Potendo volere, io ti ho voluta

Il miglior modo per perdere qualcosa è volerla troppo

Volere è potere. Volere e potere. Potendo volere, io ho voluto. Voler starti vicino, vedere le stesse cose, respirare gli stessi odori e camminare negli stessi spazi, è diventato un sentimento. Dapprima rinnegato, poi accettato, poi vissuto, poi sofferto, svelato, ricelato, vissuto di nuovo, messo in superficie, esposto, distrutto, ora galleggia. Ci si arriva a chiedere egoisticamente perché, com’è possibile che facendo tutto il possibile non sono io. Non sei tu. Non siamo noi. Ci si dimentica sempre che essere in due significa che anche l’altra persona voglia quelle cose, rimanendo intrappolati nel “a chi non piacerebbe” o “è palese quello che faccio”. E così ti ho voluta. Non ho mai fissato un limite per volerti perché non ti ho mai avuta. Volevo e non ti avevo, e ti volevo ancora. Dicono che il tempo è la cura, io ho voluto molto tempo prima di parlarti e il tempo è perso. Adesso che inspiegabilmente ti voglio ancora, continuo a perderti consapevolmente.

Coincidenze parallele

Now you’re just somebody that I used to know, ho dovuto cambiare la canzone del player.

Quando chiudi una porta, prima che si apra qualsiasi altro accesso, bisogna fare dei passi e nello spostarti ti imbatti in un vortice coincidenze che ti trascina verso il vecchio indirizzo che stai abbandonando, ma tu copri la faccia col tuo cappotto, metti occhiali da sole e cuffie per non farti coinvolgere. Svegliarti la mattina con profumo di croissant, da una parte ti fa saltare di gioia dall’altro ti ricorda. Eccoti al pc armato delle migliori intenzioni, e così trovi che una posizione lavorativa interessante è nella sua città. Passi avanti. Poco dopo eccone un’altra ma, no non è possibile, l’indirizzo del quartier generale è il suo stesso cognome. Forse sono allucinazioni. Spegni il pc, accendi la radio. Ecco, la canzone che cantavate assieme. Dannazione. Dici tra te e te “C’est la vie”, ma è la sua lingua. Coincidenze, perchè siete coincisi per un lungo lasso di tempo senza toccarvi mai. Rette parallele che coincidono. Per oggi meglio abbandonarsi a questo.

 

Rumore silenzioso

A volte la migliore musica è il silenzio

E’ proprio così. Era passato tanto tempo dall’ultima volta che l’aveva vista. Non aveva un fisico particolare. “E’  un tipo”. Qualche giorno fa gli fu chiesto cosa la rendesse speciale. Si fermò a pensare. Pensò prima alle sue storie precedenti, a cosa rendeva speciali le donne che lo avevano attratto. Fisicamente trovò un tratto comune tra tutte loro e lei, ma c’era una cosa che più di altre la metteva in alto. Suona banale probabilmente a chi non l’ha vissuto, ma rispose con un “Non era mai noioso stare in silenzio assieme. Non c’era bisogno di riempire quel non-parlare. Il non guardarsi non è per imbarazzo. Non parlo di ognuno-si-fa-gli-affari-suoi, ma di una complicità di sottofondo che non necessita di casse per essere amplificata. Anche il silenzio ha la sua voce, le nostre voci. E ci ascoltiamo senza far rumore. Questo rende lei così speciale.”

Caro amico del duemiladodicirighe

“Caro amico mio, quest’anno si sta concludendo. A me non piace fare bilanci, ma inesorabilmente – tra mezzanotte e mezzanotte e due minuti – la mia mente ricapitola un anno in un minuto e immagina quello nuovo nell’altro. In passato ero portato a dare un giudizio all’anno in base al numero dei momenti buoni, poi sono passato alla qualità. Recentemente ho scoperto un’altra via: l’intensità. L’ho misurata per la gioia, la tristezza e le rivincite. L’intensità dei battiti del cuore. Prima fermo e poi impazzito, lo sappiamo. Ma è stato un bell’anno amico mio. Per certe cose tutto rimane come non è mai stato.  Non ho suggerimenti specifici, amico mio.  Non so se di quello che abbiamo seminato raccoglieremo qualcosa adesso o se raccoglieremo qualcosa che non volevamo o non ci aspettavamo.Posso solo dartene uno generico per augurarti un buon 2013:                      il modo mgliore per predire il futuro è costruirselo (oltre che inventarselo)”

WordPress mi ha fatto un regalo riassuntivo, e io ve lo linko – rinnovando tanti auguri a tutti voi di buona costruzione:https://dodicirighe.wordpress.com/2012/annual-report/

Il bisogno di pensare secondo Mark

Ci sono dei momenti, Sabine, in cui non faccio che pensare a te. Ho riascoltato le canzoni che tu mi suggerivi ogni giorno e non ho mai cercato. Ma ora le ascolto, e ascolto, e ascolto. Perchè prima non ne avevo bisogno: avevo te che le fischiettavi. Quante volte ho fatto finta di essere interessato alla natura in modo passionale come il tuo, quando invece una minima foglia caduta in volto mi faceva innervosire. Ora mi tuffo in piscine di margherite e cammino a piedi nudi su ogni cosa verde che c’è sotto di me.Ci sono stati momenti in cui ti avrei potuta baciare, avrei potuto accarezzarti i capelli. Ma non ne avevo bisogno, perchè ogni tua parola sfiorava il mio volto e mi faceva sognare. Ora penso alle tue mani che infilavi dentro le maniche dei maglioni, alle tue labbra screpolate e disegnate come le mie.
Non avevo bisogno di pensarti nei mesi in cui hai respirato la mia stessa aria.      Ora il mio pensiero è ogni tuo respiro.

Un cappello di ricordi

Si lasciava cullare dai ricordi di quella sera in cui tutto poteva immaginare tranne di incontrare lei, con quel buffo cappello.In quel solo momento, in quell’istante, aveva deciso che quella piccola figura era intelligente e interessante. Senza nemmeno averci scambiato una parola. Così si avvicino e oscurò il suo amico alto quasi due metri. Lo scansò semplicemente parlandogli sopra e introducendosi “Ciao, mi chiamo Pablo. Ti sta bene il cappello!”.                                                 Parlarono e lui non riusciva a staccare gli occhi dalle sue labbra. Se li sarebbe fatti mangiare e avrebbe continuato a lasciarla parlare con la bocca piena.
Quando lei cominciò a salutare per rientrare a casa, anche lui cominciò a congedarsi e, nonostante lei abitasse accanto, le offrì un passaggio “ma tu abiti da tutt’altra parte, dovrai fare il giro!”. Non sarebbe stata la prima volta che l’avrebbe sentito dire, e mai le diede occasione per smettere di dirlo.

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