Stazione di Trieste, 2025

Alla stazione, due ragazzi si salutano.
Non parlano. Si stringono in un abbraccio che sembra non finire mai, il mento poggiato sulla spalla dell’altro.
Gli occhi persi nel vuoto, a volte chiusi, come se bastasse non vedere per non sentire l’assenza che sta per arrivare.

Si salutano così, come un foulard strappato via dal vento da un collo ancora caldo.
Come la promessa di un “per sempre” che resiste, ostinata, anche mentre tutto cambia.

Un gesto lento, una mano che saluta attraverso il vetro.
Quel finestrino, ora, è una prigione sottile: separa senza rumore, ma pesa.
Si scrivono, ridono, si rincorrono nei messaggi — ma non è lo stesso.

Aspettano il prossimo giro.
Perché no, non è un addio.

Io resterò, tu anche.

Io resterò sempre l’irrazionale romantico,
che non si fidava di nessuno ma ti aveva dato il suo cuore senza pensarci.
Tu resterai sempre quella razionale, non per forza calcolatrice,
che ha cercato il primo bacio, sorprendendomi.
Io quello che accelerava,
tu quella che si aggrappava, emozionata.
Io il finto navigato da salvare,
tu la dolce decisa.
Io rimarrò quello della penna,
tu della matita.
Io quello dei giri in tondo,
tu delle linee dritte.
Io di quelle che si scontrano,
tu di quelle parallele.
Io quello geloso,
tu quella che non fa domande.
Io resterò quello che ha distrutto tutto,
tu quella che ha scelto anche per me.
Io occuperò lo spazio di entrambi,
tu non avrai premura di buttarmi fuori.

E, alla fine infinita di questa danza
che faccio ormai tra me e me davanti allo specchio,
in cui ogni tanto mi sembra di vederti – senza cercarti, ma forse volendoti –
io resterò, in silenzio, a scrivere di noi.

Ma tu non leggerai, come hai sempre fatto.

Senza titoli

Ricordo un sms che le mandai, come se fosse una dichiarazione. Nella mia mente contorta doveva essere una dichiarazione d’amore o di intenti. O solo confusione da condividere per trovare una risposta, riversandola verso qualcuno che mi sembrava più concreto e pratico di me. Nell’infinità di canzoni, di autori e di poesie che l’universo mi aveva donato, scelti un pezzo della canzone “Senza titoli” di Samuele Bersani.

“Il caso vuole che io non sia capace di assorbire la tua voce in pace. Non sto bene, oddio mi sento le caviglie in catene”.

Se dovessi fare una sorta di analisi del testo, direi che la prima parte sta rivelando un’ossessione che si sta facendo strada nella testa del presunto innamorato. Il “non sto bene”, una richiesta di malattia al medico di base. Da “oddio” fino alla fine direi che è la richiesta di aiuto di una persona rapita e messa in uno scantinato.

Eppure, devo dire la verità, non credo di aver trovato più un testo che riassumesse meglio quello che provavo per qualcuno come quell’sms che mandati, nella mia totale inesperienza ma piena speranza di fare colpo.

Mi è del tutto oscuro

Non ricordo più i contorni del tuo viso,
quelli che percorrevo con le dita, fingendo di dipingere o disegnare.
Quando mi hanno detto che eri davvero bella —
non proprio in questi termini, ma parafraso —
ho dovuto ammettere che certe cose non mi erano più così chiare da poterle confermare.

Mi è del tutto oscuro come io possa ricordare le sensazioni,
ma non i dettagli del tuo volto.

È scolpito nel mio cuore il battito del tuo.

Sta di fatto che, se ti penso,
anche se non ti visualizzo,
non mi sei affatto indifferente.

Forse non lo sei mai stata,
e sono io che ho fatto finta.

Playlist aggiornata

Basta con i raggi di luce dalle serrande

Non so quante volte avrò usato la metafora dei raggi di luce che passano dalla finestra e illuminano il corpo di una donna. Un luogo comune stupendo, a volte sostituito da quello dei raggi della luna, altrettanto poetico. Ma invece io mi ricordo le serrande chiuse per la vergogna di essere visti. Era questa la vera realtà amorosa e romantica dell’amore giovanile. La vera poesia era nel trovare il momento perfetto e capirsi, rubare un momento di intimità cercando di fingere di saperne qualcosa. E capire che non serviva far fina ti essere navigati. Bastavamo noi due, senza che nessuno rompesse le scatole o con un fratello o sorella che facesse da palo. Parlare sottovoce e poi sorridere, a volte mettendosi anche a ridere. Ma non per prendersi in giro o per abbassare la tensione delle prime volte. O forse sì, quest’ultima ci può stare. Era la felicità di sentirsi vivi. E non c’entra niente la gioventù, quando sei giovane non lo sai e te ne sbatti altamente. Nel profondo del cuore di entrambi cercavamo ciò che ci facesse stare bene, e stare bene voleva dire anche quello. Serrande chiuse, luce fioca, panico. E amore. Quello sì, di quelli giovanili e ingenui. Ma di quelli belli, belli davvero.

Playlist aggiornata, olè

Effetti collaterali

Perché essere

dei romantici senza speranza

ha questo effetto collaterale:

l’insaziabile voglia

di raccontare qualcosa

che non è mai successa,

ma che abbiamo desiderato

fino a distruggerci.




Playlist aggiornata 🙂

Un anno, ma so che mi segui

Scritto tra Dicembre 2023 e Maggio 2024

Quanto dura il lutto? Quando passa il lutto? La verità è che non passa mai. Vai avanti, perché bisogna andare avanti, perché si vive e la vita va avanti, perché scorre. Ci sono persone che pensano che debba durare poco, che ci sia quasi un tempo prestabilito e scientifico, circa sei-sette mesi. Altre persone fanno una proporzione con il tempo passato con quella persona che non c’è più.

E’ passato un anno, papà. Le persone mi hanno detto che sembrava quasi non fosse successo niente. Certo, hanno visto un velo di tristezza, ma mi hanno detto che ero forte, che ero andato avanti senza cenni di cedimento. La verità, papà, è che questa cosa un po’ mi è dispiaciuta, perché non stavo dimostrando quanto stessi realmente soffrendo. Ma, d’altra parte, sei stato tu ad insegnarmi ad essere forte, disponibile per gli altri, a non lamentarmi. Per cui, mi ha fatto piacere che sembrava ci fosse un tratto di te nel mio comportamento.

La verità, papà, è che nell’ultimo anno non ho mai preso delle decisioni difficili. Certo, ho ascoltato i consigli degli altri, ma non è la stessa cosa, perché non c’eri tu. Perché, anche se facevo fatica ad ascoltarti per stupido orgoglio, sapevo che quello che dicevi era giusto e potevo fidarmi e affidarmi. La verità, papà, è che mi manchi.

Ti sto scrivendo per tutte le volte che hai potuto pensare che mi fossi dimenticato di te perché avevo le “giornate piene”, non è così. E forse quest’anno in cui non ho voluto prendere decisioni difficili, ne è la dimostrazione.

E’ una di quelle cose di cui non vorresti mai dire “sembra ieri”. E’ passato un anno papà. Vorrei non fosse mai accaduto. Si dice “un anno è volato”, ma spesso questi momenti non passano mai. Percorro la casa dove sei stato anche tu. E’ strano costruire nuovi ricordi dove ci sei stato tu. Una cosa che faccio sempre, quando mi accade un episodio doloroso, è ripercorrere gli stessi tragitti per poter sovrapporre il presente al passato che vorrei cancellare. Ma in questo caso, papà, rimarrei fermo per non sovrascrivere nulla e lasciarti sempre qui.

La verità è che mi manchi, questo lutto non passerà mai, aldilà della statistica e della matematica. Mi mancherai sempre, ci sarà sempre questa tristezza in me per non poter condividere più nulla. Anche le freddure, che io ora faccio con gli altri.

Ma spero che anche tu sorriderai nel vedere come mi comporto e, forse e lo spero, rivedrai un po’ di te.

Ciao papà.

E’ stato un anno duro. Ma so che tu lo sai e che mi segui. Sempre.

Non basta

La tua presenza è nell’assenza, ma non basta.

Anche prendere una tachipirina per un’eventuale influenza è diventato come premere il bottone della bomba atomica, da quando non ci sei tu. Provo a fare training autogeno per essere forte, scorro nella mente i tuoi consigli. E decido di aprire Gmail. L’ultima email che ci siamo scambiati erano dei suggerimenti medici. Le comunicazioni telematiche si erano un po’ diradate, ci sentivamo a voce. Ho sempre quel misto di nostalgia e consapevolezza che mi farò del male a rileggere le nostre conversazioni. Mi viene da ridere perché c’è un misto di consigli di qualsiasi tipo, informazioni prese dai giornali, comunicazioni che non volevi gli altri sentissero e me le inviavi da Gmail. Ci sono io che ti mandavo biglietti, articoli di giornale, 730 da controllare, fotografie. A volte era solo un ciao, perché magari eri al pc e me lo volevi mandare. Ci sono anche mie risposte stizzite e tue con i puntini che significavano che il discorso non era chiuso. So che mi prenderò il tempo  scorrerò tutte le mail, le conversazioni WhatsApp e le foto. Non ho altro fuori da me, e in me ho la tua memoria. Ma non mi basta, dovevo dirtelo.

(So che ti arriverà la notifica via email del mio post, ora ho scoperto come facevi a sapere sempre quello che scrivevo. E mi piace pensare che tu, ovunque sia, ancora la possa ricevere e possa leggermi.)

Questa semplice notte è nostra

Questa notte, tra i due santi che d’amore avvolgono ma in maniera diversa, la dedico a chi guarda il suo cuore spezzato. A chi ascolta le canzoni e le playlist che aveva dedicato o sono state dedicate. E che aveva sapientemente ignorato per tanto tempo. La dedico a chi, camminando, pensa di incrociare un suo vecchio amore, anche sa sa che vive in altri pianeti e continenti. E vive con quel battito accelerato tra il desiderio di e il desiderio di non. Tra il tasto del play di foto e quello del cestino. Tra il perché e il maledire. La dedico a chi danza tra le proprie macerie, piangendo sporcandosi con un po’ di vergogna racchiusa in quei pugni, per farsi forza. Tra ricordi che sì e ricordi che meglio di no. Questa notte, questa semplice notte, è vostra. È nostra.

Scusami, cuore

Ti chiedo scusa, cuore.
Anche se so che non avremmo potuto, e voluto, prendere strade differenti. Perché, anche se la sofferenza e gli errori fanno parte della vita, avrei potuto spaccarti di meno. Avevi il diritto di essere protetto, di non essere sempre gettato oltre questo maledetto ostacolo di cui tutti parlano. Di evitare chilometri inutili, nottate in bianco, risposte mai arrivate, malintesi mai compresi, “no” netti, vedute solo da amico, romanticismo senza speranza, paure e ansie di ogni tipo.
A volte non ci ho davvero potuto fare niente, non è dipeso da me, ma so che mi puoi capire. Avrei una lista infinita di “se” con cui giustificarmi, incolpando il cervello, ma, posso dirti: se non ci fossi stato tu così come sei, muscolo cardiaco imperterrito e perfettamente incastrato tra le mie mille cicatrici, non sarebbe valso neanche un minuto di tutta la mia vita.

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