Più ciechi che romantici

Ci trovavamo in mezzo a tante persone, con luci basse e un semibuio studiato per creare atmosfera, che però stava rendendo tutti più ciechi che romantici.
Con un lento che non mi piaceva nemmeno – ma che mi è impossibile dimenticare – e addosso un maglione di 3-4 taglie più grande di me.
Barba da finto ex-sbarbatello, capello corto insensato per quelle temperature.
Sguardo per sembrare misterioso, ma che ti faceva sembrare intronato.

Amici che avrebbero dovuto accompagnarti a casa e invece sparivano chissà dove con chissà chi.

“Ma davvero, loro? Sono sicuro che non hai visto bene, cazzodici”.

Invece è proprio dove e con chi nessuno penserebbe all’amore che l’abbiamo trovato.

Strano a dirsi, quando tutto ormai filava sotto la luce più luminosa dell’universo, ad eccezione di qualche nuvoletta che – erroneamente – ritenevo più Fantozziana che temporalesca, abbiamo mandato tutto a puttane.

Di questo son certo

Di una cosa sono certo:
se tutto questo non fosse finito,
io fossi stato tuo e tu fossi stata mia,
la mia vita contagiata dalla tua e la tua dalla mia,
i tuoi sorrisi motivo dei miei e i miei motivo dei tuoi,
le albe sotto le tue coperte fossero state anche le mie,
le cose non sarebbero andate comunque come avremmo voluto.
Né come avremmo sognato.
Tantomento sperato.
E men che meno meritato.

Stampino originale (ma allora?)

Sbarazzarsi di me, del ricordo che hai di me, è facile a dirsi e a farsi: ho commesso tanti sbagli, ho più difetti di quanti ne possa avere l’uomo peggiore con cui pensavi di stare insieme. 

Lo so che è così, che ci hai sbattuto la testa mille volte: su quanto avresti voluto che migliorassi, col mio potenziale infinito e mai sfruttato.

Per paura, pigrizia o chissà cosa mi potesse mai passare per la testa che non fosse allineato con il tuo modo di vedere la vita.

Sulle influenze che potevo avere sulla tua gioventù in fiore, brillante di paillette, ricchi premi e cotillon che stonavano con i miei percorsi, che disegnavo ancora come montagne da elettrocardiogramma degne delle abilità artistiche di un bambino dell’asilo.

Sicuramente oggi hai accanto chi è riuscito a entrare nello stampino originale.

Quello che avevi disegnato per me, e in cui non sono mai riuscito a entrare, pur provandoci con compromessi e promesse che si sono rivelate vaghe e deleterie.

A me sta bene avere il record di occasioni sfumate. Perché sono quelle che il tuo cuore – che comanda oltre il tuo cervello e la tua razionalità fasulla – farà fatica a dimenticare.

E quando ti tornerò in mente – anche se con disprezzo – non potrai nascondere il sorriso per quelle poche ma intensissime e ineguagliabili sensazioni che ti ho fatto provare.

E nessuno, al diavolo l’umiltà, potrà mai farti provare.

Ma, allora, se è davvero così: perché sono solo io dei due quello che ricorda ancora?

Automobile sentimentale

Era stato un lungo viaggio, finito da tanto e forse troppo tempo.

Ma era come se non riuscisse a sbarazzarsi dell’automobile con cui l’avevano fatto: la teneva nascosta in garage, sotto quintali di polvere.

Ed era come se non volesse accettare che non esisteva più la marca di benzina con cui fare il pieno.

Si era sempre concessa di sedersi lì dentro, provando ad abbassare i finestrini per far entrare un po’ d’aria nuova nelle loro vite adulte – e forse mature.

Ma la manovella era incastrata. E non c’era elettricità per muoverli automaticamente.

Avrebbe voluto suonare il clacson per avere la sua attenzione, ma non sapeva di non c’entrare più niente con il percorso che lui stava facendo. E non sarebbe stato giusto.

Avrebbe tentato di pulire il parabrezza per vedere più chiaramente cosa poteva riservare il futuro. Anche solo un incontro casuale tra un milione, come era successo a loro, in un posto dove nemmeno voleva trovarsi.

Ma era tutto spento.

Le sarebbe piaciuto girarsi verso il lato passeggero e vederlo accanto, sorridere, mettendo la mano sulla sua mentre cambiava marcia.

Per davvero. E non come le false promesse che gli avevo fatto.

Ma poi si ricordò che, pur avendo la patente, non aveva mai guidato.

E per questo che decise scendere da quella vecchia macchina, abbandonare l’idea di un nuovo viaggio e ammettere ciò che aveva finalmente imparato.

Qualcosa di diverso dal lieto fine cinematografico: continuare ad amare, ma lasciare andare.

Playlist aggiornata 🙂

So che non ricorderai

So che non ricorderai di quando eri stesa sul letto e volevi dormire.
Io mi sono avvicinato, ti ho vista con gli occhi chiusi e ho desiderato darti un bacio come nelle favole.
Ma invece sono scappato via, come un bambino.

So che non ricorderai di quando sono tornato una seconda volta. Sembravi ancora addormentata, ma le tue palpebre tremavano leggermente e con un filo di speranza ho creduto che stessi sognando di me.

So che non ricorderai di quando sono tornato una terza volta. Avevi gli occhi aperti, mi guardavi forse per aspettarmi, forse per capire la mia prossima mossa.
Ti ho sussurrato un “Ehi”, con un tono da macho un po’ goffo, e tu – sì, proprio tu – mi hai risposto “Ehi”.

So che non ricorderai che ci siamo guardati. Tu mi hai chiesto: “Che cos’è che vuoi?”, con dei puntini sospensivi che accarezzavano le mie labbra.

E io ti ho baciata, senza scappare.

Forse è stato uno dei baci più belli della mia vita.
E anche se non ricorderai nulla di tutto questo, lasciandolo sbiadire come una cartolina mai inviata, non preoccuparti: fingerò di non farlo anche io. Proprio come adesso.

Nell’attesa del bacio

Nell’attesa del bacio più bello. Quello rubato, mentre cerchi la persona sbagliata, nel posto che non ti aspettavi. Il cuore sembra arrendersi a questa vita che ti mette alla prova, e maledici gli sguardi che non vuoi, ma che si piantano come coltelli sulla pelle. Ti ripeti che ci sono cose più importanti, e lo fai mentendo con un sorriso.

Poi arriva quel bacio. Quello che sa di buono, che ti fa dimenticare tutto. Il fiato si spezza in gola, ma non fa male. Anzi, ti ricorda che forse è proprio questo l’amore che meriti. Che meritiamo.

Vaniglia baciata dal mare

Il tuo profumo d’estate aveva qualcosa di diverso.
Sapeva di vaniglia — ma una vaniglia toccata dal mare.

Strano, perché il mare era lontano.
Centinaia di chilometri da noi.

Eppure, quando mi appoggiavo alla tua spalla,
quando i tuoi capelli mi finivano sul viso mentre guidavi il motorino, non era fastidioso.

Era come surfare in città,
con 40°C
e conchiglie invisibili che ti danzavano accanto.

Sono sicuro che anche le tue labbra sapessero di mare.

Non lo saprò mai.

Ma ne scriverò per sempre.

La brezza incerta

Mai dimenticherò

la brezza incerta che

ci sfiorava la pelle.

Come quando stai per baciarti

la prima volta

ma nessuno si muove.

Quel momento,

sull’orlo di un precipizio,

che dura per sempre.

Stazione di Trieste, 2025

Alla stazione, due ragazzi si salutano.
Non parlano. Si stringono in un abbraccio che sembra non finire mai, il mento poggiato sulla spalla dell’altro.
Gli occhi persi nel vuoto, a volte chiusi, come se bastasse non vedere per non sentire l’assenza che sta per arrivare.

Si salutano così, come un foulard strappato via dal vento da un collo ancora caldo.
Come la promessa di un “per sempre” che resiste, ostinata, anche mentre tutto cambia.

Un gesto lento, una mano che saluta attraverso il vetro.
Quel finestrino, ora, è una prigione sottile: separa senza rumore, ma pesa.
Si scrivono, ridono, si rincorrono nei messaggi — ma non è lo stesso.

Aspettano il prossimo giro.
Perché no, non è un addio.

Quel momento

Arriverà il momento in cui il ricordo di te sarà durato più a lungo di noi.
In cui le parole dette da altri saranno più numerose delle nostre,
la risata dell’altro diventerà un’eco lontana, destinata a svanire,
e l’unica pelle che sfioreremo sarà quella di sconosciuti, in giro per la città.

Arriverà il momento in cui il ricordo che conserverai di me
coinciderà con la mia versione peggiore.

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