So che non ricorderai

So che non ricorderai di quando eri stesa sul letto e volevi dormire.
Io mi sono avvicinato, ti ho vista con gli occhi chiusi e ho desiderato darti un bacio come nelle favole.
Ma invece sono scappato via, come un bambino.

So che non ricorderai di quando sono tornato una seconda volta. Sembravi ancora addormentata, ma le tue palpebre tremavano leggermente e con un filo di speranza ho creduto che stessi sognando di me.

So che non ricorderai di quando sono tornato una terza volta. Avevi gli occhi aperti, mi guardavi forse per aspettarmi, forse per capire la mia prossima mossa.
Ti ho sussurrato un “Ehi”, con un tono da macho un po’ goffo, e tu – sì, proprio tu – mi hai risposto “Ehi”.

So che non ricorderai che ci siamo guardati. Tu mi hai chiesto: “Che cos’è che vuoi?”, con dei puntini sospensivi che accarezzavano le mie labbra.

E io ti ho baciata, senza scappare.

Forse è stato uno dei baci più belli della mia vita.
E anche se non ricorderai nulla di tutto questo, lasciandolo sbiadire come una cartolina mai inviata, non preoccuparti: fingerò di non farlo anche io. Proprio come adesso.

Nell’attesa del bacio

Nell’attesa del bacio più bello. Quello rubato, mentre cerchi la persona sbagliata, nel posto che non ti aspettavi. Il cuore sembra arrendersi a questa vita che ti mette alla prova, e maledici gli sguardi che non vuoi, ma che si piantano come coltelli sulla pelle. Ti ripeti che ci sono cose più importanti, e lo fai mentendo con un sorriso.

Poi arriva quel bacio. Quello che sa di buono, che ti fa dimenticare tutto. Il fiato si spezza in gola, ma non fa male. Anzi, ti ricorda che forse è proprio questo l’amore che meriti. Che meritiamo.

Sagome

Siamo sagome vaganti,
stupide,
fatte di carne e di rimpianti.
Alla ricerca di qualcuno
che lenisca il nostro dolore.
E finiamo per accontentarci
anche di chi non è lei.

Ancora in Alto (Adige)

Nella geometria perfetta del grano e nella posizione creativa delle margherite. Nei sassi fermi agli angoli, nel vento che mi muoveva il cappello. Nei singoli fili d’erba e nel sole che tramontava dietro le montagne.
Negli uccellini che mi venivano vicino, speranzosi di un pezzo di pane.  Ascoltando “Vivo” di Andrea Lazslo De Simone, camminando senza parlare in mezzo a tutto questo, ti ho rivisto papà. Ti ho chiamato sottovoce, come quando ero bambino e ti chiedevo di venire a dormire nel letto grande con te e mamma. E la natura mi ha parlato, ne sono certo. In tutto quello che ho descritto e a te piaceva vedere qui, in Alto Adige. Te l’avevo promesso che sarei tornato.
E lo rifaremo ancora. Sempre.

Boomer

Essere stati innamorati prima di WhatsApp, del “visualizzato alle…”, prima del “ti taggo in una story”, significa essersi detti le cose guardandosi o aspettandosi veramente.

E quell’attesa, quella pazienza, la scelta deliberata di restare insieme, oggi è quasi rivoluzionaria.

Vaniglia baciata dal mare

Il tuo profumo d’estate aveva qualcosa di diverso.
Sapeva di vaniglia — ma una vaniglia toccata dal mare.

Strano, perché il mare era lontano.
Centinaia di chilometri da noi.

Eppure, quando mi appoggiavo alla tua spalla,
quando i tuoi capelli mi finivano sul viso mentre guidavi il motorino, non era fastidioso.

Era come surfare in città,
con 40°C
e conchiglie invisibili che ti danzavano accanto.

Sono sicuro che anche le tue labbra sapessero di mare.

Non lo saprò mai.

Ma ne scriverò per sempre.

La brezza incerta

Mai dimenticherò

la brezza incerta che

ci sfiorava la pelle.

Come quando stai per baciarti

la prima volta

ma nessuno si muove.

Quel momento,

sull’orlo di un precipizio,

che dura per sempre.

Palliativi

Perdo tempo,

anestetizzandomi con palliativi inefficaci,

dai quali ormai sono dipendente.

Ma è nello specchio che si cela,

ogni volta,

il mio vero carnefice.

Un telefono che non posso tenere in mano

Ho avuto un sintomo di colite forte questa sera. Non so cosa ho mangiato. Mi è capitato altre volte negli ultimi due anni, ma non così forte, o almeno non me lo ricordo così forte.
Mi sono messo sul divano, a pancia in giù, come viene insegnato, ma il dolore non passava.
A un certo punto ho chiuso gli occhi e ho detto sottovoce il tuo nome.
Ti ho chiamato, come se tu fossi qui, come se potessi sentirmi, come se fossimo al telefono o su WhatsApp.
Ti ho chiamato. Ho detto: “Papà.”
Ho chiuso gli occhi e, a mano a mano che ti pensavo e ti chiamavo, il dolore è quasi sparito.
Mi sono addormentato, forse cinque o dieci minuti. Un sonno profondo.
Quando mi sono risvegliato, non c’era più il mal di pancia.
Non so come spiegarlo.
Mi dispiacerebbe pensarti come una medicina per i miei problemi, però preferisco pensare che io ti abbia davvero chiamato, in quel momento. Al telefono.
Un telefono che non posso tenere in mano.
Che tu mi abbia risposto. Che mi abbia tranquillizzato con la tua voce, come facevi sempre.
Non voglio dare una spiegazione logica a questa cosa.
Probabilmente, se la chiedessi a qualcuno, me la saprebbe anche dare.
Ma non la voglio.
Voglio solo rispondermi dicendo che, come ho sempre detto, tu ci sei sempre. In qualche modo.

Playlist aggiornata 🙂

Stazione di Trieste, 2025

Alla stazione, due ragazzi si salutano.
Non parlano. Si stringono in un abbraccio che sembra non finire mai, il mento poggiato sulla spalla dell’altro.
Gli occhi persi nel vuoto, a volte chiusi, come se bastasse non vedere per non sentire l’assenza che sta per arrivare.

Si salutano così, come un foulard strappato via dal vento da un collo ancora caldo.
Come la promessa di un “per sempre” che resiste, ostinata, anche mentre tutto cambia.

Un gesto lento, una mano che saluta attraverso il vetro.
Quel finestrino, ora, è una prigione sottile: separa senza rumore, ma pesa.
Si scrivono, ridono, si rincorrono nei messaggi — ma non è lo stesso.

Aspettano il prossimo giro.
Perché no, non è un addio.

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