Un anno, ma so che mi segui

Scritto tra Dicembre 2023 e Maggio 2024

Quanto dura il lutto? Quando passa il lutto? La verità è che non passa mai. Vai avanti, perché bisogna andare avanti, perché si vive e la vita va avanti, perché scorre. Ci sono persone che pensano che debba durare poco, che ci sia quasi un tempo prestabilito e scientifico, circa sei-sette mesi. Altre persone fanno una proporzione con il tempo passato con quella persona che non c’è più.

E’ passato un anno, papà. Le persone mi hanno detto che sembrava quasi non fosse successo niente. Certo, hanno visto un velo di tristezza, ma mi hanno detto che ero forte, che ero andato avanti senza cenni di cedimento. La verità, papà, è che questa cosa un po’ mi è dispiaciuta, perché non stavo dimostrando quanto stessi realmente soffrendo. Ma, d’altra parte, sei stato tu ad insegnarmi ad essere forte, disponibile per gli altri, a non lamentarmi. Per cui, mi ha fatto piacere che sembrava ci fosse un tratto di te nel mio comportamento.

La verità, papà, è che nell’ultimo anno non ho mai preso delle decisioni difficili. Certo, ho ascoltato i consigli degli altri, ma non è la stessa cosa, perché non c’eri tu. Perché, anche se facevo fatica ad ascoltarti per stupido orgoglio, sapevo che quello che dicevi era giusto e potevo fidarmi e affidarmi. La verità, papà, è che mi manchi.

Ti sto scrivendo per tutte le volte che hai potuto pensare che mi fossi dimenticato di te perché avevo le “giornate piene”, non è così. E forse quest’anno in cui non ho voluto prendere decisioni difficili, ne è la dimostrazione.

E’ una di quelle cose di cui non vorresti mai dire “sembra ieri”. E’ passato un anno papà. Vorrei non fosse mai accaduto. Si dice “un anno è volato”, ma spesso questi momenti non passano mai. Percorro la casa dove sei stato anche tu. E’ strano costruire nuovi ricordi dove ci sei stato tu. Una cosa che faccio sempre, quando mi accade un episodio doloroso, è ripercorrere gli stessi tragitti per poter sovrapporre il presente al passato che vorrei cancellare. Ma in questo caso, papà, rimarrei fermo per non sovrascrivere nulla e lasciarti sempre qui.

La verità è che mi manchi, questo lutto non passerà mai, aldilà della statistica e della matematica. Mi mancherai sempre, ci sarà sempre questa tristezza in me per non poter condividere più nulla. Anche le freddure, che io ora faccio con gli altri.

Ma spero che anche tu sorriderai nel vedere come mi comporto e, forse e lo spero, rivedrai un po’ di te.

Ciao papà.

E’ stato un anno duro. Ma so che tu lo sai e che mi segui. Sempre.

Questa semplice notte è nostra

Questa notte, tra i due santi che d’amore avvolgono ma in maniera diversa, la dedico a chi guarda il suo cuore spezzato. A chi ascolta le canzoni e le playlist che aveva dedicato o sono state dedicate. E che aveva sapientemente ignorato per tanto tempo. La dedico a chi, camminando, pensa di incrociare un suo vecchio amore, anche sa sa che vive in altri pianeti e continenti. E vive con quel battito accelerato tra il desiderio di e il desiderio di non. Tra il tasto del play di foto e quello del cestino. Tra il perché e il maledire. La dedico a chi danza tra le proprie macerie, piangendo sporcandosi con un po’ di vergogna racchiusa in quei pugni, per farsi forza. Tra ricordi che sì e ricordi che meglio di no. Questa notte, questa semplice notte, è vostra. È nostra.

Scusami, cuore

Ti chiedo scusa, cuore.
Anche se so che non avremmo potuto, e voluto, prendere strade differenti. Perché, anche se la sofferenza e gli errori fanno parte della vita, avrei potuto spaccarti di meno. Avevi il diritto di essere protetto, di non essere sempre gettato oltre questo maledetto ostacolo di cui tutti parlano. Di evitare chilometri inutili, nottate in bianco, risposte mai arrivate, malintesi mai compresi, “no” netti, vedute solo da amico, romanticismo senza speranza, paure e ansie di ogni tipo.
A volte non ci ho davvero potuto fare niente, non è dipeso da me, ma so che mi puoi capire. Avrei una lista infinita di “se” con cui giustificarmi, incolpando il cervello, ma, posso dirti: se non ci fossi stato tu così come sei, muscolo cardiaco imperterrito e perfettamente incastrato tra le mie mille cicatrici, non sarebbe valso neanche un minuto di tutta la mia vita.

Tapparelle

Il sole entrava dalle tapparelle riempiendo il suo corpo di macchioline bianche. Attraversava i fori di quella sorta di scudo, toccando la sua pelle ancora addormentata. E io non muovevo un muscolo, non volevo svegliarla. Sperando che fosse già sveglia, che percepisse questa mia angoscia mattutina, questa mia incertezza sul parlarle o meno. Lasciavo che i raggi del sole, meno timidi di me, la cullassero verso il mondo esterno, senza che si traumatizzasse. E quando il mio cuore batteva più forte, perché immaginava una vita accanto a lei, anche solo sulla stessa via o nello stesso raggio di respiro, mettevo le mie mani sul petto. Come se fossero un silenziatore, per non far capire niente a lei. Che, mentre fingeva di dormire, aveva capito tutto.

Fortuna? No grazie

Ho smesso di credere alla fortuna quando, neanche comportandosi al meglio, succedono cose giuste e lineari a te o a chi vuoi bene. Ho smesso di credere alla fortuna, perché da cose sbagliate ci sono conseguenze negative e basta. Ho smesso di credere alla fortuna, perché dentro di me finivo per covare invidia per chi davvero ne aveva. Ho smesso di credere alla fortuna, perché “avrò più fortuna la prossima volta” è un’amarissima pacca sulla spalla che ti dai quotidianamente. Ed è frustrante. Ho smesso di credere alla fortuna, perché la fortuna e la sfortuna hanno nome e cognome. E può essere benissimo il tuo. Ho smesso di credere alla fortuna, perché se per raggiungere una cosa ti serve 10, stai pur certo che devi impegnarti 50. Ho smesso di credere alla fortuna, perché le cose che ho sempre creduto mi fossero regalate dal niente, avevano un contrappeso smisuratamente inaspettato e grande a confronto. E allora no, non la voglio una fortuna così, se devo pagarla a caro prezzo. Certo, le cose brutte passano. Ma anche quelle belle. Allora non me la costruisco neanche io la fortuna, tenetela per voi.

Ma la mia vita, quella sì che non posso sprecarla.

Arrivo, arrivi

Dalla scaletta dell’aereo, con passi decisi ma emozionati, guardando le vetrate sperando di intravederla. Porta scorrevole, cani antidroga e guardia di finanza. Non ho niente da dichiarare. A loro. Mi guardo intorno, persone con cartelloni, nonne con la pasta al forno in mano. Incrocio degli occhi fra migliaia, sono i tuoi. Sono arrivato. Sul treno, chilometri e chilometri in terre sconosciute, sedili non reclinabili e zaino da campeggiatore che avevo appena comprato. La stazione è minuscola, ma mi sento perso. Mi guardo intorno. Incrocio un volto fra centinaia, è il tuo. Sono arrivato. Pausa pranzo, corro. Non conosci la città, non voglio che parli con sconosciuti. Salgo le scale, corro davanti ai militari. Niente da dichiarare, neanche a loro. Arrivo alla rampa, so che hai la valigia. Ho la barba corta, potrei piacerti. Ma forse non mi riconosci. E magari non ti riconosco io. Scendo gli scalini a sei a sei, giro la rampa, incrocio delle mani fra decine. Sono le tue. Sei arrivata.

Lettera da Braies

Sono tornato tra queste montagne, papà. Ho preso due treni da Bolzano e un bus da Monguelfo per poterci arrivare. Sono venuto qui, dalle montagne e dal lago che, durante i miei anni da adolescente e grandicello, non ho mai sopportato. Perché mi portavano via dagli amici che andavano al mare, dalle ore di sonno e di inutilità che sentivo avrebbero dovuto caratterizzare le mie estati di quei tempi. Sono tornato qui perché, da quando non ci sei più, ho sentito di averti perso. Forse hai scoperto tutte le mie marachelle, forse hai avuto tempo di pensare alle delusioni che ti ho dato. Ma venendo qui, papà, mi sono reso conto che ero io ad essermi perso, ad aver perso tutti e due perché mi sono concentrato su cose stupide ed ero arrabbiato perché non ti riuscivo a sognare. Ma qui, davanti a questo lago, dove le mie lacrime per la tua assenza si mescolano con i colori meravigliosi dell’acqua, ho sentito il tuo calore. E la tua voce che mi chiama per farci una foto o per farci una passeggiata. E ti ho ritrovato papà. E, almeno un po’ , sono certo di aver ritrovato anche me stesso. Lo rifaremo, te lo prometto.

Fototessera

Quella fototessera che ho tanto cercato, incastrata tra una banconota da 1000 lire con la Montessori faccia a faccia con te, e il biglietto della mia partenza per Milano del 2006.
Mai, come ora, quel reparto cianfrusaglie, è il vano dei miei pensieri più profondi e dei ricordi più belli.

Troppo in fretta

È successo tutto troppo in fretta, faccio fatica a credere sia vero. Alternare momenti in cui sembra tutto come sempre, come se in realtà ti abbia sempre inventato e non fossi esistito e momenti in cui non voglio pensare.
Ma allora cos’è che mi impedisce di chiamarti dopo le 18?
Cosa mi blocca dal cercarti davanti al pc?
Chi mi dice che non debba dirti se il sugo di Picchi era buono o meno?
Forse è immaginare, in modo infantile, che ti sia solo nascosto per farmi spaventare.
Magari la stupida consapevolezza che sia solo un arrivederci.
O la maledetta parte razionale del mio cuore, che ha preso possesso della mia vita, e non vuole smettere di proteggermi.

ANNUNCIO

Ho aperto una pagina per effettuare donazioni all’AIRC in memoria di mio padre. Di seguito vi metto il link 🙂

https://donazioneinmemoria.airc.it/eventi/in-memoria-del-dott-pino-curatola

Mi(o) pa(d)re

Mi pare strano che sia uscito un concorso la scorsa settimana, e non ho ricevuto solleciti in merito. Mi pare strano che sia uscito il 730 e non abbia potuto comunicarti quanto era uscito e ascoltare i tuoi consigli. Mi pare strano far colazione senza sentire la radio con il notiziario, che si ripete nei vari tg durante l’arco della giornata. Mi pare strano aver preso il sugo di pomodoro in bottega, senza vedere il tuo sguardo soddisfatto perché me lo hai fatto conoscere. Mi pare strano girare per casa e non trovarti da qualche parte, salutandomi come se fosse la prima volta che mi avessi visto quel giorno, anche se in realtà era la ventesima. Mi pare strano non sentire la tastiera del pc battere forte al tocco delle tue dita. Mi pare strano dover essere io a dovermi inventare la tua voce risuonare nelle mie orecchie, la tua mano aprire il frigorifero e i tuoi passi da una stanza all’altra. Mi pare strano ricordarmi la tua preoccupazione quando non dormivo a causa delle zanzare e il tuo supporto per ammazzarle. Mi pare strano chiamare al telefono senza chiedere di passartelo. Mi pare strano vestirmi a caso senza essere ripreso, o avere un taglio di capelli che non ti piace e non ricevere un tuo commento. Mi pare strano non sentire il tuo sostegno nelle minime cose. Mi pare strano non sentirmi protetto nella vita anche se facevo qualche cavolata, perché sapevo che ti saresti informato al posto mio. Mi pare strano dover camminare sui tuoi passi, sapendo di inciampare senza di te. Mi pare strano scrivere queste cose sapendo che non mi manderai un messaggio per commentarle, e io non avrò come risponderti che il blog è mio, lo stile è mio e così via. Mi pare strano, ma so che tu hai già letto tutto questo, e in qualche maniera avrai modo di esserci per fare tutto quello che mi pare strano che non accadrà più.

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