Dire, fare, frenare (scioperi e respiri)

Finivamo spesso di lavorare tardi la sera, in quel bar poco frequentato del centro. Ci ritrovavamo a sistemare le sedie sopra i tavoli e a pulire più la polvere che eventuali rimasugli di cibi o schizzi dei clienti. Abitavi molto lontano e io ti dicevo “ti accompagno io”, ma tu non volevi perché ero in bicicletta e non sapevi dove ti saresti dovuto sedere. “Ti sedi sul tubo davanti a me, tra me e il manubrio, non ti preoccupare, riesco a guidare, sono abbastanza esperto”. Ma avevi la risposta sempre pronta “no, no, che poi ci ammazziamo, ho paura che cadiamo, non ti preoccupare, prendo il bus, l’aspetto da sola”. Ho provato a convincerti, ma non per tanto tempo, perché non volevo sembrare un disperato, uno che voleva provarci. Volevo solamente essere gentile, e poi mi facevo sempre mille problemi perché avevo paura che tu potessi pensare di me che fossi uno disperato, che ci provava. Non volevo, ci fossero problemi tra noi. Il vero problema era che mi piacevi. Alla fine una sera, incredibilmente, ti riuscii a convincere, ma solo perché c’era lo sciopero dei mezzi (benedetto sciopero dei mezzi, quanto lo ringraziai soltanto quella volta). E così ti sei seduta davanti, tra me e il manubrio. Lo spazio di un respiro. Ti sei messa lateralmente e io frenavo fingendo ci fossero buche. I tuoi capelli mi andavano in viso, ma non volevo spostarli. Un misto tra incoscienza, orgoglio e innamoramento ingenuo. Ti dicevo “attenta, tieniti, attenta, tieniti”. A un certo punto hai stretto così tanto la mano, che mi sono rimasti i segni delle tue mani sulle braccia. Nell’ultimo pezzo prima di arrivare al tuo appartamento, però, c’era veramente una buca che non sono riuscito a evitare, perché non ho frenato quando avrei dovuto. Incredibilmente non siamo caduti, ma hai preso uno spavento e ti sei aggrappata a me. Non al braccio, proprio a me. Non abbiamo detto niente, non ci siamo detti niente, ci siamo solamente guardati. Io non ho fatto nessuna mossa, tu non hai fatto nessuna mossa. Ho continuato a pedalare, in silenzio, senza fare battute, senza te che mi dicevi di guardare dove andavo, ché al buio non si vedeva niente. Siamo rimasti in silenzio, un silenzio di imbarazzo, un silenzio assurdo. Ti ho accompagnata a casa, ho aspettato che entrassi nel portone del palazzo. E quando si è spenta la luce, sono tornato a casa, senza frenare, dritto a casa, da solo nel buio. Il giorno dopo, al lavoro, quando abbiamo finito, ci siamo messi a sistemare le sedie, a pulire il pavimento. Solita routine. Non ti ho detto niente, non ti ho proposto niente. Non c’è la sciopero dei mezzi. E quando sono uscito, ti ho vista accanto alla mia bici. Mi hai guardato e, sorridendo, hai detto: “Quante frenate dovrai ancora fare prima di baciarmi?”. Inutile dire che non mi servirono più gli scioperi per poter essere dove volevo con chi volevo.

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Puzzle di te (due indizi, una coppetta)

Il mascara sbavato, gli occhi gonfi di pianto.
«Sposta meglio il cell, non capisco… sei sotto un albero? Che ombra strana.»
Giri il volto.
«No, sono le occhiaie.»

Qualcosa si spezza. Ma in silenzio.

La sento distante, scollata. Le chiedo come va, ma non riesce neanche a mentire con un “tutto bene”.
Quell’ombra sotto l’occhio. Quanto sono stato cieco.
Adesso ci penso, troppo tardi.

«Non ti sento da un po’, ma che fine avevi fatto?»
«No, niente, sai…»
No. Non so. Non so più nulla.

Mi ero stancato di essere sempre quello che cercava.
Le spunte erano sparite. Neanche un visto, neanche un segno.
Ma in fondo al cervello, una voce si faceva spazio.

«Ma sei sola a casa?»
«Sì. Ora sì.»

Lo sguardo non guarda me. Passa oltre lo schermo, come a controllare qualcosa.
Qualcuno.

«Ma ti sei pure spaccata il labbro.»
«Vabbè, lo sai che sono sbadata.»

Due indizi non fanno una prova.
O forse sì.
O forse non voglio metterli insieme.
Perché fa paura.

«Oh, ma quando ci vediamo? Dai, che è da una vita che non ti offro una coppetta.»
«Eh… non lo so.»

Mi butto.
«Ma va bene con lui? Sei sicura?»

Un attimo di silenzio. Poi:
«Sì… ogni tanto si arrabbia. Ma come tutti.»

Una risposta precisa, a una domanda vaga.
Due indizi non fanno una prova.
Ma cominciano a far rumore.

«Devo andare, scusami.»
«Ok, ma fatti sent…»

Chiude.

E io?
Troppi cazzi miei, troppi pensieri da gestire.
E mentre dovevo leggere i segnali, ho deciso di crederti.
Che stupido.

Mi stringi forte la mano. Forse l’anestesia sta finendo.
«Ehi…» sussurro.
Non ti volti

Hai il gesso all’altro braccio, il viso segnato.
Ferite, lividi.
Cicatrici che parlano al posto tuo.

Vedo i pezzi di te.
Quel puzzle impossibile da ricomporre, da mille forme diverse: alcune scheggiate, altre sparite, altre mai appartenute a nessuno.
Ma sei sempre tu.
E ora ci sei.

«Ti sta bene questa fasciatura.»
Non so dire altro. Non so se serve.

Sorridi.
No, ridi. Sul serio.
Un miracolo.

«Fai meno lo stupido… vammi a prendere una coppetta.»
Ti giri. Ci guardiamo.
Basta quello.

«Vado.»

Sarò lì.
Ci sarai anche tu.
Ti passerò i pezzi, e a volte sarai tu a passare i miei.
Non devi essere perfetta. Solo libera.
Nel puzzle della tua vita, che nessuno potrà più rompere.

Dovrebbe stupirmi

Guardo l’orologio: sei in ritardo. Ma non dovrebbe stupirmi. Tutte le volte che ti aspettavo sotto casa dovevo fare melina con il tuo truccarti e impegnarmi in quattro o cinque giri del quartiere per essere certo che fossi già scesa. Sono vestito elegante, incredibile. Giacca e cravatta, un abito niente male. La cosa mi sorprende: quante volte mi hai chiesto di vestirmi in un certo modo, di smetterla di mettere jeans e maglietta, di fare un “upgrade”. Non ti ho mai ascoltata, ma sono qui, nel giorno più importante della tua vita, come avevo sempre voluto. Dalla finestra riesco a intravedere la tua schiena, incorniciata dal basso da un tessuto bianco elegante. Percepisco l’ansia in quella stanza, la voglia di perfezione per quel momento. Sorrido. Quante volte ho immaginato questa giornata.
“Chissà come sarà, te la immagini?”
“Sicuramente sarai in ritardo.”
“Ma no…”
“Però ti perdonerò perché sarai bellissima.”
Le mille combinazioni possibili e gli imprevisti più impensabili: il cugino fotografo che si ammala, la zia che cura il catering che si sloga una caviglia, l’herpes sul labbro che rovina le foto. Vorrei suonare il clacson, la gente sicuramente si starà spazientendo. Sono pronto a sentire il tuo “sì”. Ti vedo uscire dal tuo condominio. Il cuore mi batte forte. Non dovrei essere lì. Mi giro verso il volante, entro in auto, sedile guidatore. Tu dietro.
“Mi scusi per il ritardo.”
Non dovrei parlare, ma mi scappa una rassicurazione.
“Non si preoccupi.”
Lo dico con una voce che sa troppo di ieri per sembrare professionale. Vedo un tuo sussulto. Guardi lo specchietto, io alzo la testa. Incrociamo i nostri sguardi, i nostri destini. Forse speravi non fossi io, che l’ansia ti stesse procurando illusioni. O, chissà, magari non speravi altro. Siamo soli in quella Aston Martin noleggiata per l’occasione. Spero tu possa dire qualcosa, farmi capire di cambiare strada. Ma arriviamo davanti alla scalinata. Dieci lunghissimi secondi. Non esci. Il tempo si ferma — o forse sono io che non voglio che riparta. Mi faccio coraggio, per entrambi.
“Andrà tutto bene.”
Ti apro la portiera. Non so se sorridi, ma per un istante mi sembra di sentire il profumo di quando studiavi da me e ti mettevi la mia felpa. Forse è solo la tensione. Non dici niente. Vado via. Sgommo e sparisco da quella gioia altrui che mi trafigge. Ero pronto a sentire il tuo sì. Ma non seduto in fondo alla chiesa. Non da lì.

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Una lettera lunga una vita

E’ la storia di un ragazzo che ha scritto una lettera a una ragazza per una vita intera. Non le ha mai rivolto la parola, dal primo giorno in cui l’ha vista al liceo. Neanche sul bus che hanno preso per anni dirigendosi alla stessa università. Lui scriveva, lei parlava con qualcuno. Lui appuntava ciò che provava, lei studiava per l’esame di patologia I. Era incredibile come riuscisse ad esserle invisibile – o almeno così pensava. Era riuscito a riempire 842 quaderni con i suoi pensieri, rivolti a qualcuno a cui non aveva neanche detto “ciao”. Aveva paura di poter cambiare idea, che tutto quello che aveva coltivato in quel giardino mentale si sarebbe rivelato lontano dalla realtà. Gli bastava osservarla. Certo, questa storia può sembrare al limite della violenza psicologica. Eppure lui se ne stava buono, non aveva alcun giudizio su ciò che lei faceva. Incredibile passare una vita così. Ma era felice. C’è stato un momento, un solo momento, nel quale sembrava che i loro sguardi si fossero incrociati e tutto potesse prendere una direzione normale – che poi normale per chi? Non per lui. Forse lei si era davvero accorta che quel ragazzo, ora uomo, era una presenza costante ma non ingombrante. Quasi un angelo custode. Si ritrova vecchio, il ragazzo, poi uomo. Ha due valigie con sé, le trascina lentamente, a stento riesce a sollevarle dallo scalino del marciapiede. Legata alla schiena, con uno strategemma che non saprei dirvi, una sediolina di quelle che puoi portare quando vai a pesca, o quando, d’estate, vuoi del refrigerio momentaneo in un punto qualsiasi del bosco. Ecco, si siede quel vecchio, una volta ragazzo e uomo, davanti a una data di inizio e una data di fine. Le tocca con le mani, incise, ma non fredde come pensava. Apre la valigia, le dita tremano, ma non saprei dire se per l’età o l’emozione. Non c’è nessuno intorno, un vento leggero muove i pochi capelli in testa. Il vecchio tira fuori uno dei quaderni, apre la prima pagina. “Cara…” .

Io resterò, tu anche.

Io resterò sempre l’irrazionale romantico,
che non si fidava di nessuno ma ti aveva dato il suo cuore senza pensarci.
Tu resterai sempre quella razionale, non per forza calcolatrice,
che ha cercato il primo bacio, sorprendendomi.
Io quello che accelerava,
tu quella che si aggrappava, emozionata.
Io il finto navigato da salvare,
tu la dolce decisa.
Io rimarrò quello della penna,
tu della matita.
Io quello dei giri in tondo,
tu delle linee dritte.
Io di quelle che si scontrano,
tu di quelle parallele.
Io quello geloso,
tu quella che non fa domande.
Io resterò quello che ha distrutto tutto,
tu quella che ha scelto anche per me.
Io occuperò lo spazio di entrambi,
tu non avrai premura di buttarmi fuori.

E, alla fine infinita di questa danza
che faccio ormai tra me e me davanti allo specchio,
in cui ogni tanto mi sembra di vederti – senza cercarti, ma forse volendoti –
io resterò, in silenzio, a scrivere di noi.

Ma tu non leggerai, come hai sempre fatto.

Senza titoli

Ricordo un sms che le mandai, come se fosse una dichiarazione. Nella mia mente contorta doveva essere una dichiarazione d’amore o di intenti. O solo confusione da condividere per trovare una risposta, riversandola verso qualcuno che mi sembrava più concreto e pratico di me. Nell’infinità di canzoni, di autori e di poesie che l’universo mi aveva donato, scelti un pezzo della canzone “Senza titoli” di Samuele Bersani.

“Il caso vuole che io non sia capace di assorbire la tua voce in pace. Non sto bene, oddio mi sento le caviglie in catene”.

Se dovessi fare una sorta di analisi del testo, direi che la prima parte sta rivelando un’ossessione che si sta facendo strada nella testa del presunto innamorato. Il “non sto bene”, una richiesta di malattia al medico di base. Da “oddio” fino alla fine direi che è la richiesta di aiuto di una persona rapita e messa in uno scantinato.

Eppure, devo dire la verità, non credo di aver trovato più un testo che riassumesse meglio quello che provavo per qualcuno come quell’sms che mandati, nella mia totale inesperienza ma piena speranza di fare colpo.

Mi è del tutto oscuro

Non ricordo più i contorni del tuo viso,
quelli che percorrevo con le dita, fingendo di dipingere o disegnare.
Quando mi hanno detto che eri davvero bella —
non proprio in questi termini, ma parafraso —
ho dovuto ammettere che certe cose non mi erano più così chiare da poterle confermare.

Mi è del tutto oscuro come io possa ricordare le sensazioni,
ma non i dettagli del tuo volto.

È scolpito nel mio cuore il battito del tuo.

Sta di fatto che, se ti penso,
anche se non ti visualizzo,
non mi sei affatto indifferente.

Forse non lo sei mai stata,
e sono io che ho fatto finta.

Playlist aggiornata

Moltiplicazioni

A volte hai bisogno di pensare a chi non dovresti.

E se sbagli a pensare alla persona sbagliata,
magari — in un universo che non conosce solo moltiplicazioni —
una doppia negazione crea qualcosa che somiglia all’amore.

E succede solo perché sei tu.

L’unica persona giusta per sbagliare così bene.

Basta con i raggi di luce dalle serrande

Non so quante volte avrò usato la metafora dei raggi di luce che passano dalla finestra e illuminano il corpo di una donna. Un luogo comune stupendo, a volte sostituito da quello dei raggi della luna, altrettanto poetico. Ma invece io mi ricordo le serrande chiuse per la vergogna di essere visti. Era questa la vera realtà amorosa e romantica dell’amore giovanile. La vera poesia era nel trovare il momento perfetto e capirsi, rubare un momento di intimità cercando di fingere di saperne qualcosa. E capire che non serviva far fina ti essere navigati. Bastavamo noi due, senza che nessuno rompesse le scatole o con un fratello o sorella che facesse da palo. Parlare sottovoce e poi sorridere, a volte mettendosi anche a ridere. Ma non per prendersi in giro o per abbassare la tensione delle prime volte. O forse sì, quest’ultima ci può stare. Era la felicità di sentirsi vivi. E non c’entra niente la gioventù, quando sei giovane non lo sai e te ne sbatti altamente. Nel profondo del cuore di entrambi cercavamo ciò che ci facesse stare bene, e stare bene voleva dire anche quello. Serrande chiuse, luce fioca, panico. E amore. Quello sì, di quelli giovanili e ingenui. Ma di quelli belli, belli davvero.

Playlist aggiornata, olè

Adele e Marco

Lei non credeva assolutamente nelle pause, ma quando sei innamorata sei pronta a credere a qualunque cosa.

Anche la più cinica, la più realista e quella che ha ripetuto mille volte “non lo farò mai”. Avrebbe creduto anche agli UFO se le avesse detto di averli incontrati. Salvo poi smentire tutto se la loro storia fosse finita.

“So che è un cliché ma, davvero, non è colpa tua ma mia”

Nella sua testa diceva “Lo so benissimo brutto …. che è colpa tua, stupido”, ma dalla sua bocca venivano solo parole di comprensione “No… lo so, non stai vivendo un buon momento con il lavoro e la tua famiglia…”

“Mi dispiace, Adele, ho bisogno di ritrovare me stesso, in solitudine”.

“Rinuncerai al viaggio coi tuoi colleghi?”

“No beh… non posso, ho già pagato”

“Ma hai anche pagato l’affitto di questo mese. Secondo questa tua teoria dovresti rimanere almeno un altro mese qui”

“Adele…”, disse Marco spalancando le palpebre e roteando gli occhi con tono scocciato.

“Sto solo cercando di capire, perché se non è colpa mia perché devo subirne tutta la tristezza? Perché deve ricadere anche su di me?”

Si guardarono dritti negli occhi. Marco cercò di avvicinarsi per prenderle la mano, allontanandosi dalla valigia che stava riempendo con mutande, calzini e altri indumenti, ma lei si allontanò con istinto di protezione.

“Sono gli effetti collaterali dello stare assieme”

“L’amore è un effetto collaterale della fragilità”

“O forse il contrario”

Marco capii che aveva azzardato troppo e non avrebbe corso il rischio di essere cacciato a calci da quello che, fino a quel momento, era stata la loro tana. Adele, invece, sentiva che quella paura di perderlo stava piano piano svanendo. Proprio quando sembrava che la loro storia fosse giunta al capolinea. Forse era da tempo che le cose non andavano e si stavano solo materializzando tutte le cose che pensava: i dubbi, le insicurezze, tutte concentrate in un amore che ora stava sparendo.

“Questa pausa sarà una fine.”

—-

“La cosa incredibile, cara Adele, è che chi continua a dire che ha paura di perdere qualcuno è sempre il primo o la prima a mollare la presa. E’ un modo di scaricare le proprie responsabilità: se tutto finisce, se ti perdo, è colpa tua perché non sei riuscito a tenermi.”

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