Filo

Anche in un filo di voce

c’è il vento della vita che scorre.

Ti prego:

travolgimi.

Chiamalo

Io non so come si chiami quel luogo dove faresti tutti gli sbagli che non riesci a fare con gli altri.Dove faresti le cose più belle che non faresti con gli altri. Dove essere te stesso, dove tirare la corda fino ad un limite che non sfioreresti nemmeno con gli altri. Dove condividere le tue debolezze e sentirti fragile, senza dover dare spiegazioni o giustificarti. Dove puoi stare in silenzio, non sentirti giudicato, guardare negli occhi senza darti un tempo definito o nasconderti per l’imbarazzo. O imbarazzarti, sentendoti felice di averlo fatto. Non so come lo chiami, ma io lo chiamo con il tuo nome. Lo chiamo casa.

Ti sguardo

Io non ti vedo,
Non ti guardo.
Faccio molto di più,
Io ti (s)guardo.
E anche se
a te non frega niente,
nemmeno mi noti,
so che questo mio fare
ti solletica
e
più che le orecchie,
spero ti fischi il cuore.

Il potere del mare

Ricordo le lunghe passeggiate sulla battigia, dove tra amici ci si confidavano segreti su problematiche che all’epoca sembravano insormontabili, cotte varie e conflitti da seconda guerra mondiale. Era come se il mare ci ascoltasse, come se le persone che incrociavamo, i bambini che giocavano e la spensieratezza che aveva il tumore della pallina di plastica sulle racchette da mare, rendesse tutti i tuoi problemi delle cose inutili. Ricordo che, mentre camminavamo per chilometri, piano piano ci si inclinava sempre di più verso l’acqua. E adesso, dopo tanti anni, mi chiedo se fosse per la conformazione fisica del territorio o per tutto il peso che dovevamo portare in quelle scarpinate, che poi riversavamo dolcemente nel mare, che per me ha sempre avuto il potere di ascoltare e lavare via ogni preoccupazione. Almeno fino alla prossima onda.

Kenwood o Panasonic

Cosa vuol dire “estate” per me? Potrei dire le peruzze nella borsa frigo, l’anguria più grande della mia faccia. Resistenza estrema al sole e doppi sensi sui vari ghiaccioli.
In realtà, una delle immagini che la rappresenta di più per me, sono io accovacciato davanti allo stereo Kenwood o Panasonic di mio padre mentre perdo interi pomeriggi a registrare canzoni trasmesse alla radio sulle musicassette, che avremmo portato in viaggio con noi.
E in quei viaggi mi sarei sentito fiero di aver contribuito all’atmosfera e al benessere familiare.

Ragazzo egoista al binario

Vorrei dirti che spero che i sedili siano comodi per poter accogliere la tua schiena. Che la temperatura sia giusta, che non sudi e non ti debba coprire. Vorrei dirti che spero arrivi il carrello con qualcosa da bere e qualche snack per allietare il tuo palato. Vorrei dirti questo e altro mentre ti osservo dal binario di questa stazione. Mentre ti vedo cercare il posto che spero tu non troverai mai, perché quello giusto è accanto a me. Vorrei augurarti buon viaggio, mentre asciugo le tue lacrime sulla mia maglietta estiva. Vorrei dirti che il mio petto odora ancora di salsedine e del tuo shampoo, che le mie mani sanno ancora della tua pelle e della crema protezione ottocentomila. Che il tuo pianto è arrivato alle mie labbra, che non hanno mai toccato le tue. Ma io sono solo un ragazzo egoista su un binario, che saluta una ragazza su un treno, con sorrisi di circostanza e un macigno sul cuore.

A/R

Non ci sarebbe bisogno dei ritorni

se non si andasse via.

Dopo tanto tempo posso dire che ho aggiornato la playlist 🙂

Latte intero

Di tutte

le lacrime versate

quelle

per me stesso

sono le poche

di cui son certo

di non pentirmi.

Anche se,

non sempre,

hanno portato

a qualcosa.

Mine

Il cuore

è un campo tempestato

di mine disattivate,

posizionate soltanto

per capire

chi è davvero pronto

a rischiare tutto

per ascoltarlo davvero.

Tsunami cardiaco

Si dice che, prima di morire,
il cervello mandi una scarica
chiamata tsunami cerebrale che investe tutto il corpo
prima della fine.
Quando finisce una storia
io credo che ci sia una sorta di
tsunami emotivo,
o tsunami cardiaco,
che manda un’ultima scarica
prima della fine
per farci dire che
almeno, fino all’ultimo,
ci abbiamo provato.

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