Neanche ciao


A volte non mi dicevi neanche ciao.
Passavo a prenderti sotto casa e, se non avevi voglia di parlare — perché avevi avuto una brutta giornata, o per qualsiasi altro motivo, o semplicemente perché non volevi interrompere una canzone — mi mettevi direttamente una delle tue cuffie nell’orecchio.
E io stavo in silenzio.
Sapevo che non dovevo dire niente. Che non volevo dire niente. Volevo sentire quello che sentivi tu. Sentire le canzoni che sentivi tu.
E camminavamo, camminavamo, camminavamo tanto, fino ad arrivare al mare, sulla spiaggia. I gabbiani, o le persone che facevano casino, non mi disturbavano. Non riuscivo neanche a sentirli. Sentivo la musica, le pause tra una canzone e l’altra, e pensavo a te, a quello che potevi avere in mente.
Intanto tu mi prendevi la mano e le cose andavano meglio.
Mi ricordo che tante volte, quando ci sedevamo su una panchina, appoggiavi la testa sulla mia spalla e ti addormentavi, con il mare davanti. E quando ti addormentavi, aspettavo di essere sicuro che fossi tra le braccia di Morfeo, poi ti sfilavo il telefono dalla tasca e premevo pausa, perché volevo sentire il tuo respiro uniformarsi al rumore delle onde.
Quello era tutto per me.

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