici righe. Ma non importa, ognuno ha la sua firma e su questo non c’è la mia, come vedrete alla fine del post. Mi sono affidato alla mano, testa e cuore di un’amica dopo che le ho chiesto di ascoltare la versione di Mia Martini.
Già quel profumo di agrumi mi annebbia il cervello, provo a stare in apnea: ed è qui che sento quel sapore di fragole.
Basta!
Prendo il mio manuale sulle ossessioni, cerco nell’indice un modo per sconfiggerle, mi stendo di pancia, mi metto di fianco, di schiena, con la testa penzolante dal letto, ma la mia immaginazione sale come sangue al cervello, incrocio il mio sguardo allo specchio e me ne vergogno, rimprovero il mio colorito vermiglio.
Mi alzo e do, con la chioma, un colpo di frusta a quell’aria viziata, corrotta dalla tua musica, squisita e degenere.
Chiudi la porta quando vai via, e lascia sul letto la mappa dei miei pensieri.
Lasciami essere mia.
Bene, è giunta l’ora di chiudere l’evento live social! Grazie a tutti voi per le domande e spero che, almeno per oggi, abbia risposto come speravate e senza troppo mistero! Continuate sempre e comunque a scrivermi su dodicirighe@gmail.com e su Ask (http://ask.fm/eucuri) quando ne avrete voglia.
A presto con un nuovo post!
Curi
Eccomi qui, amiche e amici, con un altro pezzo scritto per il blog “A più mani”.
Una delle proposte del team era titolata “la lettera che non ti ho mai scritto”. Mi ci sono buttato subito.
Spero vi piaccia, fatemi sapere! – non temete non ho abbandonato dodicirighe! 😉
Sono diventato una presenza quasi quotidiana nel mio blog, non per i commenti ma per i post. Fermatemi!
Scherzi a parte, quando ho ricevuto l’invito a essere uno degli autori del blog “A più mani” la mia reazione è stata di bere un bicchiere d’acqua e tirarmi pizzicotti. Ho accettato, cavolo se ho accettato!
Qui sotto trovate il titolo (che fa anche da link) al primo racconto che ho scritto stamattina. Non sono dodici righe, dato che comunque non è il mio blog, e ho deciso di andare oltre questa volta e provare! Spero di non aver straparlato!