Vaniglia baciata dal mare

Il tuo profumo d’estate aveva qualcosa di diverso.
Sapeva di vaniglia — ma una vaniglia toccata dal mare.

Strano, perché il mare era lontano.
Centinaia di chilometri da noi.

Eppure, quando mi appoggiavo alla tua spalla,
quando i tuoi capelli mi finivano sul viso mentre guidavi il motorino, non era fastidioso.

Era come surfare in città,
con 40°C
e conchiglie invisibili che ti danzavano accanto.

Sono sicuro che anche le tue labbra sapessero di mare.

Non lo saprò mai.

Ma ne scriverò per sempre.

La brezza incerta

Mai dimenticherò

la brezza incerta che

ci sfiorava la pelle.

Come quando stai per baciarti

la prima volta

ma nessuno si muove.

Quel momento,

sull’orlo di un precipizio,

che dura per sempre.

Palliativi

Perdo tempo,

anestetizzandomi con palliativi inefficaci,

dai quali ormai sono dipendente.

Ma è nello specchio che si cela,

ogni volta,

il mio vero carnefice.

Un telefono che non posso tenere in mano

Ho avuto un sintomo di colite forte questa sera. Non so cosa ho mangiato. Mi è capitato altre volte negli ultimi due anni, ma non così forte, o almeno non me lo ricordo così forte.
Mi sono messo sul divano, a pancia in giù, come viene insegnato, ma il dolore non passava.
A un certo punto ho chiuso gli occhi e ho detto sottovoce il tuo nome.
Ti ho chiamato, come se tu fossi qui, come se potessi sentirmi, come se fossimo al telefono o su WhatsApp.
Ti ho chiamato. Ho detto: “Papà.”
Ho chiuso gli occhi e, a mano a mano che ti pensavo e ti chiamavo, il dolore è quasi sparito.
Mi sono addormentato, forse cinque o dieci minuti. Un sonno profondo.
Quando mi sono risvegliato, non c’era più il mal di pancia.
Non so come spiegarlo.
Mi dispiacerebbe pensarti come una medicina per i miei problemi, però preferisco pensare che io ti abbia davvero chiamato, in quel momento. Al telefono.
Un telefono che non posso tenere in mano.
Che tu mi abbia risposto. Che mi abbia tranquillizzato con la tua voce, come facevi sempre.
Non voglio dare una spiegazione logica a questa cosa.
Probabilmente, se la chiedessi a qualcuno, me la saprebbe anche dare.
Ma non la voglio.
Voglio solo rispondermi dicendo che, come ho sempre detto, tu ci sei sempre. In qualche modo.

Playlist aggiornata 🙂

Stazione di Trieste, 2025

Alla stazione, due ragazzi si salutano.
Non parlano. Si stringono in un abbraccio che sembra non finire mai, il mento poggiato sulla spalla dell’altro.
Gli occhi persi nel vuoto, a volte chiusi, come se bastasse non vedere per non sentire l’assenza che sta per arrivare.

Si salutano così, come un foulard strappato via dal vento da un collo ancora caldo.
Come la promessa di un “per sempre” che resiste, ostinata, anche mentre tutto cambia.

Un gesto lento, una mano che saluta attraverso il vetro.
Quel finestrino, ora, è una prigione sottile: separa senza rumore, ma pesa.
Si scrivono, ridono, si rincorrono nei messaggi — ma non è lo stesso.

Aspettano il prossimo giro.
Perché no, non è un addio.

Quel momento

Arriverà il momento in cui il ricordo di te sarà durato più a lungo di noi.
In cui le parole dette da altri saranno più numerose delle nostre,
la risata dell’altro diventerà un’eco lontana, destinata a svanire,
e l’unica pelle che sfioreremo sarà quella di sconosciuti, in giro per la città.

Arriverà il momento in cui il ricordo che conserverai di me
coinciderà con la mia versione peggiore.

Dire, fare, frenare (scioperi e respiri)

Finivamo spesso di lavorare tardi la sera, in quel bar poco frequentato del centro. Ci ritrovavamo a sistemare le sedie sopra i tavoli e a pulire più la polvere che eventuali rimasugli di cibi o schizzi dei clienti. Abitavi molto lontano e io ti dicevo “ti accompagno io”, ma tu non volevi perché ero in bicicletta e non sapevi dove ti saresti dovuto sedere. “Ti sedi sul tubo davanti a me, tra me e il manubrio, non ti preoccupare, riesco a guidare, sono abbastanza esperto”. Ma avevi la risposta sempre pronta “no, no, che poi ci ammazziamo, ho paura che cadiamo, non ti preoccupare, prendo il bus, l’aspetto da sola”. Ho provato a convincerti, ma non per tanto tempo, perché non volevo sembrare un disperato, uno che voleva provarci. Volevo solamente essere gentile, e poi mi facevo sempre mille problemi perché avevo paura che tu potessi pensare di me che fossi uno disperato, che ci provava. Non volevo, ci fossero problemi tra noi. Il vero problema era che mi piacevi. Alla fine una sera, incredibilmente, ti riuscii a convincere, ma solo perché c’era lo sciopero dei mezzi (benedetto sciopero dei mezzi, quanto lo ringraziai soltanto quella volta). E così ti sei seduta davanti, tra me e il manubrio. Lo spazio di un respiro. Ti sei messa lateralmente e io frenavo fingendo ci fossero buche. I tuoi capelli mi andavano in viso, ma non volevo spostarli. Un misto tra incoscienza, orgoglio e innamoramento ingenuo. Ti dicevo “attenta, tieniti, attenta, tieniti”. A un certo punto hai stretto così tanto la mano, che mi sono rimasti i segni delle tue mani sulle braccia. Nell’ultimo pezzo prima di arrivare al tuo appartamento, però, c’era veramente una buca che non sono riuscito a evitare, perché non ho frenato quando avrei dovuto. Incredibilmente non siamo caduti, ma hai preso uno spavento e ti sei aggrappata a me. Non al braccio, proprio a me. Non abbiamo detto niente, non ci siamo detti niente, ci siamo solamente guardati. Io non ho fatto nessuna mossa, tu non hai fatto nessuna mossa. Ho continuato a pedalare, in silenzio, senza fare battute, senza te che mi dicevi di guardare dove andavo, ché al buio non si vedeva niente. Siamo rimasti in silenzio, un silenzio di imbarazzo, un silenzio assurdo. Ti ho accompagnata a casa, ho aspettato che entrassi nel portone del palazzo. E quando si è spenta la luce, sono tornato a casa, senza frenare, dritto a casa, da solo nel buio. Il giorno dopo, al lavoro, quando abbiamo finito, ci siamo messi a sistemare le sedie, a pulire il pavimento. Solita routine. Non ti ho detto niente, non ti ho proposto niente. Non c’è la sciopero dei mezzi. E quando sono uscito, ti ho vista accanto alla mia bici. Mi hai guardato e, sorridendo, hai detto: “Quante frenate dovrai ancora fare prima di baciarmi?”. Inutile dire che non mi servirono più gli scioperi per poter essere dove volevo con chi volevo.

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Puzzle di te (due indizi, una coppetta)

Il mascara sbavato, gli occhi gonfi di pianto.
«Sposta meglio il cell, non capisco… sei sotto un albero? Che ombra strana.»
Giri il volto.
«No, sono le occhiaie.»

Qualcosa si spezza. Ma in silenzio.

La sento distante, scollata. Le chiedo come va, ma non riesce neanche a mentire con un “tutto bene”.
Quell’ombra sotto l’occhio. Quanto sono stato cieco.
Adesso ci penso, troppo tardi.

«Non ti sento da un po’, ma che fine avevi fatto?»
«No, niente, sai…»
No. Non so. Non so più nulla.

Mi ero stancato di essere sempre quello che cercava.
Le spunte erano sparite. Neanche un visto, neanche un segno.
Ma in fondo al cervello, una voce si faceva spazio.

«Ma sei sola a casa?»
«Sì. Ora sì.»

Lo sguardo non guarda me. Passa oltre lo schermo, come a controllare qualcosa.
Qualcuno.

«Ma ti sei pure spaccata il labbro.»
«Vabbè, lo sai che sono sbadata.»

Due indizi non fanno una prova.
O forse sì.
O forse non voglio metterli insieme.
Perché fa paura.

«Oh, ma quando ci vediamo? Dai, che è da una vita che non ti offro una coppetta.»
«Eh… non lo so.»

Mi butto.
«Ma va bene con lui? Sei sicura?»

Un attimo di silenzio. Poi:
«Sì… ogni tanto si arrabbia. Ma come tutti.»

Una risposta precisa, a una domanda vaga.
Due indizi non fanno una prova.
Ma cominciano a far rumore.

«Devo andare, scusami.»
«Ok, ma fatti sent…»

Chiude.

E io?
Troppi cazzi miei, troppi pensieri da gestire.
E mentre dovevo leggere i segnali, ho deciso di crederti.
Che stupido.

Mi stringi forte la mano. Forse l’anestesia sta finendo.
«Ehi…» sussurro.
Non ti volti

Hai il gesso all’altro braccio, il viso segnato.
Ferite, lividi.
Cicatrici che parlano al posto tuo.

Vedo i pezzi di te.
Quel puzzle impossibile da ricomporre, da mille forme diverse: alcune scheggiate, altre sparite, altre mai appartenute a nessuno.
Ma sei sempre tu.
E ora ci sei.

«Ti sta bene questa fasciatura.»
Non so dire altro. Non so se serve.

Sorridi.
No, ridi. Sul serio.
Un miracolo.

«Fai meno lo stupido… vammi a prendere una coppetta.»
Ti giri. Ci guardiamo.
Basta quello.

«Vado.»

Sarò lì.
Ci sarai anche tu.
Ti passerò i pezzi, e a volte sarai tu a passare i miei.
Non devi essere perfetta. Solo libera.
Nel puzzle della tua vita, che nessuno potrà più rompere.

Dovrebbe stupirmi

Guardo l’orologio: sei in ritardo. Ma non dovrebbe stupirmi. Tutte le volte che ti aspettavo sotto casa dovevo fare melina con il tuo truccarti e impegnarmi in quattro o cinque giri del quartiere per essere certo che fossi già scesa. Sono vestito elegante, incredibile. Giacca e cravatta, un abito niente male. La cosa mi sorprende: quante volte mi hai chiesto di vestirmi in un certo modo, di smetterla di mettere jeans e maglietta, di fare un “upgrade”. Non ti ho mai ascoltata, ma sono qui, nel giorno più importante della tua vita, come avevo sempre voluto. Dalla finestra riesco a intravedere la tua schiena, incorniciata dal basso da un tessuto bianco elegante. Percepisco l’ansia in quella stanza, la voglia di perfezione per quel momento. Sorrido. Quante volte ho immaginato questa giornata.
“Chissà come sarà, te la immagini?”
“Sicuramente sarai in ritardo.”
“Ma no…”
“Però ti perdonerò perché sarai bellissima.”
Le mille combinazioni possibili e gli imprevisti più impensabili: il cugino fotografo che si ammala, la zia che cura il catering che si sloga una caviglia, l’herpes sul labbro che rovina le foto. Vorrei suonare il clacson, la gente sicuramente si starà spazientendo. Sono pronto a sentire il tuo “sì”. Ti vedo uscire dal tuo condominio. Il cuore mi batte forte. Non dovrei essere lì. Mi giro verso il volante, entro in auto, sedile guidatore. Tu dietro.
“Mi scusi per il ritardo.”
Non dovrei parlare, ma mi scappa una rassicurazione.
“Non si preoccupi.”
Lo dico con una voce che sa troppo di ieri per sembrare professionale. Vedo un tuo sussulto. Guardi lo specchietto, io alzo la testa. Incrociamo i nostri sguardi, i nostri destini. Forse speravi non fossi io, che l’ansia ti stesse procurando illusioni. O, chissà, magari non speravi altro. Siamo soli in quella Aston Martin noleggiata per l’occasione. Spero tu possa dire qualcosa, farmi capire di cambiare strada. Ma arriviamo davanti alla scalinata. Dieci lunghissimi secondi. Non esci. Il tempo si ferma — o forse sono io che non voglio che riparta. Mi faccio coraggio, per entrambi.
“Andrà tutto bene.”
Ti apro la portiera. Non so se sorridi, ma per un istante mi sembra di sentire il profumo di quando studiavi da me e ti mettevi la mia felpa. Forse è solo la tensione. Non dici niente. Vado via. Sgommo e sparisco da quella gioia altrui che mi trafigge. Ero pronto a sentire il tuo sì. Ma non seduto in fondo alla chiesa. Non da lì.

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Una lettera lunga una vita

E’ la storia di un ragazzo che ha scritto una lettera a una ragazza per una vita intera. Non le ha mai rivolto la parola, dal primo giorno in cui l’ha vista al liceo. Neanche sul bus che hanno preso per anni dirigendosi alla stessa università. Lui scriveva, lei parlava con qualcuno. Lui appuntava ciò che provava, lei studiava per l’esame di patologia I. Era incredibile come riuscisse ad esserle invisibile – o almeno così pensava. Era riuscito a riempire 842 quaderni con i suoi pensieri, rivolti a qualcuno a cui non aveva neanche detto “ciao”. Aveva paura di poter cambiare idea, che tutto quello che aveva coltivato in quel giardino mentale si sarebbe rivelato lontano dalla realtà. Gli bastava osservarla. Certo, questa storia può sembrare al limite della violenza psicologica. Eppure lui se ne stava buono, non aveva alcun giudizio su ciò che lei faceva. Incredibile passare una vita così. Ma era felice. C’è stato un momento, un solo momento, nel quale sembrava che i loro sguardi si fossero incrociati e tutto potesse prendere una direzione normale – che poi normale per chi? Non per lui. Forse lei si era davvero accorta che quel ragazzo, ora uomo, era una presenza costante ma non ingombrante. Quasi un angelo custode. Si ritrova vecchio, il ragazzo, poi uomo. Ha due valigie con sé, le trascina lentamente, a stento riesce a sollevarle dallo scalino del marciapiede. Legata alla schiena, con uno strategemma che non saprei dirvi, una sediolina di quelle che puoi portare quando vai a pesca, o quando, d’estate, vuoi del refrigerio momentaneo in un punto qualsiasi del bosco. Ecco, si siede quel vecchio, una volta ragazzo e uomo, davanti a una data di inizio e una data di fine. Le tocca con le mani, incise, ma non fredde come pensava. Apre la valigia, le dita tremano, ma non saprei dire se per l’età o l’emozione. Non c’è nessuno intorno, un vento leggero muove i pochi capelli in testa. Il vecchio tira fuori uno dei quaderni, apre la prima pagina. “Cara…” .

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