Guardo l’orologio: sei in ritardo. Ma non dovrebbe stupirmi. Tutte le volte che ti aspettavo sotto casa dovevo fare melina con il tuo truccarti e impegnarmi in quattro o cinque giri del quartiere per essere certo che fossi già scesa. Sono vestito elegante, incredibile. Giacca e cravatta, un abito niente male. La cosa mi sorprende: quante volte mi hai chiesto di vestirmi in un certo modo, di smetterla di mettere jeans e maglietta, di fare un “upgrade”. Non ti ho mai ascoltata, ma sono qui, nel giorno più importante della tua vita, come avevo sempre voluto. Dalla finestra riesco a intravedere la tua schiena, incorniciata dal basso da un tessuto bianco elegante. Percepisco l’ansia in quella stanza, la voglia di perfezione per quel momento. Sorrido. Quante volte ho immaginato questa giornata.
“Chissà come sarà, te la immagini?”
“Sicuramente sarai in ritardo.”
“Ma no…”
“Però ti perdonerò perché sarai bellissima.”
Le mille combinazioni possibili e gli imprevisti più impensabili: il cugino fotografo che si ammala, la zia che cura il catering che si sloga una caviglia, l’herpes sul labbro che rovina le foto. Vorrei suonare il clacson, la gente sicuramente si starà spazientendo. Sono pronto a sentire il tuo “sì”. Ti vedo uscire dal tuo condominio. Il cuore mi batte forte. Non dovrei essere lì. Mi giro verso il volante, entro in auto, sedile guidatore. Tu dietro.
“Mi scusi per il ritardo.”
Non dovrei parlare, ma mi scappa una rassicurazione.
“Non si preoccupi.”
Lo dico con una voce che sa troppo di ieri per sembrare professionale. Vedo un tuo sussulto. Guardi lo specchietto, io alzo la testa. Incrociamo i nostri sguardi, i nostri destini. Forse speravi non fossi io, che l’ansia ti stesse procurando illusioni. O, chissà, magari non speravi altro. Siamo soli in quella Aston Martin noleggiata per l’occasione. Spero tu possa dire qualcosa, farmi capire di cambiare strada. Ma arriviamo davanti alla scalinata. Dieci lunghissimi secondi. Non esci. Il tempo si ferma — o forse sono io che non voglio che riparta. Mi faccio coraggio, per entrambi.
“Andrà tutto bene.”
Ti apro la portiera. Non so se sorridi, ma per un istante mi sembra di sentire il profumo di quando studiavi da me e ti mettevi la mia felpa. Forse è solo la tensione. Non dici niente. Vado via. Sgommo e sparisco da quella gioia altrui che mi trafigge. Ero pronto a sentire il tuo sì. Ma non seduto in fondo alla chiesa. Non da lì.
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