Che sa di cuore

Tra risate e racconti, segreti sussurrati e gusti musicali diversi.
Tra le lotte contro il sonno, solo per dirsi “ti amo” prima di dormire.
Tra ricordi che fanno emozionare, sull’orlo del pianto.

A dispetto dei chilometri, di ciò che è giusto, usuale o normale.

Penso, e mi dico: “è successo proprio a me”.

Ti ritroverò, chiudendo gli occhi,
tra le pieghe del mio bacatissimo e romantico cervello,
che sa tanto di cuore.

Al tuo “come stai”

risponderò sempre “tutto bene”.

So che non siete abituati a contenuti multimediali, ma ogni tanto va bene uscire dal seminato. Chiaramente il testo è tutto mio, per le immagini mi sono affidato al web dopo un’affannata ricerca tra mille fonti e scarse skills di montaggio. Per la voce, beh, trucchi del mestiere 😉

PS non so per quale motivo, quando si preme play, non sempre il video parte dall’inizio. In caso scorrete la barra tutta a sx. All’inizio c’è il titolo, non potete sbagliare 🙂


Più ciechi che romantici

Ci trovavamo in mezzo a tante persone, con luci basse e un semibuio studiato per creare atmosfera, che però stava rendendo tutti più ciechi che romantici.
Con un lento che non mi piaceva nemmeno – ma che mi è impossibile dimenticare – e addosso un maglione di 3-4 taglie più grande di me.
Barba da finto ex-sbarbatello, capello corto insensato per quelle temperature.
Sguardo per sembrare misterioso, ma che ti faceva sembrare intronato.

Amici che avrebbero dovuto accompagnarti a casa e invece sparivano chissà dove con chissà chi.

“Ma davvero, loro? Sono sicuro che non hai visto bene, cazzodici”.

Invece è proprio dove e con chi nessuno penserebbe all’amore che l’abbiamo trovato.

Strano a dirsi, quando tutto ormai filava sotto la luce più luminosa dell’universo, ad eccezione di qualche nuvoletta che – erroneamente – ritenevo più Fantozziana che temporalesca, abbiamo mandato tutto a puttane.

Febbre, maledetta febbre

Febbre, maledetta febbre che ti aveva impedito di uscire con me
per una semplice – e credevo innocua – passeggiata come tante altre.
Se avessi lasciato la mia mano, o non l’avessi nemmeno presa,
se non mi fosse balenata l’idea di venirti a trovare,
palesemente sprovvisto di poteri taumaturgici
ma pieno di confusione tardo-adolescenziale,
starei ancora scorrazzando col mio motorino
in cerca di me stesso o di qualcuno con cui prendermela.
Eppure, son felice di essermi schiantato contro di te, mia unica direzione possibile.

Stampino originale (ma allora?)

Sbarazzarsi di me, del ricordo che hai di me, è facile a dirsi e a farsi: ho commesso tanti sbagli, ho più difetti di quanti ne possa avere l’uomo peggiore con cui pensavi di stare insieme. 

Lo so che è così, che ci hai sbattuto la testa mille volte: su quanto avresti voluto che migliorassi, col mio potenziale infinito e mai sfruttato.

Per paura, pigrizia o chissà cosa mi potesse mai passare per la testa che non fosse allineato con il tuo modo di vedere la vita.

Sulle influenze che potevo avere sulla tua gioventù in fiore, brillante di paillette, ricchi premi e cotillon che stonavano con i miei percorsi, che disegnavo ancora come montagne da elettrocardiogramma degne delle abilità artistiche di un bambino dell’asilo.

Sicuramente oggi hai accanto chi è riuscito a entrare nello stampino originale.

Quello che avevi disegnato per me, e in cui non sono mai riuscito a entrare, pur provandoci con compromessi e promesse che si sono rivelate vaghe e deleterie.

A me sta bene avere il record di occasioni sfumate. Perché sono quelle che il tuo cuore – che comanda oltre il tuo cervello e la tua razionalità fasulla – farà fatica a dimenticare.

E quando ti tornerò in mente – anche se con disprezzo – non potrai nascondere il sorriso per quelle poche ma intensissime e ineguagliabili sensazioni che ti ho fatto provare.

E nessuno, al diavolo l’umiltà, potrà mai farti provare.

Ma, allora, se è davvero così: perché sono solo io dei due quello che ricorda ancora?

Automobile sentimentale

Era stato un lungo viaggio, finito da tanto e forse troppo tempo.

Ma era come se non riuscisse a sbarazzarsi dell’automobile con cui l’avevano fatto: la teneva nascosta in garage, sotto quintali di polvere.

Ed era come se non volesse accettare che non esisteva più la marca di benzina con cui fare il pieno.

Si era sempre concessa di sedersi lì dentro, provando ad abbassare i finestrini per far entrare un po’ d’aria nuova nelle loro vite adulte – e forse mature.

Ma la manovella era incastrata. E non c’era elettricità per muoverli automaticamente.

Avrebbe voluto suonare il clacson per avere la sua attenzione, ma non sapeva di non c’entrare più niente con il percorso che lui stava facendo. E non sarebbe stato giusto.

Avrebbe tentato di pulire il parabrezza per vedere più chiaramente cosa poteva riservare il futuro. Anche solo un incontro casuale tra un milione, come era successo a loro, in un posto dove nemmeno voleva trovarsi.

Ma era tutto spento.

Le sarebbe piaciuto girarsi verso il lato passeggero e vederlo accanto, sorridere, mettendo la mano sulla sua mentre cambiava marcia.

Per davvero. E non come le false promesse che gli avevo fatto.

Ma poi si ricordò che, pur avendo la patente, non aveva mai guidato.

E per questo che decise scendere da quella vecchia macchina, abbandonare l’idea di un nuovo viaggio e ammettere ciò che aveva finalmente imparato.

Qualcosa di diverso dal lieto fine cinematografico: continuare ad amare, ma lasciare andare.

Playlist aggiornata 🙂

So che non ricorderai

So che non ricorderai di quando eri stesa sul letto e volevi dormire.
Io mi sono avvicinato, ti ho vista con gli occhi chiusi e ho desiderato darti un bacio come nelle favole.
Ma invece sono scappato via, come un bambino.

So che non ricorderai di quando sono tornato una seconda volta. Sembravi ancora addormentata, ma le tue palpebre tremavano leggermente e con un filo di speranza ho creduto che stessi sognando di me.

So che non ricorderai di quando sono tornato una terza volta. Avevi gli occhi aperti, mi guardavi forse per aspettarmi, forse per capire la mia prossima mossa.
Ti ho sussurrato un “Ehi”, con un tono da macho un po’ goffo, e tu – sì, proprio tu – mi hai risposto “Ehi”.

So che non ricorderai che ci siamo guardati. Tu mi hai chiesto: “Che cos’è che vuoi?”, con dei puntini sospensivi che accarezzavano le mie labbra.

E io ti ho baciata, senza scappare.

Forse è stato uno dei baci più belli della mia vita.
E anche se non ricorderai nulla di tutto questo, lasciandolo sbiadire come una cartolina mai inviata, non preoccuparti: fingerò di non farlo anche io. Proprio come adesso.

Ancora in Alto (Adige)

Nella geometria perfetta del grano e nella posizione creativa delle margherite. Nei sassi fermi agli angoli, nel vento che mi muoveva il cappello. Nei singoli fili d’erba e nel sole che tramontava dietro le montagne.
Negli uccellini che mi venivano vicino, speranzosi di un pezzo di pane.  Ascoltando “Vivo” di Andrea Lazslo De Simone, camminando senza parlare in mezzo a tutto questo, ti ho rivisto papà. Ti ho chiamato sottovoce, come quando ero bambino e ti chiedevo di venire a dormire nel letto grande con te e mamma. E la natura mi ha parlato, ne sono certo. In tutto quello che ho descritto e a te piaceva vedere qui, in Alto Adige. Te l’avevo promesso che sarei tornato.
E lo rifaremo ancora. Sempre.

Palliativi

Perdo tempo,

anestetizzandomi con palliativi inefficaci,

dai quali ormai sono dipendente.

Ma è nello specchio che si cela,

ogni volta,

il mio vero carnefice.

Un telefono che non posso tenere in mano

Ho avuto un sintomo di colite forte questa sera. Non so cosa ho mangiato. Mi è capitato altre volte negli ultimi due anni, ma non così forte, o almeno non me lo ricordo così forte.
Mi sono messo sul divano, a pancia in giù, come viene insegnato, ma il dolore non passava.
A un certo punto ho chiuso gli occhi e ho detto sottovoce il tuo nome.
Ti ho chiamato, come se tu fossi qui, come se potessi sentirmi, come se fossimo al telefono o su WhatsApp.
Ti ho chiamato. Ho detto: “Papà.”
Ho chiuso gli occhi e, a mano a mano che ti pensavo e ti chiamavo, il dolore è quasi sparito.
Mi sono addormentato, forse cinque o dieci minuti. Un sonno profondo.
Quando mi sono risvegliato, non c’era più il mal di pancia.
Non so come spiegarlo.
Mi dispiacerebbe pensarti come una medicina per i miei problemi, però preferisco pensare che io ti abbia davvero chiamato, in quel momento. Al telefono.
Un telefono che non posso tenere in mano.
Che tu mi abbia risposto. Che mi abbia tranquillizzato con la tua voce, come facevi sempre.
Non voglio dare una spiegazione logica a questa cosa.
Probabilmente, se la chiedessi a qualcuno, me la saprebbe anche dare.
Ma non la voglio.
Voglio solo rispondermi dicendo che, come ho sempre detto, tu ci sei sempre. In qualche modo.

Playlist aggiornata 🙂

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