In vino brevitas

Eri buona come un vino rosso della migliore annata, dal valore inestimabile. Non mi sono mai chiesto quanti sommelier avessero avvicinato le loro labbra al tuo sapore, l’ho fatto anche io e basta, senza troppe domande o alcuna esperienza nel settore. Eri buona. Veramente buona. Mi sono inebriato, annegando dolcemente. Peccato che il vino rosso mi fa star male. Ma io lo sapevo, eccome se lo sapevo. Ma ti ho voluta lo stesso. Ora mi ritrovo a guardare quella bottiglia con un calice vuoto a fianco passando il dito sul bordo e aspettando che diventi l’aceto con cui condire le macerie di ciò che è stato e poteva essere.

Playlist aggiornata – la ascoltavo mentre scrivevo. Buon ascolto!

Decennale fuori sede (9 settembre)

Tengo in mano questo biglietto che conservo nel portafogli da sempre. Da una vita. Da quello spartiacque. A malapena si leggono il numero del sedile e la data del volo. Quel giorno lo ricordo bene: capelli rasati (perché l’unico che poteva tagliarmi i capelli era il mio barbiere di fiducia da una vita e nessun’altro in terra straniera poteva toccarli, e avevo calcolato che sarebbero durati fino alla prossima discesa), pantaloni bianchi e camicia bianca a maniche corte da sembrare un narcotrafficante. Era una giornata di sole di settembre meridionale. Avevo la fretta di restare e quella di partire. La voglia di novità e nostalgia per qualcosa che non avevo ancora lasciato. Il check in rapido lì davanti a me. Il tempo di salutarsi in privato con la ragazza, raccogliere le lacrime trattenute e conservarle in valigia assieme alle mie che non volevo versare per essere uomo. Le raccomandazioni di mio padre e di mia madre (no, non stiro ancora, mi dispiace). Quell’aeroporto era l’ultimo baluardo della mia gioventù spensierata. Superati i controlli di sicurezza si sarebbe aperto un mondo di incertezza che avevo solo visto in brochure e racconti altrui: il mondo del fuori sede. La speranza che tutto sarebbe cambiato per me andando via ma che tornando sarebbe rimasto tutto uguale, ed effettivamente era così per tanti anni ma non avevo tenuto conto di quanto mi sarei sentito spaesato e fuori posto. Quel ragazzo rapato quasi a zero, con gli occhiali, la mise da Pablo Escobar, il cuore spezzato e la voglia di avventura abita ancora dentro di me. E a volte mi tiene sveglio in qualche frazione di insonnia e mi chiede conto di tutto questo. Mi chiede di fare bilanci che non voglio fare, mi chiede se son felice, se lo rifarei. Ma quel ragazzo che era in aeroporto è partito ormai e ogni tanto guarda ciò che è stato dal finestrino della sua vita. E anche se volare gli fa una paura fottuta, la cintura la slaccia ogni tanto. E nonostante tutte le turbolenze e i rischi di precipitare che ci sono stati, quel pischello continua il suo viaggio col biglietto consumato e il cuore che continua a battere, nostalgico e per fortuna ancora desideroso di avventura.

Ringraziare le persone che ho incontrato in questi dieci anni forse è generico, ma voglio ringraziare chi mi diede la spinta a partire anche se nella mia umanità spesso rinfacciai che fosse stata la scelta sbagliata. Grazie ai miei.20160909_081808

Non chiedere

Non chiedete ad uno scrittore di scrivere per voi: lasciatevi il tempo di arrossire per la sorpresa di ricevere qualcosa e a lui la stessa possibilità. Non cercatelo se non volete che eventualmente passi delle notti in bianco. Non stupitevi se lui le passerà nè se non vi dirà che le ha passate. Non chiedetegli se quello che scrive è per voi. Nel suo universo c’è parecchio silenzio e parecchie cose non dette e forse nemmeno da dire. Non fatelo innamorare pensando che passi le giornate a conquistare il cuore fragile di chi legge, perché il cuore fragile forse potrebbe averlo lui. Non maleditelo se non corrisponde alle vostre aspettative, neanche lui a volte le attende per sè. Non maleditelo se non vi scrive cose d’amore, perché come per le cose d’amore che apprezzate anche per le altre risponde solo all’ispirazione. Non invidiate lo scrittore che scrive molto: preferirebbe di gran lunga vivere delle storie d’amore di cui narra piuttosto che sperarle narrandole.
(e per una volta lo scrittore, forse, sono io.)

Playlist aggiornata, buon ascolto!

Sport estremi

Lei mi disse che voleva fare sport estremi, che cercava l’adrenalina. Buttarsi col paracadute, da un ponte facendo bungee jumping, fare le rapide in canoa. Io la ascoltavo impaurito al solo pensiero. Quando smise di parlare, notando l’ansia, mi chiese “E tu, hai mai fatto sport estremi?”. Ero consapevole della mia completa mancanza di voglia di morire cercandomela da altezze assurde, soprattutto date le mie vertigini. Per cui per me già guardare dal secondo piano di un palazzo potrebbe essere considerato alla stregua di attraversare quei ponti sospesi nel vuoto con le sbarre di legno minuscole e a centimetri di distanza. Pensavo: c’è forse qualcosa di più estremo del vuoto nello stomaco, la mancanza di appetito, la paura di un rifiuto, le mani sudate e l’adrenalina in corpo quando stai per dire qualcosa alla persona per cui hai una cotta? Visto il mio silenzio, mi richiese: “Allora?” E io, sorridendo, le risposi: “Innamorarmi. Questo è il mio sport estremo”. E lei sorrise.

Incurata

Rivederti incurata dopo tanto tempo mi ha trasmesso sentimenti contrastanti. Non so se è stato più goffo un tuo eventuale tentativo di ripresentarti nei miei pensieri deboli, dove io ti ricordavo esattamente diversa, oppure il mio tentativo di far finta di niente mentre mettevo la mano sopra la tua per testarmi. Ma poi ho pesato che sapevi che mi avesti incontrato quella sera. Allora la cosa mi ha turbato di nuovo. Mi sono ricordato che sapevi bene che mi piacevi senza fronzoli. Non ricordo alcuna tua uscita senza un minimo di qualcosa . “Solo un pochino qui dai”, me lo dicevi sempre. E io annuivo, in fondo per me era un complimento dirti che eri bella al naturale. Questa sera che ti ho rivista dopo tanto tempo non c’è trucco, ma forse un po’ di inganno verso me stesso mentre provo questi due sentimenti contrastanti: la tristezza per averti vista appassita ma anche un po’ di soddisfazione perché non ci sono io accanto a te da poter incolpare per questo.

Mare e tuffi

Non è il tuffo, che mi spaventa. La prima volta che sprofondai senza volerlo fu quando mi scoppiò uno dei braccioli che avevo, facendomi fare una piroetta e restando con mezzo braccio e la mano a galleggiare a mo di boa e l’altra metà del corpo alla mercè del Mar Mediterraneo. Io gli occhi sott’acqua non li so aprire, brucia troppo. Il mare preferisco berlo dalla tua pelle quando esci dopo una nuotata e io ti aspetto sulla battigia perché mi prendo un sacco di tempo aspettando che l’acqua diventi a temperatura ambiente – come se un cameriere fittizio potesse offrirmela tra le opzioni. Cosa che non avviene mai. Bisogna immergersi, inutile aspettare. Ma gli occhi continuo a non volerli aprire, preferisco guardare il mare sottoforma di gocce che scivolano su di te. E l’acqua continuo a berla dalla tua pelle. Non è il tuffo, che mi spaventa. E così, per non bruciarmi e non affogare, resto sulla tua superficie.

Playlist aggiornata, buon ascolto! 😉

Citofono

Sono qui a sottolineare l’importanza fondamentale del citofono. Del tuo citofono. Lo vedevo da lontano, dalla curva a gomito e mi intimidiva come se mi stesse giudicando e si schifava per il sudore dopo la salita ripidissima. Mi avvicinavo piano, salivo i gradini e dovevo rispondere alla domanda cruciale: “Chi è?” E chi sono io? Non lo so, sono solo un ragazzo che cerca sua figlia, che vorrebbe uscire con sua figlia, vorrebbe starci per parecchio tempo, ma per adesso mi basterebbe stare per un paio d’ore, per farle capire chi sono e capirlo anche io e capire lei. Sono forse solo un messaggero, non si arrabbi la prego, vorrei porgerle un messaggio. C’è sua figlia per caso? Ci sei? Sei tu? Ti va di scendere, spero che non hai cambiato idea. Sono anche sudato, perdonami. Era una vita che non ti aspettavo, ma eccoti qui e mi va benissimo così. Attendo. Sento dei passi. E così guardo il citofono, che non mi intimorisce come prima, e spero di rivederlo presto.

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Un giorno

Un giorno riuscirò a dirti quanto mi piace perdermi in quella galassia di lentiggini sulle tue gote illuminate da quegli occhi. La notte di San Lorenzo nel mio quotidiano ammirarti senza bisogno di binocoli o telescopi. Avrò anche il coraggio di sussurrarti che amo percorrere le tue labbra mentre si aprono come un sipario pronto a far uscire lo spettacolo che è la tua voce. Ogni inizio del tuo parlare, dopo un periodo di dolce silenzio, è per me come l’emozione del debutto. Penso che dovrò anche confessarti che spesso, perdendomi in quel microcosmo di bellezza, ho tralasciato qualche parola. Ma spero che riuscirai a perdonarmi, qualora riuscissi a dirti queste cose, ovviamente con ordine cronologico invertito rispetto a come l’ho pensato. Ma sappi che, anche se tu mi facessi una ramanzina, io non farei altro che perdermi di nuovo in quella galassia, in quella notte di comete, ad aspettare l’apertura del sipario e cullarmi nella tua voce infuriata.

Playlist aggiornata, buon ascolto! 😉

Auguri

Potevo far finta non fosse già passata la mezzanotte. O che fosse iniziato un giorno qualsiasi e io, come sempre, mi trovavo sveglio. Potevo e non sarebbe sembrato strano a nessuno. Nemmeno a lei. Forse questo era il pensiero che più tartassava la mia mente. Essere un augurio come tanti altri. E’ passata da poco la mezzanotte e vorrei farti gli auguri di compleanno, non per dovere di essere fra i primi. Perché mi capita di farlo anche con altri. Ma perché so che fai il compleanno ed è costume fare gli auguri. Potrei anche non farteli. Ma poi, ecco, ore e ore pensando a cosa scriverti. Fossi stata un’amica qualsiasi, quanto avrei voluto lo fossi. Forse è la prima volta che lo dico. Mattina? Ore pasti? Sera? E’ mezzanotte e mezza, del giorno dopo. E penso di farteli ora. Come tempismo per far finta di niente, non è il migliore. Come fai tu a farmi sempre gli auguri ad un orario qualsiasi, che qualsiasi per me non lo è mai? “Ehi, ciao!Auguroni, scusa il ritardo!” Invio. Che stupido.

Playlist aggiornata! Buon ascolto 😉

Labbra

Su quali labbra hai lasciato il sapore di mare, il sapore del sale dopo una nuotata, dopo che ti ho fatta cadere giù nel fondo per scherzo e poi hai acchiappato anche me dalle punte dei piedi e mi hai trascinato in quei fondali così cristallini. Su quali labbra hai lasciato il sapore del gelato alla vaniglia col cioccolato fuso che si squagliava quell’estate, colava ai bordi e recuperavi in scivolata per non perderne nemmeno un angolino. Su quale labbra hai lasciato il sapore di sangue dopo che ti eri morsa mentre mangiavi una pesca e hai chiuso gli occhi per il dolore, hai agitato le mani per il nervosismo e perché sapevi ti si sarebbero gonfiate. Su quali labbra hai lasciato il tuo sapore dopo una lunga dormita, schiudendole piano in un sorriso meravigliosamente bello che incorniciava il tuo volto e i tuoi occhi minuscoli e assonnati. Su quali labbra hai lasciato la tua anima. Sulle mie. Poco importano quelle dopo. Sappiamo che prima o poi dovrai venire a riprendertela.

Playlist aggiornata, buon ascolto! 😉

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