Basta con i raggi di luce dalle serrande

Non so quante volte avrò usato la metafora dei raggi di luce che passano dalla finestra e illuminano il corpo di una donna. Un luogo comune stupendo, a volte sostituito da quello dei raggi della luna, altrettanto poetico. Ma invece io mi ricordo le serrande chiuse per la vergogna di essere visti. Era questa la vera realtà amorosa e romantica dell’amore giovanile. La vera poesia era nel trovare il momento perfetto e capirsi, rubare un momento di intimità cercando di fingere di saperne qualcosa. E capire che non serviva far fina ti essere navigati. Bastavamo noi due, senza che nessuno rompesse le scatole o con un fratello o sorella che facesse da palo. Parlare sottovoce e poi sorridere, a volte mettendosi anche a ridere. Ma non per prendersi in giro o per abbassare la tensione delle prime volte. O forse sì, quest’ultima ci può stare. Era la felicità di sentirsi vivi. E non c’entra niente la gioventù, quando sei giovane non lo sai e te ne sbatti altamente. Nel profondo del cuore di entrambi cercavamo ciò che ci facesse stare bene, e stare bene voleva dire anche quello. Serrande chiuse, luce fioca, panico. E amore. Quello sì, di quelli giovanili e ingenui. Ma di quelli belli, belli davvero.

Playlist aggiornata, olè

Cioccolatini ripieni

Mi ero fatto settecento film mentali, da quello più scadente a quello più romantico, passando dal fantastico. Avevo preparato mille discorsi, frasi ad effetto. Comprato cioccolatini, di quelli costosi, ripieni di non so cosa.
Ma quando ti ho vista uscire dal portone di casa, non ci ho capito più niente, tanto eri bella te lo giuro.
Credo che i cioccolatini siano ancora su quel muretto, sciolti o mangiati dai passanti. Quei film continuo a farmeli, e continuo a non saper cosa potrei dirti.
Chissà se riuscirò mai ad avere il coraggio di chiederti di uscire con me.

Adele e Marco

Lei non credeva assolutamente nelle pause, ma quando sei innamorata sei pronta a credere a qualunque cosa.

Anche la più cinica, la più realista e quella che ha ripetuto mille volte “non lo farò mai”. Avrebbe creduto anche agli UFO se le avesse detto di averli incontrati. Salvo poi smentire tutto se la loro storia fosse finita.

“So che è un cliché ma, davvero, non è colpa tua ma mia”

Nella sua testa diceva “Lo so benissimo brutto …. che è colpa tua, stupido”, ma dalla sua bocca venivano solo parole di comprensione “No… lo so, non stai vivendo un buon momento con il lavoro e la tua famiglia…”

“Mi dispiace, Adele, ho bisogno di ritrovare me stesso, in solitudine”.

“Rinuncerai al viaggio coi tuoi colleghi?”

“No beh… non posso, ho già pagato”

“Ma hai anche pagato l’affitto di questo mese. Secondo questa tua teoria dovresti rimanere almeno un altro mese qui”

“Adele…”, disse Marco spalancando le palpebre e roteando gli occhi con tono scocciato.

“Sto solo cercando di capire, perché se non è colpa mia perché devo subirne tutta la tristezza? Perché deve ricadere anche su di me?”

Si guardarono dritti negli occhi. Marco cercò di avvicinarsi per prenderle la mano, allontanandosi dalla valigia che stava riempendo con mutande, calzini e altri indumenti, ma lei si allontanò con istinto di protezione.

“Sono gli effetti collaterali dello stare assieme”

“L’amore è un effetto collaterale della fragilità”

“O forse il contrario”

Marco capii che aveva azzardato troppo e non avrebbe corso il rischio di essere cacciato a calci da quello che, fino a quel momento, era stata la loro tana. Adele, invece, sentiva che quella paura di perderlo stava piano piano svanendo. Proprio quando sembrava che la loro storia fosse giunta al capolinea. Forse era da tempo che le cose non andavano e si stavano solo materializzando tutte le cose che pensava: i dubbi, le insicurezze, tutte concentrate in un amore che ora stava sparendo.

“Questa pausa sarà una fine.”

—-

“La cosa incredibile, cara Adele, è che chi continua a dire che ha paura di perdere qualcuno è sempre il primo o la prima a mollare la presa. E’ un modo di scaricare le proprie responsabilità: se tutto finisce, se ti perdo, è colpa tua perché non sei riuscito a tenermi.”

Effetti collaterali

Perché essere

dei romantici senza speranza

ha questo effetto collaterale:

l’insaziabile voglia

di raccontare qualcosa

che non è mai successa,

ma che abbiamo desiderato

fino a distruggerci.




Playlist aggiornata 🙂

Un anno, ma so che mi segui

Scritto tra Dicembre 2023 e Maggio 2024

Quanto dura il lutto? Quando passa il lutto? La verità è che non passa mai. Vai avanti, perché bisogna andare avanti, perché si vive e la vita va avanti, perché scorre. Ci sono persone che pensano che debba durare poco, che ci sia quasi un tempo prestabilito e scientifico, circa sei-sette mesi. Altre persone fanno una proporzione con il tempo passato con quella persona che non c’è più.

E’ passato un anno, papà. Le persone mi hanno detto che sembrava quasi non fosse successo niente. Certo, hanno visto un velo di tristezza, ma mi hanno detto che ero forte, che ero andato avanti senza cenni di cedimento. La verità, papà, è che questa cosa un po’ mi è dispiaciuta, perché non stavo dimostrando quanto stessi realmente soffrendo. Ma, d’altra parte, sei stato tu ad insegnarmi ad essere forte, disponibile per gli altri, a non lamentarmi. Per cui, mi ha fatto piacere che sembrava ci fosse un tratto di te nel mio comportamento.

La verità, papà, è che nell’ultimo anno non ho mai preso delle decisioni difficili. Certo, ho ascoltato i consigli degli altri, ma non è la stessa cosa, perché non c’eri tu. Perché, anche se facevo fatica ad ascoltarti per stupido orgoglio, sapevo che quello che dicevi era giusto e potevo fidarmi e affidarmi. La verità, papà, è che mi manchi.

Ti sto scrivendo per tutte le volte che hai potuto pensare che mi fossi dimenticato di te perché avevo le “giornate piene”, non è così. E forse quest’anno in cui non ho voluto prendere decisioni difficili, ne è la dimostrazione.

E’ una di quelle cose di cui non vorresti mai dire “sembra ieri”. E’ passato un anno papà. Vorrei non fosse mai accaduto. Si dice “un anno è volato”, ma spesso questi momenti non passano mai. Percorro la casa dove sei stato anche tu. E’ strano costruire nuovi ricordi dove ci sei stato tu. Una cosa che faccio sempre, quando mi accade un episodio doloroso, è ripercorrere gli stessi tragitti per poter sovrapporre il presente al passato che vorrei cancellare. Ma in questo caso, papà, rimarrei fermo per non sovrascrivere nulla e lasciarti sempre qui.

La verità è che mi manchi, questo lutto non passerà mai, aldilà della statistica e della matematica. Mi mancherai sempre, ci sarà sempre questa tristezza in me per non poter condividere più nulla. Anche le freddure, che io ora faccio con gli altri.

Ma spero che anche tu sorriderai nel vedere come mi comporto e, forse e lo spero, rivedrai un po’ di te.

Ciao papà.

E’ stato un anno duro. Ma so che tu lo sai e che mi segui. Sempre.

Non basta

La tua presenza è nell’assenza, ma non basta.

Anche prendere una tachipirina per un’eventuale influenza è diventato come premere il bottone della bomba atomica, da quando non ci sei tu. Provo a fare training autogeno per essere forte, scorro nella mente i tuoi consigli. E decido di aprire Gmail. L’ultima email che ci siamo scambiati erano dei suggerimenti medici. Le comunicazioni telematiche si erano un po’ diradate, ci sentivamo a voce. Ho sempre quel misto di nostalgia e consapevolezza che mi farò del male a rileggere le nostre conversazioni. Mi viene da ridere perché c’è un misto di consigli di qualsiasi tipo, informazioni prese dai giornali, comunicazioni che non volevi gli altri sentissero e me le inviavi da Gmail. Ci sono io che ti mandavo biglietti, articoli di giornale, 730 da controllare, fotografie. A volte era solo un ciao, perché magari eri al pc e me lo volevi mandare. Ci sono anche mie risposte stizzite e tue con i puntini che significavano che il discorso non era chiuso. So che mi prenderò il tempo  scorrerò tutte le mail, le conversazioni WhatsApp e le foto. Non ho altro fuori da me, e in me ho la tua memoria. Ma non mi basta, dovevo dirtelo.

(So che ti arriverà la notifica via email del mio post, ora ho scoperto come facevi a sapere sempre quello che scrivevo. E mi piace pensare che tu, ovunque sia, ancora la possa ricevere e possa leggermi.)

Questa semplice notte è nostra

Questa notte, tra i due santi che d’amore avvolgono ma in maniera diversa, la dedico a chi guarda il suo cuore spezzato. A chi ascolta le canzoni e le playlist che aveva dedicato o sono state dedicate. E che aveva sapientemente ignorato per tanto tempo. La dedico a chi, camminando, pensa di incrociare un suo vecchio amore, anche sa sa che vive in altri pianeti e continenti. E vive con quel battito accelerato tra il desiderio di e il desiderio di non. Tra il tasto del play di foto e quello del cestino. Tra il perché e il maledire. La dedico a chi danza tra le proprie macerie, piangendo sporcandosi con un po’ di vergogna racchiusa in quei pugni, per farsi forza. Tra ricordi che sì e ricordi che meglio di no. Questa notte, questa semplice notte, è vostra. È nostra.

Scusami, cuore

Ti chiedo scusa, cuore.
Anche se so che non avremmo potuto, e voluto, prendere strade differenti. Perché, anche se la sofferenza e gli errori fanno parte della vita, avrei potuto spaccarti di meno. Avevi il diritto di essere protetto, di non essere sempre gettato oltre questo maledetto ostacolo di cui tutti parlano. Di evitare chilometri inutili, nottate in bianco, risposte mai arrivate, malintesi mai compresi, “no” netti, vedute solo da amico, romanticismo senza speranza, paure e ansie di ogni tipo.
A volte non ci ho davvero potuto fare niente, non è dipeso da me, ma so che mi puoi capire. Avrei una lista infinita di “se” con cui giustificarmi, incolpando il cervello, ma, posso dirti: se non ci fossi stato tu così come sei, muscolo cardiaco imperterrito e perfettamente incastrato tra le mie mille cicatrici, non sarebbe valso neanche un minuto di tutta la mia vita.

Tapparelle

Il sole entrava dalle tapparelle riempiendo il suo corpo di macchioline bianche. Attraversava i fori di quella sorta di scudo, toccando la sua pelle ancora addormentata. E io non muovevo un muscolo, non volevo svegliarla. Sperando che fosse già sveglia, che percepisse questa mia angoscia mattutina, questa mia incertezza sul parlarle o meno. Lasciavo che i raggi del sole, meno timidi di me, la cullassero verso il mondo esterno, senza che si traumatizzasse. E quando il mio cuore batteva più forte, perché immaginava una vita accanto a lei, anche solo sulla stessa via o nello stesso raggio di respiro, mettevo le mie mani sul petto. Come se fossero un silenziatore, per non far capire niente a lei. Che, mentre fingeva di dormire, aveva capito tutto.

Il giro dell’addio

Ogni volta che ho cambiato città in maniera definitiva, o che pensavo lo fosse, date le volte che ho cambiato, ho compiuto un irrinunciabile rituale: il giro dell’addio. In cosa consiste? Il giorno prima, o pochi prima se l’ultimo è impossibile, faccio un giro della città per poterla salutare. Vado in posti che per me sono stati familiari, ma capita di girare anche in zone o anfratti che avevo totalmente saltato. Perché dati per scontati, perché avrei avuto tempo, perché (come un residente nativo) lo reputavo “turistici”. Anche durante il trasferimento più piacevole che ricordi, non c’è mai stata una volta in cui non ci fosse un velo di rimpianto. Come se le azioni compiute fossero legate alla città dove avrei potuto o dovuto compierle. Forse è un modo per scaricare la responsabilità alla città che porta sfiga o cose simili. Con te, Milano, ci avevo già avuto a che fare durante i miei anni universitari. Sappiamo bene il rapporto che abbiamo avuto, tanto che non sei mai rientrata nella rosa delle città in cui vivere. Ma ci sono tornato, non si sa mai. Traslochi, lavori, covid, periodi tranquilli e un po’ meno. Sta di fatto, Milano, che con te vivo cose belle e brutte all’estremo. Più che in altri posti, non conosci mezze misure con me. E ora me ne sto andando di nuovo, con un bagaglio diverso, con una foto diversa da quella che ho scattato poco prima venire di nuovo. Io sono diverso, forse ci siamo presi meglio di quando ero poco più che diciottenne. Stavolta, più dell’altra, ti saluto con dei rimpianti. Come l’altra volta, ti dico e mi dico che non ce ne sarà un’altra, perché sono testardo e irremovibile.
Ma, la mia vena da romantico, mi fa dire: non si sa mai.

Playlist aggiornata! 🙂

Voci precedenti più vecchie Prossimi Articoli più recenti